Articoli, saggi, Risarcimento, reintegrazione -  Redazione P&D - 2016-01-26

COSE IN CUSTODIA: PRESUNZIONE DI COLPA (DEL DANNEGGIATO) - Alessandro ALATI

Responsabilità da cose in custodia

Rilevanza causale del fatto colposo del danneggiato

Esclusione del risarcimento solo ove integri gli estremi del caso fortuito

Pur avendo trovato da tempo una chiara sistemazione nella sua costante interpretazione giurisprudenziale, la tematica della responsabilità da cose in custodia (art. 2051 c.c.) impegna ed appassiona quotidianamente interpreti ed operatori.

Tale disputa, certamente, va ricondotta alle oggettive complessità che si riscontrano nella traduzione ed applicazione alle peculiarità del caso concreto di quanto in linea teorica delineato.

Peraltro, se da un canto rileva l"esigenza di assicurare al danneggiato la piena soddisfazione della sua pretesa risarcitoria, dall"altro va annotato lo sforzo, a volte nemmeno velato, di sgravare da un eccessivo rigorismo la posizione di colui che esercita il dominio di fatto sulla cosa (specie se Pubblica Amministrazione).

Si assiste, difatti, ad un recente spostamento dell"attenzione dei giudici, non sempre giustificato, dal normale accertamento del richiesto nesso eziologico tra la cosa e l"evento lesivo alla condotta, diligente o meno, del danneggiato la quale, più che integrare un"ipotesi di caso fortuito come previsto dalla stessa norma, sembra spesso doversi affrancare da una presunzione di "colpa" (art. 1227 comma 1 c.c.) fino ad escludere totalmente il risarcimento.

Paradigmatico appare quanto riportato in una recente decisione della Suprema Corte: "la concreta possibilità per l'utente danneggiato di percepire o prevedere con l'ordinaria diligenza la situazione di pericolo occulto vale ad escludere la configurabilità dell'insidia, dato che quanto più la situazione di pericolo è suscettibile di essere prevista e superata attraverso l'adozione di normali cautele da parte del danneggiato, tanto più incidente deve considerarsi l'efficacia del comportamento imprudente del medesimo nel dinamismo causale del danno, sino a rendere possibile che detto comportamento interrompa il nesso eziologico tra fatto ed evento dannoso" (Cass. civ. 24-9-2015 n. 18865).

Sicché, quando "la situazione di possibile pericolo comunque ingeneratasi sarebbe stata superabile mediante l'adozione di un comportamento ordinariamente cauto da parte dello stesso danneggiato, potrà allora escludersi che il danno sia stato cagionato dalla cosa, ridotta al rango di mera occasione dell'evento" (Cass. civ. 09-3-2015 n. 4661; Cass. civ. 17-10-2013 n. 23584).

Non sembra, invero, fosse questo l"intento del legislatore nel porre a carico di chi esercita l"effettivo potere sulla res, avendone la disponibilità giuridica e materiale (potere di controllare modalità d"uso e conservazione; potere di modificare la situazione di pericolo insita nella cosa o che in essa si è determinata; potere di escludere qualsiasi terzo da ingerenze), la responsabilità per gli eventi dannosi per causa di essa occorsi.

Il danneggiato, in posizione di favore dovendo provare unicamente il nesso causale, si troverà, a ben vedere, a dover prospettare in giudizio il verificarsi dell"accadimento curandosi di sottolinearne l"insidia, la sua imprevedibilità; altrimenti, rischia di vedersene addossata in toto la responsabilità per omessa cautela e diligenza, pur in presenza di una situazione obiettivamente ed ordinariamente suscettiva di recare nocumento.

Lo stesso richiamo alla nozione di insidia, peraltro, appare di per sé opinabile, risultando concetto da ritenersi ormai superato (se non obsoleto).

L"insidia, invero, non è né un istituto giuridico, né una situazione di fatto alla quale conseguono sempre e necessariamente determinate conseguenze giuridiche fisse e prestabilite (neppure sul piano probatorio).

Con riferimento ad una fattispecie inquadrabile nell"art. 2051 c.c. può avere, al più, l"effetto di colorare il thema probandum gravante comunque sul custode, in quanto questi deve dimostrare l"insussistenza del nesso eziologico tra la cosa in custodia che ha prodotto (o nell"ambito della quale si è prodotta) l"insidia ed il danno.

Più in generale, tuttavia, l"ambito della responsabilità da cose in custodia non coincide con quello caratterizzato da una "insidia", essendo irrilevante sia l"imprevedibilità dell"evento sia la non visibilità della situazione pericolosa, poiché non richiede il carattere insidioso della cosa (Cass. civ. 9-11-2005 n. 21684); né, al riguardo, rileva la condotta del custode e l"osservanza o meno di un obbligo di vigilanza (Cass. civ. 28-11-2007 n. 24739), in quanto la responsabilità viene meno solo quando il destinatario dell"imputazione provi il caso fortuito, comprensivo anche del fatto del terzo e dello stesso danneggiato quando costituisca causa esclusiva del danno (Tribunale Ivrea 9.1.2015 n. 12).

Se non può negarsi, pertanto, che su ciascuno ricada un generale dovere di cautela una volta entrato in contatto con ciò che lo circonda (la dottrina classica individua la ratio dell"art. 1227 c.c. nel c.d. principio di auto-responsabilità), occorre pur sempre che il fatto del danneggiato integri appieno gli estremi del caso fortuito, accadimento suscettivo di recidere il nesso eziologico riducendo la cosa al rango di mera occasione del danno.

Per integrare l'esimente, dunque, deve assumere efficienza causale autonoma ed esclusiva, il che si verifica quando la condotta del danneggiato si atteggi - sulla base di tutti gli elementi della fattispecie concreta - in termini di eccezionalità, imprevedibilità ed inevitabilità, caratteri propri del fortuito, avendo questi fatto della cosa un uso improprio o abnorme, così da risultare in definitiva idoneo a produrre da solo l'evento lesivo, escludendo fattori causali concorrenti (ex multis: Cass. civ. 19-5-2011 n. 11016; Cass. civ. 10-10-2008 n. 25029; Cass. civ. 8-5-2008 n. 11227).



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