Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Gasparre Annalisa - 2014-04-07

COSTRINGONO UNA CONNAZIONALE ALL'ACCATTONAGGIO: QUALE REATO? - Cass. pen. 8370/2014 - A. GASPARRE

Nel caso sottoposto al vaglio della Cassazione il Procuratore Generale presso la Corte d'appello di Ancora aveva proposto ricorso.

Il caso origina da un arresto in flagranza degli imputati, accusati dalla persona offesa di averla ridotta in schiavitù, a cui era seguita la condanna per riduzione in schiavitù pronunciata dal Gup con rito abbreviato. La vittima, secondo la ricostruzione, era stata indotta ad entrare in Italia e le era stato sottratto il passaporto. Giunta in Italia, violenze e minacce, l'avevano costretta a praticare l'accattonaggio.

La condanna era stata parzialmente riformata in appello perchè il reato era stato riqualificato come violenza privata, sulla scorta del fatto che non vi era stata prova dell'assoggettamento "fisico" della vittima e che la vicenda aveva avuto brevissima durata. Secondo la Corte d'appello, inoltre, era da escludere il requisito - imprescindibile - dello stato di permanente ed effettiva impotenza reattiva, causalmente riconducibile agli imputati, vale a dire il requisito dello stato di cogente intimidazione psico-fisica della vittima. Ha evidenziato la stessa Corte che la donna era sufficientemente matura e ciò le ha consentito di reagire nei confronti degli imputati, alla prima occasione utile, subito dopo aver compreso le condizioni di vita che l'attendevano. La vittima fu nelle condizioni di chiedere soccorso e aiuto a terzi, senza che gli imputati avessero posto in essere alcuna condotta per impedirle una simile iniziativa.

La Suprema Corte esamina la fattispecie normativa evidenziandone i requisiti che la differenziano da altre ipotesi di reato. Si dà atto degli arresti giurisprudenziali che richiamano il requisito specializzante della finalità di sfruttamento. Invero, la fattispecie di riduzione in schiavitù concettualmente trova radice nell'equiparazione tra uomo e cosa e sul diritto di proprietà dell'uomo sull'uomo, ma si caratterizza specialmente per lo sfruttamento di tale proprietà. Sintomatici dello sfruttamento della vittima sono le attività a cui può essere costretta: prestazioni lavorative forzate o inumane, prestazioni sessuali non libere, accattonaggio coatto, obblighi di fare imposti mediante violenza fisica o psichica.

Tuttavia, la Cassazione sottolinea che vi è un altro requisito fondante del reato in parola, vale a dire la previa riduzione della vittima in uno stato di soggezione tale da costituire il mezzo agevolatore della condotta costrittiva.

Nel caso sottoposto all'attenzione della Corte, il giudice di merito aveva ritenuto non provato il requisito dello stato di soggezione continuativo o comunque prolungato, tale almeno da costituire uno stato di dipendenza psicologica della vittima. E infatti, secondo la ricostruzione, la vittima si era ribellata, chiedendo l'intervento di estranei, dopo appena un giorno dall'inizio dello sfruttamento vero e proprio, per cui non di soggezione continuativa si era trattato ma di una compressione della libertà di autodeterminazione della donna, in ogni caso non di misura tale da "corrompere i processi volitivi della vittima in maniera tale da comportare, da parte della stessa, la rinuncia, anche temporanea, alle proprie fondamentali prerogative in materia di libertà".

Sull'argomento, volendo, "RIDUZIONE IN SCHIAVITU' ED IMPIEGO DI LAVORATORI CLANDESTINI" - Cass. pen., n. 251/2012 http://personaedanno.it/discriminazione-sfruttamento/riduzione-in-schiavitu-ed-impiego-di-lavoratori-clandestini-cass-pen-n-251-2012-annalisa-gasparre

"MINORI SCHIAVI: COSTRINGERE A PRATICARE ACCATTONAGGIO E' REATO" - Cass. pen. n. 37368/2012 http://personaedanno.it/minori-donne-anziani/minori-schiavi-costringere-a-praticare-accattonaggio-e-reato-cass-pen-n-37368-2012-annalisa-gasparre

"RESTITUITA LA MERCE VIZIATA: MA E' UNA PERSONA. ANCORA SULLA SCHIAVITU' " - Cass. pen. 10784/012 http://www.personaedanno.it/persona-famiglia/restituita-la-merce-viziata-ma-e-una-persona-ancora-sulla-schiavitu-cass-pen-10784-012-annalisa-gasparre

"RIDUZIONE IN SCHIAVITU': REATO DIFFUSO E NON ANACRONISTICO" - Cass. pen. 16313/2013 http://www.personaedanno.it/index.php?option=com_content&view=article&id=42363&catid=205&Itemid=455&mese=04&anno=2013

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 27 settembre 2013 – 21 febbraio 2014, n. 8370

Presidente Oldi – Relatore Vessichelli

Fatto e diritto

Propone ricorso per cassazione il Procuratore Generale presso la Corte di appello di Ancona, avverso la sentenza della Corte di assise di appello, in data 14 dicembre 2011, con la quale è stata parzialmente riformata quella di primo grado. Quest'ultima era stata di condanna , nei confronti di P.F.N. e P.A.A., in ordine al reato di riduzione in schiavitù.

Tale condotta delittuosa era stata assunta come commessa in danno della connazionale K.M., con condotta accertata il 9 settembre 2010.

La decisione del giudice di primo grado era stata adottata con rito abbreviato ed era fondata sulle dichiarazioni rese dalla persona offesa - peraltro ribadite in sede di incidente probatorio - acquisite dalla PG in circostanze tali da avere comportato l'arresto in flagranza degli imputati. Il giudice dell'appello aveva valorizzato quelle dichiarazioni soltanto per la ricostruzione storica dei fatti ma, con riferimento alla qualificazione giuridica di essi, la Corte non ha ritenuto di condividere la tesi accreditata dal Tribunale ed ha riqualificato la condotta come violenza privata.

Ha dedotto il ricorrente, la erronea applicazione della legge penale e il vizio della motivazione.

Ha osservato che la decisione del giudice dell'appello dovrebbe essere considerata erronea perché basata sul presupposto, non condivisibile, che il reato originariamente contestato richiederebbe la prova dell'assoggettamento "fisico" della vittima.

Viceversa, sarebbe stata trascurata la sussistenza di tutti i requisiti previsti per la configurazione del reato di riduzione in schiavitù e cioè il ricorso alla violenza e alla minaccia, l'approfittamento - mediante la apprensione del passaporto della vittima - della situazione di necessità e delle condizioni di oggettiva inferiorità della donna.

Infine, anche la circostanza di fatto sulla quale il giudice dell'appello aveva basato la propria convinzione , e cioè la brevissima durata della vicenda riguardante la K., in Italia, è considerata insignificante dalla giurisprudenza di legittimità, essendo stato anche trascurato che l'assoggettamento della vittima aveva avuto inizio prima del suo ingresso in Italia e precisamente il 4 settembre, quando era stato attivato il comportamento di "induzione" ai suoi danni.

Peraltro, anche la parziale possibilità di autodeterminazione della donna non poteva valere ad escludere la condizione del suo assoggettamento, condizione che la Procura apprezza particolarmente nel "terrore che trapelava dal suo volto" .

Il ricorso va dichiarato infondato, conformemente alla richiesta del Procuratore Generale di udienza.

Il giudice della sentenza impugnata muove dal rilievo secondo cui sarebbe da escludere che la denunciante sia stata ridotta in uno stato di permanente ed effettiva impotenza reattiva e che dipendesse in tutto e per tutto dagli imputati: in sintesi, ha escluso che ricorresse l'imprescindibile requisito normativo dello stato di cogente intimidazione psico-fisica della vittima.

In tal senso, infatti, la Corte d'assise appello ha ritenuto di interpretare il requisito del reato originariamente contestato, rappresentato dall'assoggettamento della vittima: un assoggettamento che, seppure discutibilmente riferito, in linea di principio, in sentenza, alla nozione propriamente di natura fisica, è stato, tuttavia, di fatto ed in concreto, verificato, nella medesima sentenza impugnata- come dovuto; con riferimento ad uno stato di permanente e cogente intimidazione psicofisica, che dia luogo ad una coazione tale da ridurre le potenzialità comportamentali della vittima ad una funzione totalmente etero-diretta(il principio di diritto è tratto dagli approdi della sent. Cass. n. 2775 del 2011).

In altri termini, la Corte territoriale ha ritenuto dirimente, ai fini della riqualificazione giuridica del fatto, la circostanza che non sia stato integrato alcun comportamento che abbia ridotto la vittima a soggetto impotente, asservito ai disegni utilitari del soggetto dominante.

A tale conclusione, il giudice dell'appello è pervenuto valorizzando sia il brevissimo lasso temporale durante il quale la vicenda denunciata si è svolta, sia l'età matura della donna, condizione che ha consentito alla stessa di porre in essere una condotta reattiva nei confronti degli imputati, sfuggendo al loro controllo alla prima occasione, subito dopo avere compreso le condizioni di vita che l'attendevano. Essa poté, infatti, invocare soccorso e chiedere aiuto al negoziante al quale si rivolse, senza - come sottolinea il giudice dell'appello - che gli imputati avessero posto in essere alcuna condotta per impedire tale, pur non imprevedibile, iniziativa.

Il Procuratore generale impugnante ha posto, invece, l'accento e richiamato l'attenzione di questa Corte - nella prospettiva di un ritorno alla originaria qualificazione giuridica- sia sulla circostanza che il reato di cui all'articolo 600 cp non richiede l'assoggettamento fisico della vittima ma, soprattutto, sul fatto che la condotta - comunque durata un lasso di tempo più lungo di quello indicato in sentenza, dovendo essere computata anche la parte dell'azione posta in essere in Romania- recasse tutti gli elementi costitutivi del reato originariamente contestato, sia dal punto di vista oggettivo che soggettivo.

Orbene, occorre in primo luogo dare atto della esistenza di un condivisibile filone giurisprudenziale che richiama l'accento sul requisito specializzante - che caratterizza il reato ex art. 600 cp - dato dalla finalità di sfruttamento, che distingue la fattispecie in questione da ogni altra forma di inibizione della libertà personale. Si è sostenuto che la nozione di riduzione in schiavitù, alla base del reato di cui all'art. 600 cod. pen., come modificato dalla legge n. 228 del 2003, è connotata non solo e non tanto dal concetto di proprietà in sè dell'uomo sull'uomo, ma dalla finalità di sfruttamento di tale proprietà,per il perseguimento di prestazioni lavorative forzate o inumane, di prestazioni sessuali pure non libere, di accattonaggio coatto, obblighi "di fare" imposti mediante violenza fisica o psichica. La detta finalità di sfruttamento è quella che distingue la fattispecie dell'art. 600 da ogni altra forma di inibizione della libertà personale, considerata quest'ultima come facoltà di spostamento nel tempo e nello spazio e tutelata dagli artt. 605-609 "decies" cod. pen.( Sez. F, Sentenza n. 39044 del 10/09/2004 Cc. (dep. 06/10/2004) Rv. 230130).

In altri termini, la costrizione della vittima ad una delle attività descritte dalla norma, unificabili dal connotato della loro sintomaticità dello sfruttamento della medesima parte lesa, costituisce un indubbio elemento specializzante che vale a caratterizzare la fattispecie della costrizione descritta dall'art. 600 cp - nella forma minacciosa o violenta- rispetto a quella punita, senza specificazione alcuna, dall'art. 610 cp. Tuttavia è altresì innegabile che l'art. 600 cp è connotato dall'ulteriore e fondante requisito - oggetto della specifica attenzione del giudice a quo - rappresentato dalla previa riduzione della vittima in uno stato di soggezione continuativa, che rappresenta anche il mezzo agevolatore della ulteriore condotta costrittiva, aggravandone grandemente il disvalore.

Sul punto, la ricostruzione operata dal giudice a quo, che ha concluso per la relativa esclusione, è esaustiva e rispondente alle regole della logica e, sol per questo, non è ulteriormente censurabile nella sede della legittimità. Non, alla luce delle considerazioni dell'impugnante, che risultano sotto molti profili, versate in fatto.

Invero, il giudice del merito è giunto a ritenere non provato il requisito in parola, del quale il legislatore ha sottolineato la persistenza ("continuativa"), da intendersi o in senso cronologico di durata prolungata nel tempo o comunque nel senso di una certa permanenza (Rv. 248173), dovendosi infatti escludere, dal paradigma della norma, la condotta violentemente costrittiva che però si esaurisca in breve e che, perciò stesso ben può non acquisire neppure la idoneità a dare luogo ad uno stato di dipendenza psicologica della vittima della quale possa dirsi, citando la rubrica del precetto, che sia stata ridotta in schiavitù.

Determinante, infatti, è ritenuto dalla giurisprudenza lo stato di soggezione in cui la vittima versa, essendo sottoposta all'altrui potere di disposizione, che si estrinseca nell'esigere, con violenza fisica o psichica, prestazioni sessuali o lavorative, accattonaggio od altri obblighi "di fare" (Sez. 5, Ordinanza n. 43868 del 09/11/2005 Cc. (dep. 01/12/2005) Rv. 232834).

La Corte territoriale ha, cioè, ritenuto di ricavare, dal fatto che la querelante ha potuto chiedere l'intervento di estranei e dall'ulteriore rilievo che tale "ribellione" si è verificata dopo appena un giorno dall'inizio dello sfruttamento vero e proprio, che, non di soggezione continuativa si sia trattato nei confronti della donna, ma di un comportamento, anche continuato, di compressione della sua libera autodeterminazione , il quale tuttavia, non è riuscito a corrompere i processi volitivi della vittima in maniera tale da comportare, da parte della stessa, la rinuncia, anche temporanea, alle proprie fondamentali prerogative in materia di libertà.

In senso contrario non vale, come fa l'impugnante, allegare che non è prevista dalla norma una durata minima sotto la quale la condotta non rimane integrata, trattandosi di considerazione quantomeno generica con riferimento ai dati fattuali invece valorizzati dal giudice del merito e comunque risolvendosi in una censura sul merito.

D'altra parte, anche la giurisprudenza citata dal ricorrente, secondo cui ( vedi in motivazione sent. n. 13374 del 2009) "è irrilevante la durata del mantenimento della riduzione in servitù", non ha mancato di pretendere, nel rispetto della lettera della norma, che deve trattarsi di durata "significativa" ai fini della configurazione del reato.

E non vale neppure ricordare, come ha fatto il PG, che, secondo la giurisprudenza di legittimità, il consenso della vittima non servirebbe a scriminare la condotta de qua, posto che tale esatto rilievo è servito alla giurisprudenza medesima per sottolineare la incompatibilità logica tra un preteso consenso scriminante e la fattispecie in esame che presuppone la già integrata e dimostrata condizione di assoggettamento psicofisico della vittima, laddove, nel caso di specie, la richiesta di aiuto da parte della querelante nel corso della attività di accattonaggio alla quale era stata costretta, è stata ritenuta espressiva non già del consenso citato dal PG ma di un atteggiamento psicologico non prostrato e non divenuto oggetto di assoggettamento alla altrui volontà.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso. a. e c.p.a.



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