Legislazione e Giurisprudenza, Beni, diritti reali -  Mazzon Riccardo - 2014-03-07

COSTRUIRE IN ADERENZA: IL PROBLEMA DELLE FINESTRE E DELLE LUCI - Riccardo MAZZON

Condizione affinché la costruzione legittimamente esser considerata "in aderenza" è la sua autonomia strutturale:

"perché ricorra l'ipotesi della costruzione in aderenza, prevista dall'art. 877 c.c., è necessario che la nuova opera e quella preesistente siano autonome dal punto di vista strutturale, nel senso che il perimento o la demolizione dell'una non possa incidere sulla integrità dell'altra, e che le stesse combacino perfettamente da uno dei lati, in modo che non rimanga tra i due muri, nemmeno per un breve tratto o a intervalli, uno spazio vuoto, ancorché totalmente chiuso, che lasci scoperte sia pure in parte le relative facciate" Cass. 14.2.81, n. 912, GCM, 1981, fasc. 2 - cfr., amplius, "I rapporti di vicinato e le distanze legali: tutela e risarcimento" - Riccardo Mazzon - CEDAM 2013, in Collana SapereDiritto.

La suddetta autonomia permette di distinguere la fattispecie in oggetto dalla c.d. "costruzione in appoggio":

"perché ricorra l'ipotesi della costruzione in aderenza, prevista dall'art. 877 c.c., è necessario che la nuova opera e quella preesistente siano autonome dal punto di vista strutturale, nel senso che il perimento o la demolizione dell'una non possa incidere sull'integrità dell'altra, mentre, quando tale autonomia statica non sussiste, si ha costruzione in appoggio, che scarica, cioè, sul muro vicino la spinta verticale o laterale del proprio peso" Cass. 11.8.82, n. 4549, GCM, 1982, fasc. 8; " è costruzione in appoggio, e non in aderenza, un muro di spessore così esiguo (nella specie cm. 8) che, se non aderisse al muro preesistente del vicino non assolverebbe le funzioni di isolamento e di solidità proprie dei muri perimetrali" Cass. 12.12.80, n. 6403, FI, 1982, I, 240; "deve qualificarsi costruzione in appoggio, e non in aderenza, quella che, sebbene strutturalmente indipendente dal fabbricato del vicino, abbia un muro perimetrale il cui peso sia scaricato sulle fondazioni del muro di tale fabbricato e che, per l'esiguità dello spessore (nella specie: otto centimetri), assolva le funzioni di isolamento e di solidità statica proprie di un muro perimetrale non da solo, ma sfruttando detto muro preesistente, sicché si determini la situazione tipica della costruzione in appoggio" Cass. 12.12.80, n. 6403, GCM, 1980, fasc. 12.

Recentemente, la Suprema Corte, decidendo la seguente vicenda processuale

"con sentenza depositata il 9 aprile 2001, il Tribunale di Bari, sezione distaccata di Bitonto, accolse la domanda di manutenzione del possesso avanzata dai coniugi D.D.A. e V. C., nonchè da C.C., A.C. B. e L.A.M. e, per l'effetto, ordinò a P.T. di arretrare o demolire l'intera nuova costruzione, meglio descritta nell'allegato 9 della c.t.u. dell'ing. Di.La. del 26 novembre 1990 (salvo il tratto realizzato in aderenza) a distanza di metri 10 dalla parete finestrata degli attori, considerata in ogni punto, mentre dichiarò inammissibile la domanda risarcitoria. La Corte d'appello di Bari, con sentenza resa pubblica mediante deposito in cancelleria il 27 aprile 2005, ha rigettato il gravame principale della P. e, in accoglimento per quanto di ragione del gravame incidentale del D.D. e degli altri consorti, ha condannato la P. ad arretrare (o a demolire) l'intera nuova costruzione sino alla distanza di 10 metri dalla nuova costruzione, compresa la parte di tale costruzione eretta in aderenza di detta parere finestrata, ed ha altresì condannato la P. a risarcire i danni, quantificati in Euro 5.164,57. Al pari del primo giudice, la Corte territoriale ha ritenuto che l'art. 49.8.1., comma 4, delle norme tecniche di esecuzione del PRG del Comune di Giovinazzo, secondo cui "la distanza tra i prospetti non sulla strada con affacci di vani abitabili deve essere non inferiore a 10 metri", va interpretata alla stregua della norma di rango superiore di cui al D.M. 2 aprile 1968, n. 1444, art. 9 con riferimento ad ogni singolo punto della parete finestrata degli attori e, dunque, anche con riguardo alle porzioni e segmenti eventualmente non muniti di affacci. Giudicando fondata la censura degli appellanti in via incidentale, la Corte di merito ha ritenuto che i ricorrenti avevano chiesto al primo giudice l'abbattimento integrale di tutte quelle parti a distanza non regolamentare, richiamando espressamente l'art. 49.8.1. delle norme tecniche di esecuzione, il quale esclude la possibilità di costruire in aderenza ad altri fabbricati; di conseguenza, ha compreso nell'ordine di demolizione la porzione di fabbricato realizzata dalla P. in aderenza all'edificio degli appellati. La Corte territoriale ha altresi ritenuto che la domanda risarcitoria era ammissibile, ancorchè proposta solo dopo l'emissione dell'ordinanza cautelare, in sede di introduzione del giudizio di merito possessorio, e fondata, perchè la violazione delle norme edilizie e di tutela ambientale contenute negli strumenti urbanistici è fonte di responsabilità nei confronti dei privati confinanti, essendo configurabile un danno oggettivo o In re ipsa. Per la cassazione della sentenza della Corte d'appello la P. ha proposto ricorso, con atto notificato il 5 dicembre 2005, sulla base di quattro motivi. Il D.D. e gli altri intimati indicati in epigrafe hanno resistito con controricorso. In prossimità dell'udienza, entrambe le parti hanno depositato memorie illustrative" Cassazione civile, sez. II, 20/06/2011, n. 13547 Piscitelli c. Di Donato ed altro Giust. civ. Mass. 2011, 6, 9311

e ritenendo infondati i motivi proposti col ricorso per Cassazione,

" con il primo motivo (violazione degli artt. 47 e 49.8.1. delle norme tecniche di esecuzione del PRG e del D.M. 2 aprile 1968, n. 1444, art. 9 in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3, nonchè omessa o insufficiente motivazione circa un punto decisivo della controversia, in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 5), la ricorrente lamenta che la Corte del merito abbia ritenuto equiparabili le due previsioni - quella delle norme tecniche di esecuzione e quella del decreto ministeriale - nonostante vi sia una sostanziale differenza tra i "prospetti", con o senza affacci di vani abitabili, di cui parlano le norme tecniche , e le "pareti finestrate", ai sensi del decreto ministeriale. Ad avviso della ricorrente, il fabbricato della convenuta avrebbe dovuto distanziarsi dalle singole finestre della parete dell'edificio frontistante, e non da ogni e ciascun punto della medesima parete finestrata. Con il secondo mezzo (violazione e falsa applicazione della L. 6 agosto 1967, n. 765, art. 17 e del D.M. n. 1444 del 1968, art. 9 in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3), la ricorrente si duole che la sentenza impugnata, al fine di ordinare il rispetto dei dieci metri, abbia fatto applicazione diretta, in chiave precettiva e non interpretativa, del D.M. n. 1444 del 1968, art. 9 anzichè della sola normativa regolamentare comunale, sebbene la disposizione ministeriale non trovi immediata applicazione ai privati, ma si rivolga esclusivamente ai Comuni. Con il terzo motivo (violazione e falsa applicazione degli artt. 49.8.1. e 47, u.c., delle norme tecniche di esecuzione del PRG, in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3), la ricorrente, premesso che nel caso di specie dovrebbe applicarsi la sola normativa regolamentare comunale e non quella del decreto ministeriale, sostiene che la Corte del merito avrebbe dovuto prendere in considerazione non l'intera parete finestrata del nuovo fabbricato, ma le sole porzioni che di fatto si trovano a materialmente fronteggiare quello della P. I motivi - i quali, stante la loro connessione, possono essere esaminati congiuntamente - sono infondati ..omissis...Il quarto mezzo (violazione e falsa applicazione dell'art. 873 cod. civ. e dell'art. 49.8.1. delle norme tecniche, in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3) lamenta che la sentenza impugnata abbia ordinato di demolire (o di arretrare) l'intera costruzione posta a distanza minore di dieci metri da quella dei confinanti, compresa la parte costruita in aderenza, laddove le norme tecniche di esecuzione del PRG, regolamentando il principio di prevenzione, non escludono la possibilità di edificare in aderenza del fabbricato altrui. La censura - scrutinabile nel merito, perchè con essa, diversamente da quanto sostengono i controricorrenti, non si pone una questione nuova - è infondata" Cassazione civile, sez. II, 20/06/2011, n. 13547 Piscitelli c. Di Donato ed altro Giust. civ. Mass. 2011, 6, 9311

ha stabilito che, a norma dell'articolo 9 del d.m. 2 aprile 1968 n. 1444, nel caso di esistenza, sul confine tra due fondi, di un fabbricato avente il muro perimetrale finestrato, il proprietario dell'area confinante che voglia, a sua volta, realizzare una costruzione sul suo terreno deve mantenere il proprio edificio ad almeno dieci metri dal muro altrui, con esclusione, nel caso considerato, della possibilità di esercizio della facoltà di costruire in aderenza:

"in tema di disciplina delle distanze, l'art. 49.8.1., comma 4, delle norme tecniche di esecuzione del PRG del Comune di Giovinazzo prevede che "la distanza tra prospetti non sulla strada con affacci di vani abitabili deve essere non inferiore a metri 10". Contrariamente a quanto ritenuto dalla ricorrente, il termine "prospetto" che compare nella norma regolamentare comunale, non è sinonimo di veduta o di finestra, ma di parete, come si desume da una pluralità di indici, letterali e sistematici: letteralmente, perchè la stessa disposizione regolamentare disciplina anche la distanza "tra prospetti non sulla strada senza affacci di vani abitabili" (stabilendo che in tal caso essa "deve essere non inferiore all'altezza dell'edificio a costruirsi con un minimo di metri 5"): e siccome la previsione delle norme tecniche utilizza il termine prospetto anche là dove non vi siano affacci di vani abitabili, ciò significa che - come ha puntualmente evidenziato il giudice del merito - il prospetto non corrisponde agli affacci, ma è l'equivalente di parete di un edificio, finestrata o non finestrata; ancora letteralmente, perchè l'art. 47, u.c., delle norme tecniche, inserito in una disposizione dedicata alle "definizioni" con riguardo alle zone di completamento, quando parla di affacci e vedute, li indica con il termine "finestre" ("Nel caso di finestre di vani abitabili esistenti nell'edificato perimetrale all'edificio, oggetto dell'intervento") non già con quello di "prospetto", con ciò ribadendo la diversità esistente tra prospetto, da una parte, ed affaccio o finestra, dall'altro; sistematicamente, giacchè la norma è volta a dettare la disciplina delle distanze da rispettare in caso di edificazione nelle aree libere residue, e quindi logicamente - dopo avere previsto il caso della distanza da osservare dai confini non edificati ("La distanza dai confini non edificati deve essere nulla oppure non inferiore a metri 5 salvo quanto disposto dall'art. 47") - passa a considerare l'ipotesi della distanza tra i fabbricati e quindi tra le loro facce o pareti esterne, distinguendo il caso in cui le stesse siano o meno finestrate. Priva di fondamento è, pertanto, la tesi sostenuta, nell'articolazione dei tre motivi di doglianza, dalla ricorrente, a cui avviso il fabbricato oggetto dell'ordine di demolizione o di arretramento avrebbe dovuto distanziarsi dalle singole finestre della parete dell'edificio frontistante, anzichè da ogni e ciascun punto della medesima parete finestrata. Siffatta conclusione, del resto, è in contrasto con l'interpretazione del D.M. n. 1444 del 1968, art. 9 fornita da questa Corte di legittimità, la quale - nel sottolineare che la disposizione del decreto ministeriale va interpretata nel senso che la distanza minima di dieci metri è richiesta anche nel caso che una sola delle pareti fronteggiantisi sia finestrata e che è indifferente se tale parete sia quella del nuovo edificio o quella dell'edificio preesistente, essendo sufficiente per l'applicazione di tale distanza che le finestre esistano in qualsiasi zona della parete contrapposta ad altro edificio, ancorchè solo una parte di essa si trovi a distanza minore da quella prescritta (Sez. 2^, 28 settembre 2007, n. 20574) - ha precisato che sono le pareti, non le finestre aperte in esse, a costituire dati di riferimento per il calcolo della distanza (Sez. 2^, 28 agosto 1991, n. 9207), con ciò lasciando intendere che, in relazione alla ratio della previsione (finalizzata alla salvaguardia dell'interesse pubblico - sanitario a mantenere una determinata intercapedine degli edifici che si fronteggiano), il rispetto della distanza minima è dovuto anche per i tratti di parete che sono in parte privi di finestre. Esattamente la Corte territoriale ha quindi ritenuto che la distanza di metri 10 tra prospetti con affacci di vani abitabili, ai sensi delle norme tecniche di esecuzione, debba essere interpretata "alla stregua della norma di rango superiore di cui al D.M. del 1968, art. 9", con riferimento ad ogni singolo punto della parete finestrata degli attori e, dunque, anche con riguardo alle porzioni e ai segmenti eventualmente non muniti di affacci. Invero, poichè la norma regolamentare locale delle norme tecniche di esecuzione del piano regolatore generale non può derogare alle distanze minime stabilite dalla norma di rango superiore contenuta nel D.M. n. 1444 del 1968, art. 9 emanato in attuazione della L. 6 agosto 1967, n. 765, art. 17 (sorgendo, in caso di discostamento, l'obbligo, per il giudice di merito, non solo di disapplicare le disposizioni comunali illegittime, ma anche di applicare direttamente la previsione del ricordato art. 9, così divenuta, per inserzione automatica, parte integrante dello strumento urbanistico in sostituzione della norma illegittima disapplicata: Cass., Sez. 2, 19 novembre 2004, n. 21899; Cass., Sez. 2^, 30 marzo 2006, n. 7563; Cass., Sez. 2^, 11 febbraio 2008, n. 3199), il giudice del merito, nell'interpretare la portata della disciplina comunale, ha l'obbligo di adottarne una lettura orientata, conforme a quella scaturente dalla normativa statale, escludendo quegli esiti ermeneutici suscettibili di evidenziare il contrasto della prima con la seconda...omissis …..Questa Corte ha più volte ribadito che, ai sensi del D.M. n. 1444 del 1968, art. 9 nel caso di esistenza, sul confine tra due fondi, di un fabbricato avente il muro perimetrale finestrato, il proprietario dell'area confinante che voglia, a sua volta, realizzare una costruzione sul suo terreno deve mantenere il proprio edificio ad almeno dieci metri dal muro altrui, con esclusione, nel caso considerato, di possibilità di esercizio della facoltà di costruire in aderenza (Sez. 2^, 10 gennaio 2006, n. 145; Sez. 2^, 31 ottobre 2006, n. 23495; Sez. 2^, 22 aprile 2008, n. 10387). Un diverso principio non è dettato dalle norme tecniche edilizie allegate al PRG del Comune di Giovinazzo, le quali prescrivono che la distanza dai confini può essere nulla o non inferiore a 5 metri purché si tratti di "confini non edificati". - Il ricorso è rigettato. Le spese del giudizio di cassazione, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza. P.Q.M. LA CORTE rigetta, il ricorso e condanna la ricorrente al rimborso delle spese processuali sostenute dai controricorrenti, che liquida, in complessivi Euro 2.200,00, di cui Euro 2.000,00 per onorari. Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Seconda civile della Corte suprema di Cassazione, il 17 maggio 2011. Depositato in Cancelleria il 20 giugno 2011" Cassazione civile, sez. II, 20/06/2011, n. 13547 Piscitelli c. Di Donato ed altro Giust. civ. Mass. 2011, 6, 9311.

Decidendo la seguente fattispecie processuale

"B.G. e G.S., proprietari di un appartamento condominiale sito in (OMISSIS), con annessa cantina munita di apertura lucifera, convenivano in giudizio innanzi alla Pretura di Firenze, sezione distaccata di Borgo San Lorenzo, C.F., per sentirlo condannare (fra altre richieste) alla rimozione di un manufatto edilizio che questi aveva costruito in appoggio ad una parete condominiale e in maniera tale da chiudere la luce della cantina. Il convenuto nel resistere alla domanda contestava il carattere condominiale del muro e negava che quanto realizzato fosse illegittimo. Il Tribunale di Firenze (divenuto competente per la sopravvenuta efficacia del D.Lgs. n. 51 del 1999) rigettava la domanda. L'impugnazione proposta dai B. - G. era respinta dalla Corte d'appello di Firenze, la quale (per quanto ancora rileva in questa sede) riteneva che la costruzione eretta dal C. non era in appoggio, bensì in aderenza al muro, di guisa che la fattispecie rientrava sotto il disposto dell'art. 904 c.c.; che era stata escluso che il C. rivestisse la qualità di condomino; che l'accertata applicabilità dell'art. 904 c.c. eliminava la configurabilità della lesione della proprietà esclusiva, oltre che di quella condominiale. Per la cassazione di quest'ultima sentenza ricorrono B. G. e G.S., formulando cinque motivi di annullamento. Resiste con controricorso C.F." Cassazione civile, sez. II, 10/06/2011, n. 12864 Biagioni ed altro c. Cioni Giust. civ. Mass. 2011, 6, 890

e sollecitata dai seguenti motivi di ricorso per Cassazione,

con il primo motivo i ricorrenti deducono l'omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia, "con riguardo all'applicazione nella fattispecie ed alla relativa violazione degli artt. 904, 1102, 1108 e 1122 c.c., nonchè art. 112 c.p.c.". Sostiene parte ricorrente che la sentenza impugnata, nell'escludere la comunanza del muro e la costruzione in appoggio, in base al fatto che quest'ultima è stata eseguita nel cortile di proprietà esclusiva del C. e che tra questa e il muro stesso vi è un pilastrino che rende la prima autonoma dal secondo, di guisa che sarebbe applicabile alla fattispecie l'art. 904 c.c., non avrebbe operato alcun riferimento alla comunione del muro, nè esplicitato i riferimenti tecnici e logici da cui inferire che il manufatto sia stato realizzato in aderenza o in appoggio. La sentenza impugnata, inoltre, non avrebbe motivato adeguatamente sulla tesi di parte appellante, che aveva dedotto che il C. partecipa al condominio, nè considerato che, conformemente alla giurisprudenza di legittimità, l'uso particolare e più intenso del bene comune ai sensi dell'art. 102 c.c. è consentito solo se non si traduca in un impedimento al paritario uso del bene stesso da parte degli altri condomini. Con il secondo motivo si deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 904 e 1102 c.c. e degli artt. 112 e 132 c.p.c., assumendo che il muro sul quale è stato realizzato il manufatto è un muro comune rispetto ai soggetti partecipanti al condominio e dunque tra le stesse parti in causa, per cui l'art. 904 c.c. non è applicabile alla fattispecie. E ove anche si desse rilievo alla circostanza che il C. è proprietario del terreno confinante con quello condominiale, sarebbe decisiva la circostanza che tra condomini, nel conflitto tra norme sulle distanze e norme regolatrici i rapporti condominiali, sono queste ultime a prevalere. Con il terzo motivo si denuncia l'omessa e insufficiente motivazione circa un punto decisivo della controversia e la violazione dell'art. 111 Cost., comma 1 e dell'art. 132 c.p.c., lamentando che sentenza impugnata non risponde ai requisiti esistenza, sufficienza e logicità che la motivazione, quale esternazione dell'iter logico e intellettivo della decisione, deve possedere. Con il quarto motivo è dedotta, per le medesime ragioni di cui sopra e in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 4 la nullità della sentenza, non essendo possibile identificare il procedimento logico ch vi è alla base. Il quinto motivo denuncia la violazione dell'art. 112 c.p.c., sempre in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 4 per non avere il giudice di merito considerato che non avendo il C. contestato la perizia prodotta dagli attori, nella quale risulta affermata la natura comune del muro, nè avendo contraddetto le altre produzioni documentali inerenti all'esistenza delle tabelle millesimali e all'avvenuta ripartizione delle relative spese, la comunanza del muro doveva ritenersi fatto pacifico" Cassazione civile, sez. II, 10/06/2011, n. 12864 Biagioni ed altro c. Cioni Giust. civ. Mass. 2011, 6, 890

il Supremo Consesso, così superate le seguenti questioni preliminari,

"in via pregiudiziale va respinta l'eccezione d'inammissibilità del ricorso la per mancata indicazione, prevista dall'art. 366 c.p.c., comma 1, n. 1), della parte "convenuta" (rectius, resistente). Infatti, ai sensi dell'art. 366 cod. proc. civ., il ricorso per cassazione è inammissibile qualora manchi o vi sia incertezza assoluta sull'identificazione delle parti contro cui esso è diretto; ai fini dell'osservanza della norma predetta, non è necessario che le relative indicazioni siano premesse all'esposizione dei motivi di impugnazione o che siano altrove esplicitamente formulate, essendo sufficiente, analogamente a quanto previsto dall'art. 164 cod. proc. civ., che esse risultino in modo chiaro e inequivoco (e non, dunque, ingannevole), anche se implicitamente, dal contesto del ricorso, nonchè dal riferimento ad atti dei precedenti gradi di giudizio, da cui sia agevole identificare con certezza la parte intimata (v. Cass. n. 19286/09). Nello specifico, dal complessivo tenore del ricorso si ricava che nella presente vicenda processuale non vi è, oltre ai ricorrenti, altra parte se non il C., ripetutamente menzionato quale unico contraddittore, sicchè l'eccezione in parola è del tutto frustranea, siccome basata sull'illusoria convinzione che le norme del codice di rito si esauriscano in mere formule da ripetere e da verificare attraverso un criterio di mera sovrapposizione...omissis.... Quest'ultimo motivo, il cui esame appare prioritario, è infondato. L'onere della contestazione specifica, essendo funzionale alla determinazione dei themata decidenda et probanda, riguarda i fatti costitutivi della domanda giudiziale, non già i documenti, la cui produzione costituisce mezzo istruttorio e presuppone, pertanto, che i fatti che ne formano oggetto non siano pacifici. Ancor meno possono costituire oggetto di non contestazione le perizie di parte, che consistono in allegazioni di natura tecnica le quali, al pari delle argomentazioni difensive, servono ad illustrare le soluzioni proposte nell'interesse della parte assistita, e non già a reinscenare il meccanismo processuale previsto dall'art. 167 c.p.c., comma 1 in relazione a fatti già oggetto di precedenti ed espresse contestazioni" Cassazione civile, sez. II, 10/06/2011, n. 12864 Biagioni ed altro c. Cioni Giust. civ. Mass. 2011, 6, 890

ha ricordato come la norma dell'articolo 904 del codice civile consenta al vicino di chiudere la luce aperta nel muro, in quanto esso ne acquisti la comunione avvero costruisca in aderenza, esercitando, pertanto, le facoltà rispettivamente previste dagli articoli 874 e 877 del codice civile:

"il primo motivo è fondato, sotto il profilo del dedotto vizio motivazionale.8.1. - Dalla narrativa della sentenza impugnata si ricava che gli appellanti avevano dedotto (per quanto ancora rileva in questa sede) che 1) il muro nel quale essi avevano aperto la luce era comune all'appellato; che questi aveva eseguito la sua costruzione in appoggio e che, di conseguenza, era inapplicabile l'art. 904 c.c. invocato dal C.; 2) ulteriore ragione di inapplicabilità di tale norma era data dal fatto che quest'ultimo era partecipe al condominio, e che tale sua qualità escludeva l'applicabilità della norma citata; e 5) vi era stata lesione anche della loro proprietà esclusiva, oltre che di quella condominiale, in violazione dell'art. 1102 c.c.. Punto controverso è, dunque e innanzi tutto, la comunanza del muro nel quale B.G. e G.S. avevano aperto la luce che C.F. ha, a sua volta, chiuso erigendo la propria costruzione. Tale fatto è, altresì, decisivo, per due concomitanti ragioni. La prima è data da ciò, che il potere di chiudere le luci è attribuito dall'art. 904 c.c. al "vicino", vale a dire a un soggetto che non partecipa ab origine della proprietà del muro in cui queste sono aperte. Infatti, detta disposizione consente la chiusura della luce in quanto il vicino ne acquisti la comunione ovvero costruisca in aderenza, vale a dire esercitando le facoltà previste, rispettivamente, dagli artt. 874 e 877 c.c. E nel caso in cui il muro sia stato reso comune, la chiusura è consentita sempre che la costruzione avvenga in appoggio e consista in un edificio (cfr. Cass. n. 8671/01). La seconda deriva dal fatto che, come chiarito dalla giurisprudenza di questa Corte, le aperture lucifere che si trovano all'interno di un edificio condominiale o comunque all'interno di un complesso immobiliare integrante una proprietà condominiale, a differenza di quelle che si aprono sul fondo aperto altrui, sono prive di quella connotazione di precarietà e di mera tolleranza che caratterizza le luci contemplate negli artt. 901 - 904 c.c., con la conseguenza che esse sono sottratte alla disciplina di tali norme (con il corollario, tratto sempre da detta giurisprudenza, che in ordine alle stesse è ipotizzatole, in favore di chi ne beneficia, la possibilità di acquisto della relativa servitù per usucapione o per destinazione del padre di famiglia: Cass. nn. 12125/97 e 4117/90). La Corte fiorentina ha così motivato la decisione: "In ordine al primo motivo di appello attinente alla dedotta comunione del muro e olfatto che la costruzione era avvenuta in appoggio, si osserva che, al contrario, la costruzione oggetto di causa, come risulta dalle fotografie prodotte in causa, senza contestazioni, è avvenuta sul cortile di proprietà esclusiva dell'appellato, e che la stessa è munita di pilastrino al confine con il muro altrui che la rende autonoma, sicchè va ritenuta in aderenza e non in appoggio. Ne deriva la piena applicabilità dell'art. 904 c.c, e quindi la piena legittimità della costruzione medesima. Il motivo, in quanto infondato, va disatteso. Analogamente per il secondo motivo che si fonda sulla dedotta qualità di condomino del C. che è stata esclusa. In ordine al terzo motivo di appello, in relazione alla dedotta lesione della proprietà esclusiva, si osserva che la accertata applicabilità della norma di ui all'art. 904 c.c. esclude la lamentata lesione. Anche detto motivo, in quanto infondato, va disatteso". Siffatta motivazione deve ritenersi del tutto incongrua in rapporto alla problematica sopra individuata, in quanto esclude la proprietà del muro in questione osservando che la costruzione con la quale è stata chiusa la luce risulta eseguita su terreno di proprietà esclusiva di C.F.. Il che, però, oltre a non essere controverso, non risolve la questione, affatto diversa, se il muro stesso sia condominiale e se al condominio partecipi anche l'odierno controricorrente" Cassazione civile, sez. II, 10/06/2011, n. 12864 Biagioni ed altro c. Cioni Giust. civ. Mass. 2011, 6, 890

Nell'ipotesi in cui il muro sia stato reso comune, dunque, la chiusura della luce è consentita a condizioni che la costruzione, consistente in un edificio, avvenga in appoggio: nella specie, in effetti, la Suprema Corte ha cassato per vizio di motivazione la sentenza di merito, che aveva ritenuto legittima una costruzione in aderenza, con chiusura delle luci esistenti sul muro frontistante, per il solo fatto che tale costruzione era stata eseguita su suolo di proprietà del costruttore, ma senza previamente accertare, come invocato dall'attore, se questi fosse anche condomino del muro sul quale si aprivano le luci:

"oltre a ciò, detta motivazione appare altresì insufficiente, perchè poco perspicua lì dove si limita a richiamare l'esistenza di un "pilastrino al confine", per escludere che la costruzione di parte C. sia in appoggio, senza tuttavia chiarire la funzione edilizia e tecnico-costruttiva di tale elemento, indispensabile per comprendere come la Corte territoriale abbia tratto da tale dato la sua conclusione. L'accoglimento del predetto motivo implica assorbimento delle restanti censure. In conclusione, va accolto il primo motivo, assorbiti il secondo, il terzo e il quarto e rigettato il quinto, per cui la sentenza impugnata va cassata in relazione al motivo accolto, con rinvio ad altra sezione della Corte d'appello di Firenze, che provvederà anche in ordine alle spese del presente giudizio di cassazione. P.Q.M. LA CORTE accoglie il primo motivo, assorbiti il secondo, il terzo ed il quarto, rigettato il quinto, cassa la sentenza impugnata, in relazione al motivo accolto, con rinvio ad altra sezione della Corte d'appello di Firenze, che provvederà anche sulle spese del giudizio di cassazione. Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della seconda sezione civile della Corte Suprema di Cassazione, il 23 marzo 2011. Depositato in Cancelleria il 10 giugno 2011" Cassazione civile, sez. II, 10/06/2011, n. 12864 Biagioni ed altro c. Cioni Giust. civ. Mass. 2011, 6, 890



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