Legislazione e Giurisprudenza, Procedura penale -  Redazione P&D - 2016-03-15

CRITERI DI SCELTA DELLE MISURE CAUTELARI ED IDONEITA DELLA MOTIVAZIONE - Cass. pen. n.10/2016 - Chiara MENICATTI

La disciplina in tema di misure cautelari appare molto rigorosa in ragione della protezione della libertà personale costituzionalmente garantita; le prescrizioni legali previste agli artt. 273-274-275 c.p.p. da sole, non sono sufficienti per giustificare l"adozione da parte del Giudice di una misura rispetto ad un"altra, soprattutto quando la stessa è di natura coercitiva.

Occorre dimostrare concretamente che la prescrizione della medesima sia il frutto di un processo logico giuridico che elimini a tappe la possibilità di adottare misure meno afflittive.

Nel disporre la custodia cautelare in carcere, nel rispetto dell"art. 275 comma 3 e 3-bis c.p.p., occorre che il Giudice elargisca specifiche motivazioni dell"inidoneità delle altre misure  nonché degli arresti domiciliari con le relative procedure di controllo elettronico.

Queste motivazioni si possono desumere attraverso una copiosa descrizione di tutte le componenti del presunto reato commesso e da elementi specifici legati al caso concreto dal quale emerge che le esigenze cautelari possono essere soddisfatte solo ed esclusivamente con la custodia cautelare in carcere senza ricorrere a motivazioni apparenti ed eventuali asserzioni arbitrarie e prive di riscontri fattuali.

Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 2 dicembre 2015 – 4 gennaio 2016, n. 10 - Presidente Conti – Relatore Calvanese

Ritenuto in fatto

1. Con ordinanza del 4 giugno 2015, il Tribunale del riesame di Torino, in parziale riforma dell'ordinanza del Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Torino che aveva applicato a C.E. , G.L. , H.T. , M.P. e P.M. la misura cautelare della custodia in carcere per il delitto di resistenza a pubblico ufficiale aggravata, ha sostituito a G. la misura cautelare con quella degli arresti domiciliari, con divieto di comunicazione, e ha rigettato nel resto le impugnazioni.

Secondo la ricostruzione operata dai Giudici di merito, gli indagati, insieme ad altre persone non ancora identificate, parzialmente travisati con cappucci e sciarpe, avrebbero con violenza cercato di liberare alcuni cittadini extracomunitari clandestini fatti salire dalla Polizia su un mezzo per accompagnarli in Questura; ne sarebbe seguita una carica di alleggerimento della Polizia alla quale i manifestanti avrebbero reagito, sferrando calci e pugni in direzioni degli agenti.

Il Tribunale, quanto alle esigenze cautelari, ha ritenuto sussistente un rilevante pericolo, concreto e attuale, di recidiva specifica, desunto dall'assenza di remore degli indagati ad ostacolare, facendo uso di violenza, l'attività istituzionale della Polizia e dai plurimi precedenti per reati motivati da un analogo movente ideologico (Carretto: una condanna non definitiva per reati di cui agli artt. 336, 339 e 610 cod. pen., nonché pendenze ex artt. 628, 633, 659 e 703 cod. pen.; G. : una condanna non definitiva per reati di cui agli artt. 336, 337, 610, 340, 612 e 635 cod. pen., nonché pendenze ex artt. 337, 339, 582, 628, 635 cod. pen.; H. : una condanna non definitiva per blocco stradale, pendenze ex artt. 336, 56, 610, 614, 635, 639, 659, 703, cod. pen., nonché art. 4 l. 110/1975; 37, 339, 582, 628, 635 cod. pen.; M. : cinque condanne non definitive per reati di cui agli artt. 337, 582, 610, 614, 639 cod. pen., nonché pendenze per fatti analoghi, una condanna definitiva per ingiurie; P. : pendenze per reati di cui agli artt. 337 e 582 cod. pen., tra le quali una condanna non definitiva, e per reati di cui agli artt. 336, 339 e 635 cod. pen.).

Quanto alla scelta della misura, il Tribunale ha confermato la misura intramuraria per H. , M. e P. , i quali, oltre aver subito plurime esperienze giudiziarie e restrittive, al momento dei fatti erano sottoposti alla misura dell'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria per identici reati (nella specie, per opposizione ad un ufficiale giudiziario in sede di esecuzione di sfratto). Secondo il Tribunale, alla luce dei precedenti specifici e della gravità della condotta, per costoro non era applicabile l'art. 275, comma 2-bis cod. proc. pen..

Per C. e G. il Tribunale ha ritenuto invece adeguata la misura domiciliare, peraltro applicabile solo a quest'ultimo, non avendo la C. fornito alcuna disponibilità in ordine ai luoghi di esecuzione della misura.

2. Avverso la suddetta ordinanza, ricorre per cassazione il difensore degli indagati, con un unico atto, articolando tre motivi di annullamento e segnatamente:

- la violazione dell'art. 275, comma 1, 3 e 3-bis cod. proc. pen. e vizio della motivazione: la motivazione dell'ordinanza impugnata, in ordine alla scelta delle misure da applicare, risulterebbe contrastare con il dettato normativo ed essere carente ed illogica, riducendosi a mere formule di stile o ad asserzioni arbitrarie e prive di riscontri fattuali;

- la violazione dell'art. 275, comma 2-bis cod. proc. pen. e vizio della motivazione: la valutazione prognostica sull'irrogazione di una pena detentiva superiore ai tre anni risulterebbe illogica e non agganciata ai parametri di cui all'art. 133 cod. pen.;

- la violazione dell'art. 280, comma 2 cod. proc. pen. e vizio della motivazione: la previsione della misura accessoria per il G. del divieto di comunicazione risulterebbe motivata in modo apparente, con l'esigenza di recidere legami con ambienti devianti, oltre che illogico, posto che il reato in esame è "di strada" frutto di scelte estemporanee.

Considerato in diritto

1. I ricorsi proposti sono infondati e devono essere rigettati per le ragioni di seguito illustrate.

2. La valutazione dell'adeguatezza della misura applicata è sostenuta da un adeguato apparato argomentativo, privo di vizi logici o giuridici.

Il Tribunale, dopo aver indicato, in relazione alle singole posizioni di tutti gli odierni ricorrenti, gli elementi sintomatici in termini di concretezza ed attualità di un rilevante pericolo di recidiva specifica, ha ritenuto indispensabile per H. , M. e P. la misura cautelare carceraria, esponendo gli elementi specifici inerenti al fatto, alle sue motivazioni ed alla personalità degli indagati - come sintetizzati in premessa - che indicavano quest'ultimi come propensi all'inosservanza di più attenuati presidi cautelari.

Va ribadito il principio di diritto in tema di scelta delle misure cautelari, secondo cui, ai fini della motivazione del provvedimento relativo alla misura della custodia cautelare in carcere, non è necessaria un'analitica dimostrazione delle ragioni che rendono inadeguata ogni altra misura, ma è sufficiente che il giudice indichi, con argomenti logico-giuridici tratti dalla natura e dalle modalità di commissione dei reati nonché dalla personalità dell'indagato, gli elementi specifici che inducono ragionevolmente a ritenere la custodia in carcere come la misura più adeguata al fine di impedire la prosecuzione dell'attività criminosa, rimanendo, in tal modo, assorbita l'ulteriore dimostrazione dell'inidoneità delle altre misure coercitive (Sez. 5, n. 51260 del 04/07/2014, Calcagno, Rv. 261723).

Per C. , la scelta della misura carceraria, come si legge nell'ordinanza impugnata, è stata resa necessaria, come prevede l'art. 275, comma 2-bis, cod. proc. pen., dalla circostanza che la predetta non disponeva di un domicilio idoneo per gli arresti domiciliari (Sez. 2, n. 3429 del 20/12/2012, dep. 2013, Di Mattia, Rv. 254777).

Quanto,infine, a G. nessun motivo è avanzato nel ricorso specificamente alla sua posizione, che pertanto sul punto appare inammissibile per genericità.

3. Il secondo motivo è infondato, in quanto i limiti di applicabilità della misura della custodia cautelare in carcere previsti dall'art. 275, comma 2-bis, secondo periodo, cod. proc. pen. (testo introdotto dal D.L. 26 giugno 2014, n. 92, convertito con modificazioni dalla legge 11 agosto 2014, n. 117) possono essere superati dal giudice qualora ritenga, secondo quanto previsto dal successivo comma terzo, prima parte, della norma citata, comunque inadeguata a soddisfare le esigenze cautelari ogni altra misura meno afflittiva (Sez. 3, n. 32702 del 27/02/2015, Jabbar, Rv. 264261).

4. Il terzo motivo, avanzato dal solo G. , non è fondato, in quanto il divieto di comunicazione con persone non conviventi imposto a quest'ultimo è sufficientemente giustificato, con percorso logico e lineare, dal Tribunale con l'obiettivo di eliderne la specifica tendenza recidivante proprio nel contesto in cui l'azione delittuosa si era sviluppata e sul quale l'ordinanza impugnata ha ampiamente motivato nella ricostruzione dei fatti.

5. Conclusivamente i ricorsi devono essere rigettati con le conseguenze di legge.

P.Q.M.

Rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.



Autore

immagine A3M

Visite, contatti P&D

Nel mese di agosto 2020 Persona & Danno ha registrato oltre 241.000 visite.

Articoli correlati