Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Bernicchi Francesco Maria - 2016-01-13

CRITICA L'AVVOCATO: NON SEMPRE TRATTASI DI INGIURIA - Cass. Pen. 451/2016 - F.M. BERNICCHI

Diritto penale

Ingiuria: elemento oggettivo e soggettivo

Critica del cliente verso il proprio avvocato e condotta al limite dell'ingiuria.

Si prende in esame una recente sentenza della Corte di Cassazione (sez. V Penale, sentenza 13 luglio 2015 – 8 gennaio 2016, n. 451) relativa al reato di ingiuria e i suoi elementi costituitivi nella fattispecie concreta.

Il fatto, in breve: con sentenza del 23/07/2013 il giudice di pace di Firenze condannava, previo riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, alla pena di euro 800,00 di multa G.M.G., avendola ritenuta responsabile del reato di ingiuria nei confronti dell'avvocato D.C., alle cui richieste di pagamento, erano seguite una serie di email, nella quale la G. aveva, tra l'altro, scritto "È scandaloso, il suo comportamento. Dove vuole arrivare?... Si vergogni ad insistere".

L'imputato, per mezzo del suo difensore, proponeva ricorso per Cassazione contro questa condanna lamentando i vari motivi tra cui due specifici riguardanti l'elemento oggettivo e soggettivo necessari per il configurarsi della fattispecie di reato:

- il primo motivo si lamentano violazione di legge e vizi motivazionali, quanto all'elemento oggettivo dei reato, rilevando che le espressioni contestate, rispettose del limite della continenza, lungi dall'essere ingiuriose, esprimevano semplicemente una critica all'operato del difensore, nell'ambito del rapporto professionale;
- con il secondo motivo, si lamentano violazione di legge e vizi motivazionali, quanto all'elemento soggettivo del reato, sottolineando l'assenza di prova della finalità ingiuriosa perseguita;

I giudici di Piazza Cavour, in modo marcato e deciso, prendono in considerazione soltanto il primo motivo ritenendolo fondato e assorbente gli altri.

Infatti, in tema di ingiuria, la nozione di onore è relativa alle qualità che concorrono a determinare il valore di un determinato individuo, mentre quella di decoro si riferisce al rispetto o al riguardo di cui ciascuno, in quanto essere umano, è comunque degno (Sez. 5, n. 34599 del 04/07/2008 - dep. 03/09/2008, Camozzi, Rv. 241346).

Deve, inoltre, ribadirsi che è principio di pacifica acquisizione giurisprudenziale che, ai fini dei l'apprezzamento della valenza lesiva di determinate espressioni, le stesse debbano essere contestualizzate, ossia rapportate al contesto spazio­temporale nel quale siano state pronunciate, tenuto altresì conto dello standard di sensibilità sociale dei tempo (v., ad es., Sez. 5, n. 10420 del 15/11/2007 - dep. 06/03/2008, Riccardi, Rv. 239109).

Proprio nel contesto del rapporto professionale, va apprezzata la portata delle frasi adoperate, che, si ripete, senza trascendere in gratuiti attacchi alla persona dell'interlocutore, manifestano solo il dissenso rispetto alla richiesta avanzata dal difensore per il pagamento del proprio compenso.

In sostanza, dunque, non si ravvede nel caso concreto, il carattere ingiurioso delle espressioni utilizzate dal cliente insoddisfatto dal legale.

Le locuzioni utilizzate, infatti, ben possono essere sussunte in un rapporto tra cliente e libero professionista che, tuttavia, mai può trascendere i limiti imposti dalla norma penale.

Ne discende che la sentenza va annullata senza rinvio perché il fatto non sussiste, con conseguente assorbimento dei restanti motivi di ricorso.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata, perché il fatto non sussiste.



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