Legislazione e Giurisprudenza, Onore, decoro, reputazione -  Peron Sabrina - 2015-01-23

CRONACA GIUDIZIARIA E SEGRETO ISTRUTTORIO Cass. civ., 838/2015 – Sabrina PERON

Nella sentenza che qui si pubblica la Cassazione ha anzitutto affermata la «possibilità di fondare una pretesa risarcitoria sul reato di pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale previsto all'art. 684 c.p. (che sanziona "chiunque pubblica, in tutto o in parte, anche per riassunto o a guisa di informazione, atti o documenti di un procedimento penale, di cui sia vietata per legge la pubblicazione"), a prescindere dal fatto che vi concorra o meno la diffamazione. In proposito viene richiamata Cass. Pen. n. 17051/2013 che evidenzia l'autonomia della tutela fondata sulla violazione delle norme concernenti il segreto su atti processuali rispetto a quella correlata alla diffamazione».

Ribadisce poi che il reato previsto «dall'art. 684 c.p. "costituisce, pacificamente, reato plurioffensivo... in quanto diretto a tutelare nella fase istruttoria, - la dignità e la reputazione di tutti coloro che, sotto differenti vesti, partecipano al processo" (Cass. Pen. n. 17602/2013), oltrechè a garantire l'"interesse dello Stato al retto funzionamento dell'attività giudiziaria" (Cass. Pen. n. 42269/2004; cfr. Cass. Pen. n. 17051/2013)».

Rileva, infine, che le «disposizioni dell'art. 114 c.p.p., - che delimitano l'ambito del divieto di pubblicazione e che valgono ad integrare il precetto della norma penale (Cass. Pen. n. 10948/1995) - disegnano un sistema che stabilisce - al comma 1 - il divieto assoluto di pubblicazione "anche parziale o per riassunto... degli atti coperti dal segreto istruttorio o anche solo del loro contenuto" e che - ai commi 2 e 3 - estende il divieto di pubblicazione, "anche parziale", agli atti non più coperti dal segreto ma relativi ad un procedimento ancora in corso, pur facendo salva - al comma 7 - la possibilità della "pubblicazione del contenuto di atti non coperti dal segreto"».

In virtù di tali assunti, la Cassazione ha ritenuta non corretta la conclusione cui era pervenuta la Corte di merito circa la «liceità della pubblicazione "parziale" di atti che, ancorché non più coperti dal segreto, erano tuttavia pubblicabili unicamente nel loro contenuto, in quanto tale liceità è stata ancorata al dato quantitativo della "limitatezza" della trascrizione». In proposito la Corte ha osservato che il dato quantitativo della limitatezza non solo è del tutto estraneo alla previsione dell'art. 114 c.p.p., ma non appare neppure idoneo a soddisfare le esigenze sottese all'intera disciplina».

La Suprema Corte ha altresì censurato la contraddittorietà fra l'affermazione, sostenuta dalla Corte d"appello, che «individuava il fondamento del divieto nell'esigenza di garantire l'assenza di condizionamenti nei confronti del giudice dell'eventuale futuro dibattimento», con quella che, al tempo stesso, «consente comunque a tale condizionamento di operare tramite una pubblicazione parziale che - per quanto limitata nell'estensione - potrebbe comunque risultare di rilevante significato». Osservando in particolare, quanto al dato quantitativo, come non si rinvenga nella «norma alcuna deroga che consenta le trascrizioni di brani di limitata estensione»; e precisando altresì come non possa sostenersi l"assunto che le «citazioni testuali di alcuni atti fossero, nel caso, consentite per il fatto che non estendevano la conoscenza del lettore oltre il limite del contenuto degli atti stessi ed erano, comunque, funzionali alla migliore comprensione della vicenda». Ad avviso della Corte «si tratta, a ben vedere, di caratteristiche proprie di qualunque trascrizione di atti (a prescindere dall'estensione), che non possono pertanto valere a derogare alla previsione generale e ad individuare - nell'ambito degli atti non più segreti, ma pubblicabili solo nel contenuto - ipotesi di atti che possono, comunque, essere parzialmente pubblicati».



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