Articoli, saggi, Procedura penale -  Giovanni Sollazzo - 2016-01-23

D.LGS N. 32/14: PRIME APPLICAZIONI DELL ART. 143 C.P.P., GIURISPRUDENZA- Carol COMAND

- Traduzione degli atti

- modifiche normative introdotte dal d.lgs 4 marzo 2014, n. 32

- giurisprudenza

Il diritto all"interprete ed alla traduzione di atti fondamentali.

Per regola generale, gli atti del procedimento penale sono compiuti in lingua italiana; a ragione di ciò, il codice di procedura, disciplina in apposito titolo, la traduzione degli atti al fine di rendere possibile la partecipazione al procedimento dei soggetti indagati o imputati che non conoscono la lingua in cui esso si svolge.

L"art. 143 c.p.p., rubricato diritto all"interprete e alla traduzione di atti fondamentali, dispone che, l"imputato alloglotto (o meglio, che non conosce la lingua italiana), ha diritto di farsi assistere da un interprete al fine di:

- comprendere l"accusa formulata contro di lui

- seguire il compimento degli atti e lo svolgimento delle udienze cui partecipa.

Il medesimo soggetto, si legge nel 1°comma cpv, ha diritto all"assistenza di un interprete, inoltre, in caso di comunicazioni con il difensore:

- prima di rendere interrogatorio

- al fine di presentare memorie o richieste durante il corso del procedimento.

L"attuale formulazione della norma, non certo una mera copia della precedente ma, con maggiore flessibilità, disciplina diversi casi nei quali l"imputato (o indagato) ha diritto all"interprete ed esplicita che, nei medesimi (ove risulti), esso ha altresì diritto alla traduzione di determinati atti quali:

- l"informazione di garanzia

- l"informazione sul diritto di difesa

- i provvedimenti che dispongono misure cautelari personali

- l"avviso di conclusione delle indagini preliminari

- i decreti che dispongono l"udienza preliminare e la citazione a giudizio

- le sentenze ed i decreti penali di condanna.

Uno sguardo superficiale consente di affermare che, nonostante le modifiche apportate, quella relativa al diritto all"interpretazione o alla traduzione, si risolve pur sempre in una questione procedurale volta ad evitare concreti pregiudizi, che di norma viene affrontata in relazione a validità od efficacia di atti processuali anche se può dare luogo a semplici istanze, risolvibili "incidenter tantum" dall"organo procedente.

L"assistenza.

Il riconoscimento legislativo del diritto all"assistenza mira infatti a garantire l"esercizio dei diritti processuali nel rispetto del "pieno contraddittorio", il quale, si ritiene, non possa prescindere dal diritto dell"accusato a comprendere i termini dell"accusa ed a seguire gli atti del procedimento, esercitando altresì la facoltà di parteciparvi mediante l"assistenza di un interprete, in grado di fornirgli una "percezione comune del dato linguistico".

Recependo le istanze sovranazionali, peraltro, il ruolo di quest"ultimo si inscrive sempre più nella categoria dei soggetti coadiuvanti la difesa, piuttosto che fra gli ausiliari dell"autorità giudiziaria.

E" lo Stato - si legge fra gli atti rilasciati ai fini dell"approvazione del recente decreto legislativo, secondo il principio da questo introdotto, in virtù delle modifiche estese anche al T.U. spese di giustizia -, che si impegna a garantire gratuitamente il diritto all"assistenza ed all"interprete.

La traduzione.

Il rilievo della mancata conoscenza della lingua e la disposizione dell"assistenza   di un interprete durante il procedimento - ad es. nell"udienza di convalida dell"arresto ed applicazione di misure cautelari - non comporta necessariamente la traduzione dei successivi provvedimenti del giudice, attualmente garantita anche dal legislatore.

Stante il dato testuale, ci si deve infatti trovare in uno dei casi contemplati nel comma 1 e, inoltre, si rileva che sia stata una precisa scelta del legislatore quella di "non sanzionare espressamente l"omessa traduzione" e  di non sancirne espressamente la nullità, "tenuto conto altresì della finalità della norma", che è quella dell"esercizio dei diritti e delle facoltà di difesa.

La mancata traduzione di uno dei provvedimenti in elenco nonostante sia già emerso il deficit del destinatario non consentendo a questi l"esercizio di determinati diritti di difesa, può giungere a determinare un vizio genetico inquadrabile fra le nullità assolute.

D"altra parte, in giurisprudenza si è affermato che nei casi in cui si tratti di decisione, sia prima che dopo l"entrata in vigore del d.lgs n. 32/14, il non aver tradotto l"atto, non integra un"ipotesi di nullità.

In questa ipotesi, si afferma con maggior vigore che la nullità non attenga alla struttura dell"atto e si ribadisce che, solamente ove la non avvertita esigenza di traduzione leda i diritti del soggetto interessato, ciò possa comportare una nullità  che per la maggior parte dei casi è c.d. di ordine generale, a carattere intermedio.

Con riferimento al decreto di citazione, ad esempio, si è affermato trattarsi di nullità sanabile dal silenzio mantenuto dalla difesa, nel corso del giudizio di primo grado.

Giurisprudenza: Cass. Pen. sez. VI, n. 47514/15; Cass. pen., sez. I n. 51061/15, Cass. pen. sez. VI, n. 45457/15; Cass. pen. sez. I, n. 51061/15, Cass. pen., sez. VI, 47896/14; Cass. pen. sez. IV, n. 44421/15.

Le nullità sanabili.

La mancata consegna, in forma scritta, della comunicazione di cui all"art. 386 co. 1 bis. c.p.p., è stata annoverata fra le nullità di ordine generale a regime intermedio, e dunque sanata dalla mancata eccezione, da parte del difensore, in occasione dell"udienza di convalida dell"arresto o del fermo (argomentando ex artt. 380 e 382 c.p.p.).

Anche in relazione alla richiesta di riesame, si ritiene che questa abbia effetti sananti della nullità per omessa traduzione dell"ordinanza dispositiva.

La possibilità che, il provvedimento rimanga sanato da una mancata o tardiva deduzione, sollevabile con i motivi di gravame, comporta che la formulazione di ulteriori e tempestive eventuali doglianze da parte del difensore sortisca tale effetto, seppure non perseguito.

A questo proposito, in giurisprudenza, si è affermato che dalla correlazione tra decisione ex art. 571 c.p.p., "discende che spetta in via esclusiva all"imputato alloglotta - e non al suo difensore - la facoltà di rilevare la violazione dell"obbligo di traduzione della sentenza".

D"altra parte, ancora in giurisprudenza e con riferimento alla nuova formulazione dell"art. 143 comma 2 c.p.p., si è osservato che "in nessun caso, la mancata traduzione potrebbe essere ritenuta un"ipotesi di nullità" essendo il regime delle invalidità regolato dalla legge ed essendo le ipotesi di nullità tassative (fattispecie nella quale si è ritenuto che la Corte fosse al più tenuta ad accogliere l"eventuale richiesta di traduzione della sentenza, con conseguente slittamento della decorrenza dei termini di impugnazione).

Giurisprudenza: Cass. pen. ,sez. VI, n. 45942/15, Cass. pen., sez. VI n. 45737/15, Cass. pen. sez. III, n. 10211/15; Cass. pen. sez. VI, n. 45457/15; Cass. pen. sez. IV, n. 44140/15.

Inefficacia relativa del provvedimento.

Può invece darsi che la disposta traduzione sia tardiva, ovvero che la necessità di questa emerga solo in seguito all"emanazione del provvedimento.

Fermo l"obbligo di traduzione, la sua eventuale violazione non attiene ad un"invalidità dell"atto inquadrabile fra le nullità ma, premessa la sua validità, questo risulterà meramente inefficace nei confronti dell"interessato, il quale potrà, a fronte della disposta traduzione, essere rimesso in termini per fini difensivi quali l"impugnazione del provvedimento.

"Dal momento che impedisce al diretto interessato di prendere contezza delle ragioni poste a fondamento della condanna - con accesso alle motivazioni senza il filtro della difesa tecnica (…) l"omessa traduzione ha dunque l"effetto - unico - di sospendere o comunque dilazionare il termine per proporre impugnazione in capo all"imputato -" il quale decorrerà dal momento in cui la motivazione della decisione sarà messa a disposizione dell"imputato.

Giurisprudenza: Cass. pen. sez. I, n. 51061/15;  Cass. pen., sez. VI, n. 45457/15.

L"accertamento.

Nell"art 143 co. 4 si dispone che l"accertamento sulla conoscenza della lingua italiana sia compiuto dall"autorità giudiziaria, esso costituisce un"indagine di mero fatto che spetta al giudice di merito, il quale può trarre plausibili inferenze da diversi rilievi, fra i quali:

- durata pluriennale della permanenza dello straniero nello Stato

- elementi risultanti dagli atti di p.g.

- eventuali approfondimenti.

Nel medesimo articolo si stabilisce che, tale circostanza (la conoscenza della lingua italiana) sia presunta solo per coloro che possiedono la cittadinanza italiana, ponendo eventuali oneri in capo all"organo giudicante.

Constatato il possesso di una diversa cittadinanza ragionevolmente si ritiene che egli debba trovare dei "riscontri fattuali che rendano coerente con la realtà" la prognosi di conoscenza della lingua italiana.

La necessità dell"accertamento potrebbe, d"altra parte, emergere nel corso del procedimento, ovvero essere espressamente dedotta dallo stesso interessato; la cui richiesta, acquisita quale dimostrazione di ignoranza, potrebbe divenire pretesa legittima, ove non "superata da opposte emergenze".

Non si rivela dirimente, a questo proposito, il non aver avvertito l"esigenza dell"assistenza di un interprete, durante il corso del procedimento, sino a conclusione del primo grado di giudizio e l"eventuale errore commesso dal giudicante non è soggetto ad autonoma impugnazione.

Inoltre, ove il giudice abbia motivato con argomentazioni esaustive e concludenti la negazione della sussistenza del diritto all"interprete ed alla traduzione, il relativo accertamento sfugge al sindacato di legittimità, pur essendo ivi astrattamente ipotizzabile la deduzione di vizi procedurali riferibili alla sentenza di secondo grado.

Giurisprudenza: Cass. pen. sez. I, n. 8562/15; Cass. pen., sez. V, n. 52245/14; Cass. pen., sez. F, n. 44016/14; Cass. pen. sez. V, n. 7698/15; Cass. pen., sez. IV, n. 1820/15; Cass. pen., sez. III, n. 6286/15; Cass. pen. sez. I, n. 2263/15; Cass. pen. sez. IV, n. 50081/15; Cass. pen., sez. VI, n. 44126/15; Cass. pen. sez. II, n. 38164/15.

Con particolare attenzione alla giurisprudenza successiva al d.lgs n. 32/14.

Ove non integri una nullità, la questione relativa all"accertamento per l"esercizio del diritto ad ottenere la traduzione degli atti, si inscrive, di norma, tra le questioni pregiudiziali di carattere strettamente procedurale che, sottoposte al vaglio del giudice, non giungono ad attingere il merito della causa.

Stante l"attuale formulazione dell"art. 143 co. 1 cpv. c.p.p., peraltro, la mancata conoscenza della lingua da diritto alla nomina di un"interprete, che la norma vuole gratuito, anche per le comunicazioni con il difensore precedenti l"interrogatorio o al fine di presentare richieste e memorie.

Si tratta, come ribadito dalla giurisprudenza, della ricezione di una delle norme "maggiormente innovative" della direttiva 2010/64/UE, volta a rendere effettivo il diritto di difesa mediante l"estensione del diritto all"assistenza linguistica, e che, stante il silenzio normativo, dovrà essere "attivato" dall"indagato/imputato o dal suo difensore, mediante istanza rivolta all"autorità giudiziaria procedente.

L"omissione o il ritardo nella valutazione di tale istanza non sono, sempre secondo la recente giurisprudenza, di per sé produttivi di nullità, sebbene, si ritenga concepibile che tale vizio possa colpire gli atti processuali "in vista del cui compimento l"assistenza linguistica sarebbe stata necessaria".

Giurisprudenza: Cass. pen., n. 1475/13;  Cass. pen., sez. III, n. 7056/15; Cass. pen. 31757/15; Cass. pen., sez. VI, n. 25285/15; Cass. pen., sez. VI, n. 22145/15.







































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