Fragilità, Storie, Diritti, Malati fisici, psichici -  Cendon Paolo - 2015-07-01

DA PICCOLO ODIAVO LA VERDURA – Paolo CENDON

1. Come gran parte dei giuristi della mia generazione, fino a qualche

anni fa ignoravo tutto circa i possibili rapporti tra infermità di mente

e diritto privato. Non c"era gran che sull"argomento nelle biblioteche

delle Facoltà di giurisprudenza, degli Istituti universitari che

frequentavo: e anche i rari contributi reperibili, stando ai titoli delle

opere e al nome degli autori, si annunciavano di scarso interesse.

Un giudizio sulla bontà e sull"attualità delle regole accolte nel codice

civile? Il « matto » come protagonista di atti e di fatti giuridicamente

rilevanti? Qualcosa al riguardo — c"era da credere — avrei trovato

negli scaffali in cui erano raccolti i libri di medicina legale, ma non

posso dire che mi venisse spontaneo fare una cosa del genere; e,

adesso che quelle letture le ho ormai fatte, so che sul matrimonio o

sul testamento o sulle donazioni compiute dal "folle" mi sarei

imbattuto in una serie di pagine magari suggestive, ma ferme nella

maggior parte dei casi a una visione ottocentesca, sospese fra un

clima da operetta e un crudo linguaggio da sala anatomica.

Il diritto penale, il proscioglimento per i malati di mente autori di un

reato, le perizie psichiatriche, il manicomio giudiziario? Sì, ma non

erano questioni di mia diretta competenza, non avrei saputo

professionalmente cosa dire, bastava e avanzava in proposito la

lettura dei giornali. Quanto alla legge n. 180, nessuno fra i trattati di

diritto civile ne parlava, nessuna rivista di giurisprudenza riportava

sentenze in proposito: e un silenzio cosi spesso suggeriva che

doveva trattarsi di una legge vertente esclusivamente su temi di

carattere sanitario, destinata a interessare soltanto gli psichiatri,

facendoli anzi litigare spesso fra di loro (come apprendevo

nuovamente dai giornali) per motivi che in gran parte mi

sfuggivano.

Il santuario del diritto civile non ne era comunque toccato: restavano

buone le risposte di sempre, potevo continuare a insegnare le cose

che io stesso, a vent"anni, avevo studiato sul manuale preparando

l"esame di istituzioni di diritto privato.

L"interdizione e l"inabilitazione come misure di protezione

stabilizzata. Le varie preclusioni negoziali, così apparentemente

giustificabili per un soggetto dichiarato incapace dal Tribunale. Il

tutore solerte e onnipresente, i giudici vigili e informati: la possibilità

per l"infermo di mente di far annullare i propri atti giuridici, di

sciogliersi da ogni vincolo contrattuale.

L"irresponsabilità per i danni a terzi, salvo quelli arrecati durante un

«lucido intervallo» - formula vagamente misteriosa, ma al tempo

stesso elastica e variabile, qualcosa nella cui esistenza potevo leggere

il segno della grande sapienza millenaria della mia disciplina

accademica.

2. Qualcosa cambia nel mio atteggiamento intorno al 1982. Fanno la

loro comparsa in istituto due neo-laureati in giurisprudenza, Angelo

Venchiarutti e Bruno Podbersig: hanno fatto le loro tesi su certi

aspetti dell"infermità di mente nel diritto penale, vorrebbero

continuare a studiare, mi chiedono di aiutarli a «fermarsi» in

Università. Lo meriterebbero, sono colti e sensibili, io però sono un

civilista, come fare?

C"è anche il problema dei quattrini, ossia del modo in cui retribuirli

nell"attesa che dal Ministero arrivi qualche posto di ricercatore. Il

sistema più semplice è quello di chiedere un finanziamento al C.N.R.

Nel giro di poco tempo si stende con notevole fatica un progetto

triennale di ricerca, abbastanza minuzioso, un intreccio fra categorie

sistematiche del Codice civile e improvvisate parole d"ordine in

psichiatrese, fra dogmi e movimentismo, all"insegna di un traguardo

genericamente liberatorio.

Abbiamo fortuna, nel comitato nazionale C.N.R. c"è un giurista

particolarmente attento a queste cose, Francesco Busnelli: il progetto

passa senza difficoltà, dopo un anno arriveranno i primi soldi. È

nato un gruppo.

3. Come si fa un progetto C.N.R.? Cosa va scritto sui moduli - che

sarebbe interessante approfondire?

C"è un punto, fra gli altri, che scopro appassionarmi sino in fondo, e

mi accorgo di essermene già occupato di sfuggita, in una monografia

sulla responsabilità civile di qualche anno prima: è il problema della

tutela risarcitoria della salute psichica. Oltre tutto, sono proprio nella

condizione di dover scrivere un nuovo libro, necessario per prendere

l"«ordinariato» (ossia la conferma che i professori straordinari

devono ottenere dopo tre anni dalla vittoria del concorso a cattedra):

perché non riprendere e sviluppare quegli spunti?

4. Il discorso però non è facile. Si tratta di vedere se, e in quali casi,

qualcuno che è diventato «matto» per colpa di un altro — o più

matto, comunque, di quanto non fosse in precedenza — possa

ottenere dal suo «carnefice» il risarcimento del danno.

Che la pazzia sia un male, e perciò un danno, è cosa fin troppo

evidente, e anche parlare di soldi non mi sembra proprio spregevole:

non lo è per chi abbia perso un occhio o l"uso delle gambe in un

incidente stradale, perché l"infermità di mente dovrebbe fare

differenza? I veri problemi sono altri.

Si può davvero diventare "matti" per colpa di qualcuno? E come

riuscire a dimostrarlo nel processo? Fra le mille concause da cui ogni

evento deriva, il diritto richiede per principio che il fattore

rimproverabile al danneggiante — ai fini della condanna risarcitoria

— possieda certe caratteristiche di importanza, di adeguatezza: e in

quali situazioni, su un terreno come quello dei disturbi mentali, si

potrà sostenere che ciò accada effettivamente?

Mi aiuta un poco nelle prime risposte il diritto anglo-americano: un

sistema tradizionalmente più sensibile, rispetto al nostro, ai motivi

della tutela della persona umana, ricco di esempi giurisprudenziali

significativi.

Altre ipotesi vengo scoprendole man mano. I sequestri di persona, lo

stupro, la violenza in genere, le offese all"onore e le minacce, le

lesioni anche colpose destinate a gettare la vittima in una

depressione progressiva e inguaribile, il lutto; oppure le istituzioni

che si possono definire «cattive», come il carcere, il manicomio, la

caserma, l"orfanotrofio, e magari l"ospizio, la scuola, l"ospedale, la

fabbrica —in casi limite perfino la famiglia.

È difficile dubitare qui che chi ha angariato o perseguitato il suo

prossimo, se lo psichiatra riconosce in ciò un fattore determinante

del malessere sopravvenuto, possa sfuggire alla domanda

risarcitoria.

5. C"è poi l"aspetto della quantificazione del danno. Ammesso che

qualcuno venga dichiarato responsabile per i disagi mentali inflitti

ad un altro, quale somma potrà essere pretesa a titolo di

risarcimento? Decine, centinaia di milioni, qual è in definitiva il

prezzo della follia? Che parametri suggerire al giudice per il calcolo?

Anche qui non è semplice rispondere: al di là dell"infinita varietà dei

casi singoli, sarà già molto spiegare però — mi sembra — quanto

profonde e numerose possano essere, in generale, le ripercussioni

quotidiane di una circostanza come la perdita del senno. Ancor più

serie, per tanti versi, rispetto agli inconvenienti di una menomazione

puramente somatica: non è peggio il più delle volte (più invalidante)

il fatto di smarrire la ragione, che non il perdere l"uso di un braccio o

di una gamba?

Il problema, in sostanza, è dare corpo a certe formule generiche del

codice, specificando cosa siano in quest"ipotesi il danno

«patrimoniale», il danno «morale», il danno «biologico». Occorre

insomma cominciare a leggere, e non più solo cose di diritto: fino a

quel momento avevo pensato, e sperato francamente, di evitare di

farmi cadere addosso un"intera biblioteca di psichiatria; è chiaro

invece come ciò non sia possibile. Dove cercare però informazioni?

Comincio investigando fra le librerie personali che alcuni medici e

studiosi di Trieste — Franco Rotelli, Mario Reali, Giovanna Gallio,

Maria Grazia Giannichedda, Vincenzo Pastore — mettono

gentilmente a mia disposizione, e la ricerca continua poi altrove,

nelle biblioteche universitarie, presso le varie raccolte pubbliche,

tutto quello che riesco a trovare in città. Confusamente, un po"

affannatamente.

La psichiatria italiana degli ultimi decenni, specialmente quella

legata alla genesi della l. 180, poi quella straniera, le opere classiche,

su su fino a Kraepelin, a Esquirol e a Pinel; la sociologia delle

malattie mentali, la fenomenologia, la storiografia del manicomio: e

via via la psichiatria sociale, l"epidemiologia, la psicanalisi, Palo

Alto, la medicina legale, le cento branche e sottodiscipline di cui

all"inizio ignoravo perfino l"esistenza.

È quasi un"immersione senza fine: apro, consulto, scorro o divoro, a

seconda dei casi, 1.500 fra libri e articoli nel giro di sei mesi, e si può

dire che tutti gli ultimi capitoli del libro, specialmente nelle note, fra

mille incertezze e correzioni, finiscano per scriversi da soli.

Il danno raccontato nei dettagli: le spese da affrontare cioè per le

psicoterapie, le ripercussioni nell"ambito domestico, la diminuzione

o la perdita della capacità di lavoro, l"emarginazione professionale

determinata dal «marchio della follia», le preclusioni legali, le turbe

o il tramonto della creatività, le difficoltà di amministrare al meglio

il proprio patrimonio.

E poi ancora — come voci del danno morale (ed "esistenziale"

comincio a capire) — la solitudine improvvisa e crescente, il distacco

forzato da tante cose, la dipendenza rispetto a quasi tutti,

l"impossibilità di difendersi da altri mali, la crisi della famiglia, la

distruzione dei rapporti d"amore, in molti casi una rinuncia al sesso.

Quando decido di fermarmi, per riordinare i quaderni di appunti, mi

accorgo di aver lavorato oltre un anno di seguito; non resta ormai

che rifinire certi passaggi e battere a macchina ogni cosa. Passeranno

così altri due mesi, poi la consegna delle pagine al Mulino di

Bologna, poi la correzione delle bozze. Il libro ("Il prezzo della follia")

esce nel settembre del 1984.

6. Il periodo successivo non lo trascorrerò così accanitamente in

biblioteca. Accadono varie cose. Faccio conoscenza con una

studentessa della facoltà di medicina (e laureanda in psichiatria),

Sabrina Paterniti, che ha lavorato due anni presso un Centro di

salute mentale di Trieste, e che mi racconta per filo e per segno in

cosa consista l"attività svolta dagli operatori, quotidianamente.

Incontro altri psichiatri, e sono cronache che arricchiscono sempre

più il quadro.

Non si tratta — ecco la scoperta — di semplici benzodiazepine, di

psicoterapie o di colloqui, di neurolettici da distribuire, di cure in

senso stretto. C"è spesso, per il personale dei Servizi, la necessità di

fronteggiare le evenienze di ordine pratico (grandi e piccole) che

intervengono nella vita dell"utente, di ricomporle in qualche modo:

questioni di famiglia o di lavoro, magari un appartamento da

prendere in affitto, la pensione da riscuotere, il libretto di risparmio,

oppure le rate in sospeso, un"eredità da accettare, un danno da

risarcire o da transigere.

Problemi giuridici insomma. Quasi nessuno dei pazienti è interdetto,

spesso i familiari non esistono, e in questi casi cosa si può fare se

l"infermo di mente — come accade talvolta — non può o non vuole

compiere un atto giuridico che pure gli sarebbe necessario, o lo

rinvia di continuo, oppure mostra sistematicamente di

dimenticarsene?

Anche per chi è interdetto o inabilitato, d"altra parte, non tutto

funziona sempre come dovrebbe, anzi le cose possono complicarsi,

soprattutto nei casi in cui il tutore sia un tecnico che è stato nominato

dal giudice per ragioni di competenza professionale, e che vive però

lontano dall"ambiente del malato, che non ne conosce i bisogni, che

spesso è difficilmente avvicinabile dagli stessi assistenti sociali.

Il c.d. lato « attivo » dell"infermo di mente, insomma, con i suoi nodi

peculiari: l"individuo guardato non più - cioè - come vittima

dell"altrui cattiveria o stolidità (donde poi la caduta nella follia),

bensì come soggetto il quale vorrebbe assumere iniziative che siano

in grado di assecondare la sua personalità, capaci di farlo diventare

più stimato e più felice; di renderlo meno povero, meno inutile,

meno solo.

Proprio questo, mi pare, è il significato ultimo di una legge come la

n. 180: perché altrimenti aver mandato qualcuno fuori dal

manicomio, in mezzo ai suoi simili?

7. Occorre mettere in discussione, verosimilmente, un"ampia serie di

istituti giuridici: non cioè limitarsi a suggerire applicazioni più

coraggiose di una determinata norma (quella sulla responsabilità per

i danni, com"era il caso della prima ricerca), ma interrogarsi sulla

bontà stessa delle regole del gioco, così come risultano dal nostro

codice civile — un testo che è stato emanato nel 1942, in piena epoca

manicomiale, e che mostra i segni di quella cultura e provenienza.

Il ventaglio di questioni è però intricato, multiforme, molto cammina

sul filo delle sfumature. Si può, mentre si pensa al bene del malato,

non tenere in conto gli interessi magari confliggenti di chi gli vive

intorno, come i terzi, i familiari, gli eventuali creditori? Uguaglianza

significa precetti uguali anche per individui diversi? Libertà, per chi

è fragile, per chi può non farcela talvolta, vorrà dire rinuncia ad ogni

forma di supporto?

Neanche gli psichiatri più "arrabbiati" hanno mai sostenuto

posizioni del genere: e d"altro canto, a seconda delle circostanze e

delle persone, occorrerebbe poter scegliere fra soluzioni volta a volta

differenti, poter contare cioè su più modelli nell"astratta previsione

della legge: qui ad esempio — per quel tipo di atti, per quel certo

sofferente — un"assoluta parificazione di statuto rispetto ai sani di

mente, là invece un"assistenza legale più continua, là ancora le

risorse di una salvaguardia intermittente o periodica.

Diventa sempre più evidente che ritoccare la trama codicistica non è

poi tanto semplice - ed è chiaro, comunque, che farlo da soli sarebbe

un"impresa impossibile. Occorre pensare a un convegno.

Un convegno. La sua preparazione — fra riunioni in Istituto, messa a

punto delle giornate, ricerca dei soldi, presa di contatto con studiosi

italiani e stranieri, stesura della relazione di base — occuperà le mie

forze per tutto il periodo fra l"estate del 1985 e la primavera del 1986.

8. Si tratta, per la verità, del secondo convegno organizzato a Trieste

sulla normativa dell"infermità di mente (quello precedente, indetto

insieme a Franco Rotelli, con il titolo «Incapacità di intendere e

volere», si era tenuto nel febbraio del 1984 in Università), ma è il

primo che cerchi di affrontare, a 360 gradi, tutti i crinali privatistici

della "follia". Ed anche per la prestigiosità dei relatori invitati, e per

il numero degli aderenti, si annuncia fin dall"inizio come un

appuntamento di notevole importanza. La sensazione è che qualcosa

stia per nascere.

Mai sinora (l"incontro avrà luogo fra il 12 e il 14 giugno 1986)

psichiatri e giuristi si erano parlati da una tribuna con tanto

impegno. E ascoltati così attentamente. Per i secondi si tratta di

capire, in sostanza quanto complessa sia la realtà della malattia

mentale - vasta cioè la gamma delle situazioni possibili, e profondo il

rapporto suscettibile di innescarsi fra (a) applicazione di una

determinata misura legale e (b) conseguenze sullo stato di salute e

l"avvenire di chi la subisce.

Per i primi, d"altro canto, è un po" la scoperta del risvolto giuridico

nascosto dietro cento problemi dei pazienti, affrontati sino a quel

momento istintivamente: ed è magari l"occasione per accorgersi delle

semplificazioni insite in certi approcci del passato, di scoprire —

forse — che i giuristi non sono tutti malvagi, che la legge non è

necessariamente una trappola, che la disciplina dell"infermità di

mente è comunque una cosa troppo importante per lasciarla

decidere interamente ai tecnici del diritto.

Certo, i linguaggi sono diversissimi; c"è in tutti però una diffusa

umiltà, desiderio di comunicare, curiosità, grande rispetto

vicendevole.

Più titubanti forse gli psichiatri, almeno nelle prime battute del

dialogo: li impaccia, qua e là, il dover far riferimento a istituti che

non conoscono con precisione. Parlare davanti a tanti professori

universitari non è facile. È vero che la legge non è il loro mestiere:

anche così però — sembrano accorgersi per primi — certe lacune

non si spiegano, certe mancanze di informazioni sul codice non si

giustificano sino in fondo; che sia anche questa, fra tante altre, una

spiegazione delle difficoltà avvertite talvolta, in passato, nel contatto

con i giudici tutelari? Possibile aver gestito in precedenza tante

vertenze degli utenti, senza sapere mai esattamente cosa fosse

l"inabilitazione, l"incapacità naturale, l"azione di annullamento, la

disciplina per la responsabilità civile dell"infermo?

Insieme a questo però tutto il resto. Per tanti aspetti, sono proprio gli

psichiatri i protagonisti del convegno, i più immediati destinatari

delle stesse relazioni dei giuristi — perlomeno gli operatori che

agiscono sul campo, quelli che giorno dopo giorno amministrano e

orientano l"esistenza di decine di persone. E tutto ciò si sente. Aver

lavorato in quel modo, significa o poter dire poi al microfono: «Ecco

le storie, forse anche gli errori, ma ecco i problemi, ecco i bisogni,

ecco ciò che succede a chi sta male. E quello che si fa per aiutarlo».

9. E i giuristi? Un po" più freddi, si direbbe a prima vista, qualcuno

più formale o accademico. Più colpevoli? No, ma forse sì,

vagamente: è il loro mestiere interpretare la legge, e dovrebbe

esserlo presumibilmente anche la messa in questione delle norme

ormai vetuste, superate dai tempi; ma qui, nei riguardi della

disciplina vigente per l"infermità psichica, denunce o indicazioni di

riforma non è che ce ne siano state tantissime. E sì che la normativa

del 1942 rispecchia in buona parte quella del vecchio codice del 1865,

che era uguale a sua volta a quella del code Napoléon, del 1804!

Mi accorgo come questi colleghi, parecchi dei quali amici, siano tutti

press"a poco come me: sino al giorno prima nessuno si era reso

praticamente conto dell"esistenza della l. 180, nessuno sa con

esattezza se i manicomi esistano ancora, quanta gente ci viva dentro,

quali siano i diritti dei pazienti, che cosa è un Centro di salute

mentale. Si sono visti alcuni film sulla follia, si sa bene o male cosa

sia un ansiolitico — chi non ne avrà mai preso uno? —, si immagina

cosa possa essere un elettroshock, più oscuramente una lobotomia o

un antidepressivo, più chiaramente un letto di contenzione. Si sa

cos"ha detto Freud, o si pensa di saperlo, ma che cos"è la psichiatria?

Sul conto di Basaglia e del suo operato, mi pare, molte

approssimazioni, qualche sospetto di estremismo, di un tentativo di

negare l"esistenza della malattia mentale; tante genericità insomma.

Eppure...

Eppure tutto questo, ci si accorge, pesa nell"aula fino a un certo

punto, e sembra anzi contare sempre meno, con il trascorrere delle

ore, man mano che i panel si susseguono. Resta come alle spalle del

convegno. Eccoli qui i civilisti italiani. Fa un certo effetto vederne

tanti insieme, impegnati su un tema così insolito: maestri famosi

come Angelo Falzea, Luigi Mengoni, Rodolfo Sacco, Piero

Schlesinger, Stefano Rodotà, Francesco Galgano, Massimo Bianca,

Giovanni Cattaneo; molti altri professori di fresca data, numerosi

studiosi più giovani: posizioni culturali fra le più varie, scuole

diverse, laici, cattolici, progressisti, conservatori, un po" tutte le

provenienze geografiche.

Gli argomenti dibattuti sono tanti. La nozione di incapacità di

intendere e volere, le prerogative costituzionali, il problema dei

trattamenti sanitari, la responsabilità dello psichiatra, l"interdizione,

il lavoro e l"attività giuridica degli handicappati psichici. E poi,

ancora; il rapporto tra follia e mass-media, il diritto di famiglia,

l"obbligo risarcitorio per i danni, l"impatto della l. 180 nella cultura

italiana, le riforme più recenti attuate all"estero.

C"è un motivo che ritorna però, più degli altri, in quasi tutti gli

interventi — che affiora anzi così insistentemente da risultare, ad un

certo momento, il filo conduttore dell"assise: esiste o no un consenso

ormai diffuso sul fatto che l"attuale normativa, in tema di infermità

psichica, è angusta e del tutto anacronistica? E non c"è accordo anche

sui punti principali di ciò che non funziona, nella prassi, persino su

gran parte dei dettagli?

Occorrerà allora decidersi a cambiare gli articoli del codice civile — e

bisognerebbe farlo anzi in tempi ragionevoli, possibilmente entro

questo millennio. S"intende che un compito del genere

(l"approvazione formale di una legge) spetterà al Parlamento

italiano.

L"obiettivo non è però così utopistico.

Ed è comunque tanto più vicino, quanto più tutta una serie di

difficoltà tecniche, legate alla redazione del testo, saranno state

appianate in anticipo — il che vuol dire continuare a lavorare

(questo l"impegno con il quale ci si lascia) intorno ad un progetto di

riforma, affidato agli stessi giuristi che sono presenti a Trieste, da

discutere poi insieme agli psichiatri, magari in un prossimo

convegno (sarà possibile farcela entro un anno?), e da trasmettere

successivamente agli uffici legislativi dei partiti.

10. Mi accade spesso di meravigliarmi, nel ripensare al passato, di

essere diventato una specie di giurista a tempo pieno sui problemi

della "follia". Tra i convegni in cui mi invitano a parlare, quelli di

psichiatria sono quasi più numerosi che non quelli di diritto. «E lei

di cosa si occupa attualmente — mi domanda ad esempio qualche

collega straniero, incontrato per caso — di fondi di investimento, di

riforma della società per azioni, di leasing? ». « No — gli rispondo—

di matrimonio degli interdetti, di consenso di un malato psichico

sottoposto a t.s.o., di responsabilità per aver fatto impazzire o

suicidare qualcuno». È abbastanza strano.

Ma forse era destino. Sono nato e cresciuto a Venezia, mio padre era

l"economo della Provincia: tra i suoi compiti c"era quello di

approvvigionare gli enti dipendenti dalla Provincia, quindi anche i

manicomi. A Venezia ce n"erano due, uno all"isola di S. Servolo,

l"altro all"isola di S. Clemente. Ogni anno, a Pasqua, le suore

organizzavano in un salottino del manicomio un frugale rinfresco, a

cui papà era sempre invitato. Qualche volta portava anche me.

Ero ancora un bambino: ricordo però l"approdo con il motoscafo,

l"ingresso in quei cupi edifici con le sbarre, l"attraversamento di

enormi corridoi pieni di porte chiuse, sempre vuoti, un odore di

brodo nell"aria, l"arrivo nella stanza in cui la madre superiora ci

serviva dei biscotti fatti in casa, con una crosta di glassa sopra. I

"matti" non li vedevo mai. Ogni tanto arrivavano da lontano rumori

sordi, forse anche l"eco di qualche grido, porte sbattute, che

rompevano il silenzio.

Chi abitasse in quei posti, lo scoprivo soltanto il sabato pomeriggio.

Le suore, forse per ingraziarsi chi era preposto a soddisfare le

necessità del manicomio, organizzavano per quel giorno una

distribuzione in città dei prodotti agricoli delle due isole. Partiva dai

manicomi un barcone a remi, colmo di grosse ceste di vimini, in

ciascuna delle quali erano stipati cespi di asparagi, zucchine, carciofi,

piselli, melanzane. E la barca arrivava a Venezia, girava lungo i

canali, recapitando poi ad ognuno dei destinatari — casa per casa —

l"omaggio preparato dalle monache.

A fare tutto questo erano (anche) i "matti", scelti non so in che

modo, suppongo tra i più affidabili. Verso la metà del pomeriggio

suonava il campanello, ero io ad aprire, mi affacciavo sul

pianerottolo, restavo a guardare quelle persone che salivano

lentamente, portando sulle spalle la nostra cesta: di solito erano

uomini non più giovani, vestiti con una tuta blu, i capelli corti e

brizzolati; ricordo dei visi gentili, la pelle di chi è abituato a stare

all"aria, ma il colorito un po" grigio, una mancanza di espressione,

movimenti legati e un po" tristi. Mi porgevano con un borbottio la

cesta pesante alcuni chili, l"accoglievo con scarso interesse, non

alzavo mai i coperchi per guardare dentro. Da piccolo odiavo la verdura.



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