Legislazione e Giurisprudenza, Diritti e doveri del lavoratore -  Crovetto Monica - 2014-10-23

DA QUANDO DECORRONO LE RETRIBUZIONI IN CASO DI ANNULLAMENTO DELLE DIMISSIONI? - Monica CROVETTO

A questa domanda sembra dare definitiva risposta la recente pronuncia della Sezione Lavoro della Cassazione (n. 22063, depositata il 17.10.2014). In un primo momento, infatti, i Giudici di legittimità erano orientati a farle decorrere - in caso di annullamento delle dimissioni rassegnate dal lavoratore - dal momento della proposizione della domanda giudiziaria, in quanto - secondo la Corte - la durata del processo non poteva andare a detrimento della parte vincitrice (Cass., sez. lav., 14.04.2010, n. 8886). Con la recente sentenza, invece, la Corte si allinea ad altro pronuncimento del 2010 (n. 18844), ribadendo il principio secondo il quale - sebbene l'annullamento di un negozio giuridico abbia efficacia retroattiva - ciò non potrebbe in alcun modo costituire per il lavoratore il diritto "alle retribuzioni maturate dalla data delle dimissioni a quella della riammissione al lavoro, atteso che la retribuzione presuppone la prestazione dell'attività lavorativa, onde il pagamento della prima in mancanza della seconda rappresenta un'eccezione che, come nelle ipotesi di malattia o licenziamento non sorretto da giusta causa o giustificato motivo, deve essere espressamente prevista dalla legge, per cui nell'ipotesi di annullamento delle dimissioni le retribuzioni spettano dalla data della sentenza che dichiara la loro illegittimità". E ciò, dunque, in conseguenza della natura sinallagmatica del rapporto di lavoro ove a fronte di una prestazione lavorativa il datore deve adempiere la corrispondente obbligazione retributiva. Si ricorda che, a mente dell'art. 428, comma 1, cod. civ., "gli atti compiuti da persona che, sebbene non interdetta, si provi essere stata per qualsiasi causa, anche transitoria, incapace d'intendere o di volere al momento in cui gli atti sono stati compiuti, possono essere annullati su istanza della persona medesima o dei suoi eredi o aventi causa, se ne risulta un grave pregiudizio all'autore". Le dimissioni rassegnate dal lavoratore potranno essere annullate per sua incapacità, nonchè per minaccia, violenza, errore e dolo. Ai fini dell'annullamento la giurisprudenza ritiene sufficiente che il lavoratore si sia trovato in uno stato di privazione delle facoltà intellettive e volitive "anche parziale - purchè tale da impedire la formazione di una volontà cosciente - dovuto a qualsiasi causa, pure transitoria" (Cass., sez. lav., 30.05.2011, n. 11900).



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