Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Gasparre Annalisa - 2014-02-08

DALLA RAPINA ALLOMICIDIO - Cass. pen. 4696/2014 - A.G.

Un uomo ultrasettantenne veniva ritrovato, dopo due giorni e per pura casualità, nella sua abitazione con mani e piedi legati e in stato di semi incoscienza. La corsa in ospedale non ne evitava la morte.

Individuati i responsabili – un adulto e due minorenni – , il primo veniva condannato per rapina e omicidio volontario. La qualificazione giuridica non piaceva alla difesa che ricorreva in Cassazione auspicandone la degradazione in omicidio preterintenzionale.

Al contrario, secondo il giudizio della Suprema Corte, la qualificazione del delitto operata dai giudici di merito era corretta atteso che, nel caso di specie, la violenza e la pluralità dei colpi inferti all'anziana vittima, unitamente al comportamento successivo tenuto dagli agenti che l'avevano lasciato con mani e piedi legati, musica ad alto volume, senza cellulare e strappando i fili del telefono fisso, doveva ritenersi configurato il dolo anziché la preterintenzione. Sembra una scena tratta da "Arancia meccanica".

La Corte così si esprime "il criterio distintivo tra l'omicidio volontario e l'omicidio preterintenzionale risiede nel fatto che nel secondo caso la volontà dell'agente esclude ogni previsione dell'evento morte, che si determina per fattori esterni e il cui accertamento deve fondarsi su elementi oggettivi desunti dalle concrete modalità della condotta. Nel caso in esame nessun evento esterno ha determinato la morte della vittima, del tutto prevedibile nei suoi presupposti a chi, con deliberata efficacia, li aveva posti in essere".

Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza 20 novembre 2013 – 14 gennaio 2014, n. 4696

Presidente Cortese – Relatore Rombolà

Ritenuto in fatto

Con sentenza 3/10/12 la Corte di Assise di Appello di Napoli confermava la sentenza 9/5/11 della Corte di Assise di Napoli che, con le attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti contestate (minorata difesa della vittima, azione di più persone riunite, compartecipazione di minori, nesso teleologico, crudeltà) e con la continuazione, condannava M.F.T. alla pena principale di anni 24 di reclusione per i reati, commessi in concorso con due minorenni, di rapina in danno dell'ultrasettantenne D.S. , di omicidio in danno dello stesso e di detenzione e porto illegali di una pistola che, con altri beni e valori, veniva sottratta alla vittima (in (omissis) ; decesso sopravvenuto il ...).

Il D. era trovato all'interno della sua abitazione (in una zona appartata di (omissis) , la porta aperta, la radio ad altissimo volume) da un vicino di casa (tal F.M. ) intorno alle 13 del ..., steso a terra, in stato di semi incoscienza, con le mani e le caviglie legate.

Portato all'ospedale, vi decedeva poche ore dopo per un gravissimo poli-trauma con prevalente localizzazione cranico encefalica e toracica. L'uomo appariva vittima di una rapina, che gli accertamenti medico-legali facevano risalire a due giorni prima, il .... L'utilizzazione delle utenze telefoniche già appartenute al D. consentivano di risalire all'odierno imputato e al minore H.C.F. , poi separatamente giudicato, abitanti presso il campo nomadi di via (omissis). E il controllo delle loro precedenti utenze li collocava, entrambi, a (omissis) tra le 10,01 e le 11,19 del .... In possesso di tale S.M.D.  uno dei cellulari e un orologio della vittima: l'uomo riferiva di averli acquistati dall'H. e dal M. , dediti, a suo dire, alla prostituzione. Entrambi venivano fermati, benché avessero cercato di sottrarsi all'arresto. H. confessava e, definitivamente giudicato, rendeva testimonianza ex art. 197 bis cpp anche nel processo del coimputato maggiorenne M. , che a sua volta confessava. Difformità tra le due versioni dei fatti solo nel ruolo, più o meno di rilievo, che ciascuno attribuiva a se stesso o addossava all'altro. Certa la presenza anche di un terzo complice, minore di età (tale Ma. ), che però restava non identificato. Quindi, nei confronti anche del M. , le condanne in primo e secondo grado.

Ricorreva per cassazione la difesa, deducendo: 1) nullità della sentenza per violazione dell'art. 603 cpp (mancata rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale per acquisire la testimonianza di S.M.D.  resosi immediatamente irreperibile dopo le s.i.t. rese in fase di indagini preliminari e risentire il teste assistito H.C.F. ); 2) nullità della sentenza per violazione degli artt. 192, 195.4, 500, 546.1.e cpp e 111 Cost. circa l'inidoneità del quadro indiziario a provare la responsabilità dell'imputato, basata solo su presunzioni quali l'avere voluto sminuire il proprio ruolo, l'essere stato l'unico correo maggiorenne e sol per ciò guida necessaria degli altri due e colui che per primo, secondo l'H. (ma anche secondo il M. ), avrebbe colpito la vittima e che secondo lo S. avrebbe suddiviso il bottino; 3) mancanza di motivazione della sentenza; 4) illogicità e contraddittorietà della stessa; 5) sua nullità per erronea applicazione della legge penale (esclusa a priori la configurazione del delitto come preterintenzionale e non conforme ai criteri legali la pena irrogata). Chiedeva l'annullamento.

Alla pubblica udienza fissata per la discussione il PG chiedeva dichiararsi l'inammissibilità del ricorso.

Nessuno compariva per il ricorrente.

Considerato in diritto

Il ricorso, complessivamente infondato, va respinto.

Manifestamente infondato il primo motivo. La rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale (art. 603 cpp) non è automatica, ma, ferma la legittimità delle letture ex art. 512 cpp, ricorrendone i presupposti, richiede l'impossibilità per il giudice di appello di decidere allo stato degli atti. Nel caso in esame la difesa pretende, senza adeguato vaglio critico dell'opposta soluzione adottata dal giudice, l'assunzione di testimonianze divenute impossibili per la sopravvenuta irreperibilità del teste o la ripetizione di testimonianze già assunte. Ad entrambe le (generiche) richieste il giudice di appello ha correttamente risposto: il S.D.  , le cui s.i.t. erano state raccolte a pochissimi giorni dai fatti, era straniero residente in Italia da diverso tempo e nulla faceva presagire la sua successiva (immediata) condizione di irreperibilità (né la difesa offriva ed offre oggi diverse indicazioni in tal senso); il coimputato minorenne H. , teste assistito, era stato debitamente escusso (né la difesa indicava ed indica oggi le circostanze su cui doveva essere chiamato a deporre).

Manifestamente infondato e in fatto il secondo motivo. La difesa ricorrente lamenta l'inidoneità del quadro indiziario (sic) nei confronti del M. , dimenticando che l'imputato è confesso e che le presunzioni di cui si duole riguardano in ipotesi la maggiore o minore rilevanza del ruolo e la maggiore o minore intensità del dolo. Si tratta all'evidenza, a fronte di una sentenza di merito correttamente e congruamente motivata in ogni parte, di censure in fatto, come tali estranee al giudizio di legittimità. Per la stessa ragione sono manifestamente infondati il terzo e il quarto motivo sulla pretesa mancanza o illogicità e contraddittorietà della motivazione.

Va ascritto al quinto motivo di ricorso (all'enumerazione iniziale dei motivi non corrisponde una puntuale scansione degli stessi nell'indistinto svolgimento dell'atto) la mancata configurazione del delitto come preterintenzionale. Il motivo (in diritto), sia pure non manifestamente, è però infondato. Invero, l'abbandono della vittima ancora in vita potrebbe far ritenere un dolo (oltre che di rapina) di mere lesioni (sia pur gravissime) e ciò, tanto più, essendo stata lasciata la porta di casa aperta e la radio accesa ad altissimo volume, con la possibilità che qualcuno, come poi in effetti avvenuto, sia pur troppo tardi, potesse accedere all'abitazione e soccorrerne l'occupante. Ma altre considerazioni (in fatto) hanno correttamente indotto il giudice di merito a ritenere l'elemento psicologico del reato nella sua forma dolosa, la morte della parte offesa, del tutto indifferente a chi aveva agito, essendo altamente probabile nelle condizioni date. In tal senso la sentenza di appello: il M., dopo la deposizione del coimputato minorenne H. , già definitivamente condannato e quindi senza alcun interesse ad aggravare falsamente il ruolo del correo maggiorenne, rende spontanee dichiarazioni, ammettendo di avere colpito per primo (a un occhio) la vittima legata sul letto (in reazione alle "brutte parole" che aveva cominciato a dire), pur sorvolando sugli altri brutali colpi che, giusta la consulenza necroscopica, l'avrebbero portata al decesso. La morte del D. doveva, pertanto, essersi prospettata agli autori del fatto con altissimo grado di probabilità, non solo per la violenza e la pluralità dei colpi inferti e l'età (ultrasettantenne) della vittima, ma per lo stesso comportamento successivo, avendo essi lasciato il D. (che sapevano vivere solo e ricevere visite occasionali) in condizioni di non poter chiedere aiuto (sopraffatti eventuali lamenti dal volume della radio accesa), legandogli le mani e i piedi, sottraendogli i cellulari e strappando i fili del telefono fisso. La giurisprudenza in proposito è netta: "Il criterio distintivo tra l'omicidio volontario e l'omicidio preterintenzionale risiede nel fatto che nel secondo caso la volontà dell'agente esclude ogni previsione dell'evento morte, che si determina per fattori esterni e il cui accertamento deve fondarsi su elementi oggettivi desunti dalle concrete modalità della condotta" (Cass., I, sent. n. 30304 del 30/6/09, rv. 244743). Nel caso in esame nessun evento esterno ha determinato la morte della vittima, del tutto prevedibile nei suoi presupposti a chi, con deliberata efficacia, li aveva posti in essere. Conseguente e adeguata la misura della pena.

Al complessivo rigetto del ricorso segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.



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