Legislazione e Giurisprudenza, Danni non patrimoniali, disciplina -  Ricciuti Daniela - 2014-11-23

DANNI DA PERDITA DELLA VITA: CRITERI DI LIQUIDAZIONE - Cass. civ. 23183/2014 - Daniela RICCIUTI

- Danno terminale e danno catastrofico

- Criteri di liquidazione (e personalizzazione del danno)

- Va esclusa l'applicazione dei criteri tabellari dell'invalidità temporanea in favore della valutazione equitativa pura

Con la sentenza n. 23183 del 18 settembre - 31 ottobre 2014 (pres. Salmè, rel. Sestini), la Cassazione affronta la complessa tematica dei cc.dd. danni da perdita della vita.

Tematica di grande attualità da che la Suprema Corte (Cass. civ., sez. III, 23 gennaio 2014 n. 1361, pres. Russo, est. Scarano) ha affermato apertamente di non aderire al granitico orientamento contrario alla risarcibilità iure hereditatis del danno da morte immediata, determinando, in tal modo, un  consapevole contrasto giurisprudenziale, a ricomporre il quale si attende l'intervento delle Sezioni Unite (cui la questione è stata rimessa dall'ordinanza della Cass. civ., sez. III, 4 marzo 2014, n. 5056, pres. Russo, rel. Travaglino).

Com'è noto, nella generale categoria dei danni (non patrimoniali) da morte si è soliti ricomprendere le seguenti voci di danno: a) danno biologico terminale,  b) danno catastrofico, c) danno tanatologico.

Le prime due figure sono generalmente adoperate, nell'applicazione giurisprudenziale, al fine di assicurare adeguato ristoro alla vittima di un illecito da cui sia poi conseguita la morte immediata o a breve distanza, evitando il vuoto di tutela determinato dalla negazione della risarcibilità del danno da perdita della vita tout court.

In particolare:

a) il danno biologico terminale è il pregiudizio patito da "colui che, sopravvissuto per un considerevole lasso di tempo ad un evento poi rivelatosi mortale, abbia, in tale periodo, sofferto una lesione della propria integrità psico-fisica autonomamente considerabile come danno biologico, quindi accertabile (ed accertata) con valutazione medico-legale e liquidabile alla stregua dei criteri adottati per la liquidazione del danno biologico vero e proprio". Consiste, dunque, in un pregiudizio alla salute temporaneo ma di elevata intensità, giacché conduce il danneggiato alla morte in un breve lasso di tempo. Sebbene la risarcibilità di tale pregiudizio sia ormai pacificamente ammessa sotto il profilo dell'an debeatur, permangono, peraltro, aspetti problematici: in particolare si registrano contrasti con riferimento alla individuazione del decorso temporale intercorrente tra le lesioni e il decesso, ritenuto idoneo a determinarne l"insorgenza ed il radicamento in capo alla vittima (con conseguente trasmissibilità agli eredi e, dunque, azionabilità iure successionis); altra questione, quella dell"esatta determinazione dell'entità del pregiudizio risarcibile, essendo il quantum debeatur di difficile liquidazione in questo caso, posto che tale danno (pur se non si identifica con la perdita totale della salute o della vita, ma solo con l"inabilità temporanea per il tempo di permanenza in vita, e dunque), seppur temporaneo, è massimo nella sua entità ed intensità, tanto che la lesione alla salute è così elevata da non esser suscettibile di recupero ed evolvere inevitabilmente nell'esito fatale;

b) il danno catastrofico o catastrofale, altrimenti detto danno da paura di morire, consiste nelle sofferenze patite dalla vittima per la consapevolezza della gravità delle lesioni e/o della imminente perdita della vita, nella "lucida agonia in consapevole attesa della fine". Tale tipo di pregiudizio si ritiene sussistente - e dunque risarcibile (nonchè trasmissibile iure hereditatis) - esclusivamente laddove, prima di morire, il danneggiato abbia avuto la possibilità di percepire la drammaticità della situazione, l'inesorabilità della morte, "il presagio della propria fine imminente". Trattasi di danno morale soggettivo (di qui l'ulteriore denominazione di danno morale terminale), secondo la ricostruzione dominante; vi è, peraltro, un orientamento minoritario che qualifica anche tale voce in termini di danno biologico, ritenendo, la notevole intensità della sofferenza subita, di per sè idonea a dar luogo ad una vera e propria compromissione della salute psichica;

c) il danno tanatologico puro o danno da perdita della vita o da morte immediata o istantanea, è il danno connesso alla perdita in sé del bene vita, che prescinde, invece, sia dalla durata della permanenza in vita del danneggiato a seguito delle lesioni riportate ("l'apprezzabile lasso di tempo" richiesto dalla giurisprudenza ai fini della risarcibilità del danno biologico terminale), sia dalla consapevolezza dello stesso circa l'approssimarsi della sua morte (imprescindibile per il riconoscimento dell'an debeatur riguardo al danno morale terminale). In tal caso, infatti, la morte può anche essere immediata e la vittima può anche non esser stata consapevole dell'approssimarsi della propria fine, posto che ciò che conta - e che è oggetto di risarcimento - è la perdita in sé del bene vita in quanto tale.

Nel caso di specie, i ricorrenti avevano impugnato la pronuncia della Corte territoriale per asserita inadeguatezza, per difetto, dell'entità della liquidazione equitativa, loro riconosciuta iure successionis a titolo di risarcimento del danno (qualificato come biologico terminale), in quanto eredi della vittima di un sinistro stradale, deceduta dopo sette giorni. La censura atteneva, in particolare, alle modalità di esercizio del potere equitativo del giudice di merito, sfociate - si asseriva - in una "liquidazione simbolica o irrisoria" e priva della "necessaria personalizzazione" del danno terminale, per avere affermato "apoditticamente" che il danno dovesse essere liquidato in euro 2.500,00 pro die e per "non aver personalizzato, adeguandolo al caso concreto, il criterio predeterminato adottato, limitandosi a liquidare con automatismo l'individuato valore giornaliero del danno biologico per giorno di inabilità assoluta".

La Cassazione ha respinto il ricorso e confermato la sentenza di appello, ritenendo che il Collegio avesse, invece, tenuto conto delle peculiarità del danno e della giovane età della vittima, laddove, anziché adottare il criterio tabellare dell'invalidità temporanea (ritenuto inadeguato a considerare proprio la "particolarità" del pregiudizio in questione), aveva applicato un criterio equitativo puro, giungendo a determinare un importo - secondo gli ermellini, contrariamente a quanto assunto dai ricorrenti - tutt"altro che irrisorio o simbolico rispetto ai valori tabellari riferiti alla mera invalidità temporanea totale.

Difatti si legge in sentenza che la Corte di Appello aveva rilevato che il giudice di prime cure, parametrando il danno risarcibile, patito dalla vittima, al valore tabellare corrispondente al 100% di riduzione dell'integrità psico-fisica, in realtà aveva  omesso di considerare l'ontologica temporaneità del danno biologico terminale, giungendo così sostanzialmente a riconoscere - in contrasto con la costante giurisprudenza del Supremo Collegio - un "danno da perdita della vita".

Ciò premesso, aveva, inoltre, osservato come una mera applicazione della liquidazione tabellare dell'inabilità temporanea assoluta avrebbe violato la necessità di prendere in considerazione la particolarità del danno biologico terminale, consistente in una lesione della salute "non solo massima ma anche di una tale intensità da determinare la morte". Di qui la conclusione per una valutazione equitativa pura.

Tale conclusione è stata ritenuta dalla S.C. conforme ai principi - ai quali si è sottolineato doversi dare continuità - affermati dalla costante giurisprudenza di legittimità in materia di liquidazione del danno terminale (in particolare, ex multis, da Cass. n. 18163/2007 e Cass. n. 1877/2006), alla cui stregua «se pure temporaneo, tale danno è massimo nella sua entità ed intensità, tanto che la lesione alla salute è così elevata da non essere suscettibile di recupero ed esitare nella morte", evidenziando la necessità di tener conto di "fattori di personalizzazione" ed escludendo pertanto che la liquidazione possa essere effettuata "attraverso la meccanica applicazione di criteri contenuti in tabelle che, per quanto dettagliate, nella generalità dei casi sono predisposte per la liquidazione del danno biologico o delle invalidità, temporanee o permanenti, di soggetti che sopravvivono all'evento dannoso».

La sentenza in commento ha glissato completamente sulla questione del danno tanatologico, specificando che nel caso di specie non si controverteva circa la sussistenza di tale voce di danno, giacché gli stessi ricorrenti avevano dichiarato di concordare che fosse da escludersene la stessa configurabilità; e neanche ha affrontato, neppure incidenter tantum, le molteplici problematiche connesse alla risarcibilità del danno biologico terminale e del danno catastrofale (tutti aspetti che avrebbero meritato, forse, una più attenta analisi nel caso di specie).

Piuttosto la pronuncia de qua, sottolineata la volontà di porsi in linea con i precedenti giurisprudenziali sul punto, si è limitata ad affermare genericamente che "il danno terminale è comprensivo di un danno biologico da invalidità temporanea totale (sempre presente e che si protrae dalla data dell'evento lesivo fino a quella del decesso) cui può sommarsi una componente di sofferenza psichica (danno catastrofico) e che, mentre nel primo caso la liquidazione può ben essere effettuata sulla base delle tabelle relative all'invalidità temporanea, nel secondo caso risulta integrato un danno non patrimoniale di natura affatto peculiare che comporta la necessità di una liquidazione che si affidi ad un criterio equitativo puro - ancorché sempre puntualmente correlato alle circostanze del caso - che sappia tener conto della enormità del pregiudizio".



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