Articoli, saggi, Risarcimento, reintegrazione -  Mazzon Riccardo - 2014-07-04

DANNI E RESPONSABILITA' NEL TEMPO LIBERO: PARCHI DI DIVERTIMENTO (ANCHE ACQUATICI) - Riccardo MAZZON

Anche l'utilizzo del tempo libero può essere costellato di attività rientranti nell'alveo tracciato dall'articolo 2050 del codice civile; si pensi, ad esempio, alla gestione di impianto di scivolo veloce in sottostante piscina (nell'affermare il principio di seguito riportato, la Suprema Corte ha confermato la pronunzia dei giudici di merito che, sulla scorta della natura delle lesioni subite e di altri elementi evidenziati dalla C.t.u., avevano ritenuto causa esclusiva dell'evento dannoso il comportamento dell'utente il quale, anziché lasciarsi scivolare in piscina planandovi in posizione prona sull'apposito materassino, alzatosi in piedi, vi si era tuffato di testa, inarcando la schiena - cfr., amplius, il volume "Responsabilita' oggettiva e semioggettiva", Riccardo Mazzon, Utet, Torino 2012)

"con riguardo all'esercizio di attività pericolosa, qual è quella svolta dal gestore di impianto di scivolo veloce in sottostante piscina, anche nell'ipotesi in cui l'esercente non abbia adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno, in tal modo realizzando una situazione astrattamente idonea a fondare una sua responsabilità, la causa efficiente sopravvenuta, che abbia i requisiti del caso fortuito e sia idonea - secondo l'apprezzamento del giudice di merito, incensurabile in sede di legittimità in presenza di congrua motivazione - a causare da sola l'evento, recide il nesso eziologico tra quest'ultimo e l'attività pericolosa, producendo effetti liberatori, e ciò anche quando sia attribuibile al fatto di un terzo o del danneggiato stesso" (Cass. civ., sez. III, 13 marzo 2007, n. 5839, GCM, 2007, 6)

e, più in generale, alla gestione di un parco acquatico (si confronti, a tal proposito, il caso che segue dove, pur avendo escluso che l'esercizio di una piscina rientri tra le attività pericolose "ex lege", il Tribunale ha rilevato che l'attrazione presso la quale era avvenuto il sinistro - consistente in uno scivolo a mezzo del quale le persone giungevano in velocità in una vasca a bordo di un canotto - comportava un elevato rischio di collisione tra gli utenti già arrivati alla fine del percorso, in procinto di uscire dalla vasca, e quelli ancora a bordo del canotto)

"l'attività di gestione di un parco acquatico di attrazioni può essere considerata pericolosa secondo l'accezione di cui all'art. 2050 c.c. Pur non essendo detta attività espressamente qualificata pericolosa da leggi di pubblica sicurezza o da altre leggi speciali, spetta al Giudice di merito valutare la pericolosità delle stesse in relazione alle tipologie e alle modalità di svolgimento, così da formulare un giudizio prognostico in merito non solo alle possibilità, ma anche alla probabilità che si verifichi l'evento dannoso. " (Trib. Padova, sez. II, 10 gennaio 2007, n. 44, GC, 2009)

o, comunque, di un parco di divertimenti (in argomento, la Corte Suprema ha respinto il ricorso proposto contro la sentenza di merito che aveva ritenuto la responsabilità, ex art. 2050 c.c., dell'ente gestore di un parco di divertimenti, per le lesioni subite da due persone che avevano preso posto su un bob, fuoriuscito dalla pista di discesa, avendo ritenuto una intrinseca pericolosità sia in relazione alla conformazione ed alle curve del tracciato, sia alla velocità del mezzo ed alla sua struttura):

"in tema di responsabilità per fatto illecito, costituiscono "attività pericolose" ai sensi dell'art. 2050 c.c., non solo quelle che tali sono qualificate dalla legge di P.S. o da altre leggi speciali, ma anche quelle che, per la loro stessa natura o per le caratteristiche dei mezzi adoperati comportino la rilevante possibilità del verificarsi di un danno per la loro spiccata potenzialità offensiva. In quest'ultimo caso, lo stabilire se una determinata attività sia in concreto da qualificarsi pericolosa costituisce compito del giudice di merito, il quale dovrà apprezzare tutti gli elementi di fatto acquisiti al processo e decidere anche in base a nozioni di comune esperienza" (Cass. civ., sez. III, 27 luglio 1990, n. 7571, GCM, 1990, 7; RCP, 1991, 458).



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