Legislazione e Giurisprudenza, Risarcimento, reintegrazione -  Mazzon Riccardo - 2014-07-29

DANNI E RESPONSABILITA': QUANDO L'ESCURSIONE IPPICA DIVENTA PERICOLOSA.... - Riccardo MAZZON

La pronuncia infra identificata nasce da capo d'imputazione attraverso il quale all'imputata era contestato di avere, nella sua qualità di istruttrice di equitazione e socia di Circolo Equestre, cagionato, per colpa, la morte di persona minore d'età, avvenuta a seguito di escursione ippica - cfr., amplius, il volume "Responsabilita' oggettiva e semioggettiva", Riccardo Mazzon, Utet, Torino 2012 -.

Nella fattispecie, l'imputata era la responsabile, quale istruttrice presso il citato circolo ippico, di un'uscita a cavallo, nella campagna circostante, alla quale partecipavano nr. 9 allievi (fra cui la giovane poi deceduta) ed una accompagnatrice; nel corso dell'evidenziata escursione, il cavallo montato da altra allieva, poiché infastidito dal repentino contatto con l'animale montato dalla vittima, sferrava un calcio, colpendo con lo zoccolo il torace ed il braccio sinistro di quest'ultima, cagionandole lesioni diagnosticate in "trauma chiuso torco-addominale con estese contusioni e lacerazioni del parenchima polmonare bilaterale e contusione miocardica" che ne determinavano il decesso.

In particolare, l'imprudenza e la negligenza contestate all'imputata erano consistite:

  • nell'avere condotto l'uscita a cavallo dei giovani allievi del circolo con insufficiente ponderazione, evitando di disporre e di far mantenere una distanza, fra gli animali, ragionevolmente idonea ad evitare che un eventuale brusco contatto fra gli stessi potesse generare una reazione pericolosa per i cavalieri che li montavano;
  • nel non aver disposto che gli allievi partecipanti alla lezione, in considerazione del numero (nove), della loro giovane età e limitata esperienza nella pratica equestre, indossassero idonee protezioni (quali il c.d. "guscio protettivo" di materiale sintetico ed il "casco" per gli under 18, indispensabili per la salvaguardia rispettivamente del tronco e del capo dei cavalieri).

Peraltro,

"la sentenza di primo grado, alla cui motivazione rinviava la Corte territoriale, aveva ritenuto non provata la piena responsabilità dell'imputata in ordine ai fatti ascrittile in quanto: l'incidente mortale era avvenuto mentre l'allieva C.A. partecipava ad una passeggiata a cavallo fuori dal maneggio unitamente ad altre otto partecipanti (tutte munite del caschetto protettivo obbligatorio); l'istruttrice federale del circolo ippico D. si trovava alla testa che gruppo che, al momento dell'incidente, marciava al passo, con i cavalli appaiati ed in fila; subito dopo l'ordine impartito dall'istruttrice di riprendere l'andatura al trotto una delle ragazze ( V.V.) aveva urlato: la giovane A. (di 11 anni) si era accasciata sul collo del cavallo ("(OMISSIS)") dopo essere stata colpita da un calcio sferrato dal cavallo che la precedeva ("(OMISSIS)", montato da G.G.). La ragazzina era stata subito soccorsa e distesa a terra; in attesa dell'elisoccorso le era stata praticata la respirazione bocca a bocca ma, nonostante le cure prestate nel reparto di rianimazione dell'ospedale, il mattino successivo era deceduta" Cassazione penale, sez. IV, 13/10/2010, n. 38117 Rigetta App. Bologna, 20 luglio 2009 C. e altro CED Cass. pen. 2010, rv 248408

Per quanto qui d'interesse, il ricorso in Cassazione deduceva anche violazione di legge per errata interpretazione dell'art. 43 c.p., comma 3 e art. 589 c.p. e dell'art. 2050 c.c., di cui, a detta del ricorrente, si deve tener conto nell'applicazione della legge penale, nonché la contraddittorietà della motivazione (è contestata, a tal riguardo, la tesi della Corte territoriale che ha ritenuto inaccoglibile quella patrocinata dalle parti appellanti, che considerava l'attività sportiva, svolta dall'imputata nell'occasione, in sé e per sé pericolosa, segnalando il contrasto di tale orientamento rispetto a quello assunto al riguardo (cioè la riconosciuta pericolosità della pratica equestre) dalla giurisprudenza della Corte di Cassazione civile.

La Suprema Corte, però, premessa l'assoluta ed incontestata singolarità delle modalità di verificazione del sinistro, sino ai limiti del fortuito,

"(OMISSIS) ha inciampato perdendo l'equilibrio (sulle zampe anteriori) fino a quasi finire a terra in ginocchio; nel corso dell'azione compiuta per rialzarsi e riprendere l'equilibrio ha allungato e cioè fatto alcuni passi repentini riducendo la distanza da (OMISSIS) ed entrando cosi nel raggio d'azione di eventuali calci sferrati indietro da quest'ultima; (OMISSIS) a sua volta e pressoché contestualmente, o perché urtata o perché sorpresa dall'improvviso sferragliare alle sue terga, ha scalciato con un'azione tanto rapida da andare a colpire l'emitorace e braccio sx di A. la quale, tenendo le redini, si era sbilanciata in avanti seguendo il collo dell'animale (che si era paurosamente abbassato a seguito dell'inginocchiamento); gli zoccoli di (OMISSIS) hanno così colpito A.....")" Cassazione penale, sez. IV, 13/10/2010, n. 38117 Rigetta App. Bologna, 20 luglio 2009 C. e altro CED Cass. pen. 2010, rv 248408

riteneva il ricorso infondato, esplicitamente dichiarando del tutto esaurienti e corrette - oltreché estremamente articolate - le argomentazioni dell'impugnata sentenza relative all'esclusione della pericolosità in sé della pratica equestre: la terminologia adoperata dalla Corte territoriale di attività "genericamente pericolose" o "a rischio consentito" non comporta alcuna contraddizione motivazionale, dovendosi infatti escludere l'equazione, esplicitata in ricorso, di attività non immune da rischi = attività pericolosa.

Il rischio, illustra il Suprema Consesso, consiste infatti nell'eventualità di subire un danno, connessa a circostanze più o meno prevedibili ed è, quindi, più tenue e meno certo del pericolo:

"ci si trova, dunque, su sponde concettuali tutt'altro che coincidenti e ben distanti tra loro, sicché, ove ci si riferisca ad un'attività ritenuta pericolosa, si deve intendere come tale ogni attività che per sua stessa natura o per le caratteristiche di esercizio comporti una rilevante possibilità del verificarsi di un danno (Cass. pen. Sez. 4, 11.7.2007, n. 39619, rv. 237833). Inoltre, premesso che l'accertamento della potenzialità lesiva dell'attività si traduce in un apprezzamento di fatto strettamente riservato al giudice del merito (come già rilevato dal giudice di primo grado) e, pertanto, tale insindacabile in questa sede alla stregua della corretta motivazione addotta al riguardo, ciò che é notoriamente pericolosa é l'attività equestre sportivo-agonistica che é attività ben diversa e distinta da quella meramente addestrativa di gruppo, per giunta esercitata con le modalità concrete del caso di specie" Cassazione penale, sez. IV, 13/10/2010, n. 38117 Rigetta App. Bologna, 20 luglio 2009 C. e altro CED Cass. pen. 2010, rv 248408

Invero, prosegue il giudice di legittimità, non può ravvisarsi una sostanziale differenziazione tra l'uscita a cavallo lungo un percorso predeterminato, peraltro conosciuto dai cavalli, nella campagna circostante, rispetto alla circolazione del gruppo all'interno del maneggio, in ogni caso alla presenza dell'istruttore, onde la detta attività non può essere, nei termini enunciati dalla Corte di legittimità in sede civile (si veda, ad esempio, la pronuncia n. 11861 del 23.11.1998), annoverata tra quelle pericolose di cui all'art. 2050 c.c., non potendosi certo ritenere che la medesima, in quelle circostanze e modalità di marcia (al passo) ed esercitata con cavalli sperimentatamente mansueti ("di sicuro affidamento, abitualmente montati da bambini e principianti"), fosse tale da comportare una "rilevante probabilità di danno" (come testualmente indicato dal ricorrente).

Aggiunge, inoltre, la pronuncia in esame come le sentenze della Cassazione civile, in tema di responsabilità per danni derivati dall'attività equestre, riguardino prevalentemente il gestore dell'attività e non già l'istruttore che, almeno quanto alle dotazioni di sicurezza, dipende dalle disponibilità e struttura organizzativa dell'impianto in cui opera:

"l'adozione del corpetto protettivo o "tartaruga" di "classe tre" (commercializzati ma nemmeno omologati) per prevenire lesioni vertebrali in caso di caduta, come concordemente affermato dai giudici di merito, nel caso di specie "non era imposto da alcuna norma e non era preordinato funzionalmente a prevenire il rischio di calci al petto (eventualità remota) ma ad evitare traumi alla schiena in caso di cadute rovinose da cavallo (come imposto dalla FISE nelle competizioni di cross-country)". Correttamente, dunque, la Corte territoriale ha ritenuto che non potesse insorgere una responsabilità per colpa omissiva a carico di chi non ne abbia preteso l'uso in occasioni prive di particolari rischi, quale quella in questione" Cassazione penale, sez. IV, 13/10/2010, n. 38117 Rigetta App. Bologna, 20 luglio 2009 C. e altro CED Cass. pen. 2010, rv 248408.

Sempre a giudizio del Supremo Consesso, dunque, la Corte d'appello ha, inoltre, adeguatamente motivato, in ordine al fatto che il corpetto in questione ben difficilmente potesse "proteggere da serie causali anomale come quella verificatasi nel caso di specie", essendo finalizzato a proteggere il petto di chi può essere attinto dal calcio del cavallo mentre si trova per terra, nelle immediate vicinanze, e che non potesse essere pretesa neppure l'adozione di altri "presidi cautelari" quali il casco integrale, i parastinchi o i paracosce, richiamando il concorde parere dei consulenti circa la "eccezionalità dell'evento" (definito anche il primo ed unico del genere) che esorbitava nettamente dal "rischio tipico" per colui che si trovi, in alto, a cavallo:

"sicché adeguate e corrette s'appalesano anche le argomentazioni esposte circa il diniego di riapertura dell'istruttoria per procedere ad una perizia sull'efficacia protettiva del corpetto non avendola ritenuta "assolutamente necessaria sotto il profilo della rilevanza"" Cassazione penale, sez. IV, 13/10/2010, n. 38117 Rigetta App. Bologna, 20 luglio 2009 C. e altro CED Cass. pen. 2010, rv 248408.



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