Legislazione e Giurisprudenza, Danni non patrimoniali, disciplina -  Luca Leidi - 2016-03-04

DANNI: LAPPROCCIO PERSUASIVO NON LIBERA IL DATORE DA RESPONSIBILITA EX ART.2087 CC – Cass. Lav. n.4211/16 – Luca LEIDI

L"assunta emanazione di circolari e direttive

costituisce approccio meramente persuasivo e non repressivo

non è misura idonea a contrastare i rischi da esposizione al fumo passivo

E" notizia di questi giorni che la Cassazione, con sentenza n.4211 del 26/11/15 – depositata in data 3/3/16, ha confermato a carico di una nota emittente pubblica italiana la condanna al pagamento del risarcimento del danno nei confronti di una sua ex dipendente, per i "danni da fumo passivo" subiti da quest"ultima sul luogo di lavoro.

Per giurisprudenza costante, è indubbio che la natura della responsabilità della parte datoriale ex art.2087 c.c. (1) ha natura contrattuale, con la conseguenza che il lavoratore che lamenti di aver subito un danno alla salute in conseguenza dell"attività lavorativa svolta, è gravato dall"onere di provare l"esistenza di tale danno, la nocività dell"ambiente ed il nesso causale tra tali elementi; è, invece, successivo onere del datore provare di aver adottato tutte le cautele necessarie ad impedire il verificarsi del danno (ex plurimis: Cass. nn. 3989/15; 9945/14; 2038/13; 6002/12). La dottrina maggioritaria, infatti, rileva nel sinallagma del contratto di lavoro uno scambio che non si limita al corrispettivo "lavoro – retribuzione", bensì bisogna evidenziare in capo alla figura datoriale, oltre all"obbligo di retribuire il lavoratore, anche l"obbligo di tutelare la persona del lavoratore.

Per ragioni brevità, lo studio della sentenza in oggetto sarà circoscritto alla sola questione del danno risarcito (ad onor di completezza, l"altra questione discussa riguardava il demansionamento della prestazione lavorativa).

IN PRIMO GRADO

Il Tribunale aveva condannato il datore di lavoro al risarcimento del danno patrimoniale professionale e morale – quale lesione dell"identità personale – per un ammontare di € 85.200,00, e di quello biologico, derivato appunto dalla esposizione al fumo passivo, liquidato in complessivi € 15.610,66.

IN CORTE D"APPELLO

Con sentenza n.4645 del 25/5-18/7/11, l"Organo giudicante di secondo grado, in parziale riforma della sentenza in prime cure, aveva riconosciuto la responsabilità dell"Ente televisivo/datore di lavoro per l"esposizione della lavoratrice al c.d. "fumo passivo", con conseguente condanna al risarcimento del danno biologico e morale, liquidato in € 31.519,41, oltre interessi legali.

La norma in questione che si desume violata dall"Ente è l"art.2087 c.c. sulla tutela delle condizioni di lavoro, per non aver posto in essere tutte le misure idonee a prevenire le nocività dell"ambiente lavorativo derivante dal fumo. A dare adito a questa convinzione dell"Appello, vi era l"istruttoria svolta in primo e secondo grado che aveva confermato la riconducibilità eziologica della patologia riscontrata a carico della lavoratrice alle condizioni di lavoro, ravvisando un danno biologico pari al 15%.

CASSAZIONE

L"Ente televisivo, sostenendo di aver adottato tutte le misure necessarie contro il fumo, rilevava in punto di ricorso incidentale:

-    la violazione e falsa applicazione dell"art.2087 c.c., anche in relazione all"art.1223 c.c., per aver riconosciuto la responsabilità per fumo passivo in difetto di puntuali e precisi elementi  a carico del datore di lavoro, il quale si era adoperato emanando specifiche circolari e direttive;

-    carenza di motivazione in ordine all"accertamento circa la concreta idoneità patologica dell"esposizione al fumo passivo;

-    carenza di motivazione in ordine alla ritenuta efficacia concausale dell"esposizione la fumo passivo.

I Germellini ritengono che il ricorso incidentale vada rigettato in toto.

In effetti, per quanto riguarda il primo motivo, non sussiste alcuna violazione o falsa applicazione dell"art.2087 c.c. anche in relazione al risarcimento del danno ex art.1223 c.c., laddove sul punto l"Ente, a fronte delle specifiche argomentazioni circa la riconosciuta responsabilità (di natura contrattuale, a carico di parte datoriale a titolo di risarcimento danni per esposizione al fumo passivo in ambito aziendale), si è limitata a richiamare «non meglio indicate circolari e disposizioni organizzative, e senza neppure che sia stata allegata l"effettiva inflizione di qualche sanzione disciplinare in merito», invece soltanto ipotizzata. Di conseguenza, anche gli altri due motivi devono essere disattesi. Non è infatti ravvisabile quella carenza di motivazione auspicata dai legali dell"Ente, in quanto in punto di fatto sia la concreta idoneità patologica dell"esposizione al fumo passivo, nonché la sua efficacia concausale, sono state accertate dal Giudice di merito mediante l"espletamento di idonea e pertinente c.t.u. medico-legale (già in primo grado e, poi, confermata in secondo). Da ciò ne deriva l"asserzione di codesta S.C., per cui i risultati delle perizie espletate «sono stati, invece, recepiti in modo convinto ed ampiamente argomentato dalla Corte distrettuale» (2).

Pertanto, il ricorso incidentale va respinto.

L"assunta emanazione di circolari e direttive (definito dalla Corte d"Appello, «praticamente inattuate … il c.d. approccio persuasivo e non repressivo…») non costituisce, evidentemente, misura idonea a contrastare i rischi da esposizione al fumo passivo, né di conseguenza idonea prova liberatoria ai sensi dell"art.1218 c.c. (3). Su quest"ultimo punto, la Cassazione si era già espressa in tema di responsabilità del datore di lavoro ex art.2087 c.c., stabilendo a carico di quest"ultimo l"onere di provare di aver adottato, pur in difetto di una specifica disposizione preventiva, le misure generiche di prudenza necessarie alla tutela della salute dal rischio espositivo secondo le conoscenze del tempo di insorgenza della malattia (Cass. n.10425/14).

RIFLESSIONI

Il caso de quo non può lasciare perplessi. La Cassazione ha lanciato un avviso a tutti gli altri datori di lavoro. Ormai assodato il divieto di fumare in luoghi pubblici, così può essere considerato un luogo di lavoro, al datore di lavoro si ricollega un diretto obbligo di adottare tutte le misura necessarie alla tutela dell"integrità psicofisica dei lavoratori (ai sensi dell"art.2087 c.c.), compresa quella "anti-fumo passivo". In altre parole, nei luoghi di lavoro non si fuma, e se il datore di lavoro non fa in modo che questo divieto venga rispettato, dovrà risarcire i lavoratori "obbligati" al fumo passivo dei colleghi. In realtà, ben si può rilevare una ampia giurisprudenza che legittima l"abbandono del posto lavorativo da parte del lavoratore nel caso non siano rispettate le norme sulle condizioni del luogo di lavoro, fermo restando il proprio diritto alla retribuzione (da ultimo, Cass. n.6631/15). Sarebbe, perciò, plausibile immaginare l"ala di lavoratori non fumatori che abbandona il luogo di lavoro per "consentire" ai gruppi di fumatori di dare adito al loro vizio. E qui però rileva quanto evidenziato nella sentenza oggetto di studio. A nulla vale l"emanazione di circolari, direttive, ecc., se poi non vengono inflitte sanzioni. In sostanza, come nel caso in oggetto, tali informative sono rimaste mere pratiche inattuate. Secondo la pronunzia della S.C., giova ripetere, tali avvisi non costituiscono misure idonee a contrastare i rischi da esposizione da fumo passivo, in quanto l"approccio «persuasivo» non è sufficiente a dimostrare l"adempimento dell"obbligo di tutela della integrità fisica e psicologica del lavoratore da parte del datore di lavoro. A contrario, come nel caso di specie, il datore di lavoro ben potrà venire condannato per manchevole condotta per non aver posto in essere misure idonee a prevenire la nocività dell"ambiente lavorativo derivante dal fumo.


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(1)    Art.2087 c.c.: «L'imprenditore è tenuto ad adottare nell'esercizio dell'impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l'esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l'integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro.»

(2)    Corte distrettuale che rilevò «alla luce delle suesposte valutazioni tecniche – peraltro ribadite all"esito dei rilievi critici del CT di parte dell"Ente – e che il Collegio non ha ragione di disattendere, la ricorrente ha diritto al risarcimento del danno biologico e del danno morale ragguagliato alla percentuale del 15% (…)».

(3)    Secondo l"art. cit., la prova liberatoria gravante, in questo caso, sul datore di lavoro, consiste nella dimostrazione della «impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile». Cfr. Cass. n.1917/15.



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