Legislazione e Giurisprudenza, Generalità, varie -  Gasparre Annalisa - 2016-02-17

DANNO ALLA PERSONA: LA LIQUIDAZIONE EQUITATIVA ATTIENE AL QUANTUM NON ALLAN - Cass. 349/16 – Annalisa GASPARRE

Danno alla persona

Risarcimento danno non patrimoniale

Necessario provare concreto pregiudizio

È ius receptum che l"art. 2059 c.c. non costituisce una fattispecie autonoma di illecito diverso da quella prevista dall"art. 2043 c.c.

La prima norma infatti si limita a disciplinare limiti e condizioni di risarcibilità dei d.n.p., una volta che sia accertata la sussistenza degli elementi costitutivi previsti dall"art. 2043 c.c.

La vicenda potrebbe essere una barzelletta ma, purtroppo per i protagonisti, non lo è. A un carabiniere era stato notificato verbale di contestazione per violazione del codice della Strada sulla base di un errore nella sua identificazione, da cui scaturiva altresì una denuncia penale.

Il carabiniere quindi citava in giudizio gli operanti della Polizia Stradale per essere risarcito dei danni alla reputazione subiti dallo scambio di persona.

I giudici di merito tuttavia rigettano la domanda, motivo per cui è adita la Cassazione. Il carabiniere infatti sostiene che per i diritti inviolabili della persona la semplice dimostrazione della violazione del diritto leso assicura tutela risarcitoria non patrimoniale.

La Cassazione, però, richiamando un orientamento ormai costante, ha chiarito che per il risarcimento del danno non patrimoniale occorre pur sempre accertare la sussistenza dei requisiti previsti dall"art. 2043 c.c.: condotta illecita, ingiusta lesione di interessi tutelati dall"ordinamento, nesso causale, sussistenza di un concreto pregiudizio patito dal titolare del diritto.

Pertanto, anche in caso di lesione di diritti inviolabili, è necessario accertare che la lesione sia grave e il danno non futile; non è ipotizzabile il risarcimento del d.n.p. in mancanza di concreto pregiudizio, che deve essere allegato e provato (anche per mezzo di presunzioni). Soprattutto in casi di diritti immateriali, quali la reputazione, il ricorso alle presunzioni potrebbe essere l"unica fonte per convincere il giudice: è tuttavia necessario che il danneggiato alleghi tutti gli elementi idonei a fornire la serie concatenata di fatti noti che consentano di risalire al fatto ignoto.

Anche la previsione circa la possibilità di liquidazione del risarcimento del d.n.p. in via equitativa non esclude che prima sia fornita la prova di tale danno. La possibilità di liquidazione equitativa, chiarisce la Cassazione, ha natura sussidiaria rispetto all"onere di allegazione e prova del danno e non già sostitutiva. L"equità, in altri termini, riguarda il profilo dell"esatta quantificazione del danno.

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 12 novembre 2015 – 13 gennaio 2016, n. 349 - Presidente Ambrosio – Relatore Carluccio

Svolgimento del processo

1. D.V.V. , brigadiere dei Carabinieri, convenne in giudizio S.D. e M.P. - rispettivamente conducente e capo pattuglia della Polizia Stradale - chiedendo il risarcimento del danno per errata identificazione/scambio di persona. Espose che gli era stato notificato un verbale di contestazione per violazione del codice della strada e di essere stato denunciato alla Procura della Repubblica per illecito penale sulla base di un errore nella sua identificazione. In particolare, che i convenuti con comportamento colpevole avevano erroneamente attribuito la sua identità alla persona alla guida di una autovettura, fermata per violazione delle norme del codice della strada, relazionando al proprio ufficio, dal quale avevano poi preso avvio i relativi procedimenti che gli avevano arrecato danno.
Il giudice di primo grado accolse la domanda e condannò i convenuti al pagamento di Euro 10.000,00.
La Corte di appello di Catania, accogliendo parzialmente l'appello degli originari convenuti, ritenne sussistente la loro responsabilità ma rigettò la domanda nei loro confronti per mancanza di prova del danno lamentato (Sentenza 26 giugno 2012).
2.Avverso la suddetta sentenza, D.V.V. propone ricorso per cassazione affidato a due motivi.
Si difende con controricorso S.D. , che propone ricorso incidentale condizionato volto ad escludere la propria responsabilità.
M.P. , ritualmente intimato, non svolge difese.

Motivi della decisione

1. La Corte di merito ha ritenuto non provato il lamentato danno alla reputazione.
In particolare, diversamente dal giudice di primo grado, ha escluso che dalla denuncia di reato alla Procura della Repubblica potesse essere derivata la mancata partecipazione dell'attore ad una missione in (…). Sulla base delle cadenze temporali degli avvenimenti (lo scambio di persona del (omissis) , la ricomprensione dell'attore tra i militari in missione in data (omissis), l'esclusione in data (omissis) con revoca da parte dell'Amministrazione senza ulteriore specificazione) ha escluso che la revoca della partecipazione del D. alla missione potesse essere univocamente riconducibile alla denuncia penale. Infatti, ha messo in rilievo il giudice, la denuncia avrebbe dovuto incidere già nella fase di ammissione, intervenuta dopo ben otto mesi dalla vicenda.
Poi, precisato che altri danni non erano stati addotti e lamentati dall'attore e che in mancanza di danni non poteva procedersi alla liquidazione equitativa, ha rigettato la domanda.
2. Con il primo motivo si deduce contraddittorietà ed incongruenza della motivazione in riferimento agli artt. 2 Cost., 2043 e 2050 c.c. Il ricorrente ravvisa la contraddittorietà nell'aver la Corte territoriale riconosciuto che non vi sarebbe stata erronea identificazione se gli agenti avessero agito con diligenza e nell'aver nel contempo negato qualunque conseguenza a tale comportamento colpevole, con conseguente contraddittorietà di ragioni adottate, tale da non consentire l'individuazione della ratio decidendi.
Si lamenta il mancato riconoscimento del risarcimento, nonostante la lesione di diritti inviolabili, tutelati dall'art. 2 Cost., quale il diritto al nome tutelato contro chi identifichi la persona con un nome diverso dal suo, o faccia un indebito uso del nome altrui; il diritto all'immagine e all'identità personale, leso mediante l'attribuzione di azioni non compiute. Diritti, dei quali l'art. 2043 c.c., secondo la prospettazione del ricorrente, assicurerebbe tutela risarcitoria non patrimoniale con la semplice dimostrazione della violazione del diritto leso.
2.1. Il motivo, per alcuni profili inammissibile, è nel suo nucleo centrale infondato.
2.1.1. È inammissibile nella misura in cui, a fronte della decisione impugnata che assume essere stato chiesto il risarcimento per danni alla reputazione, invoca la lesione del diritto al nome, all'immagine, all'identità personale, senza dimostrare - anche mediante idoneo riferimento agli atti processuali del giudizio di merito, ai sensi dell'art. 366, n. 6 c.p.c. - di aver svolto con tale ampiezza la domanda di danni dinanzi al giudice del merito. Conseguente è l'impossibilità per la Corte di legittimità di verificare la censura svolta e, quindi, il carattere di novità della prospettazione per la prima volta in questa sede.
Sotto altro profilo è inammissibile nella misura in cui prospetta come contraddittorietà di motivazione quello che è il risultato di un accertamento della mancanza della prova del danno subito, specificamente riferito dalla Corte territoriale alla mancata missione in (…), e alla assenza di allegazioni in ordine ad altri profili di danno. Né, d'altra parte, il ricorrente mette in discussione tale accertamento deducendo e dimostrando l'avvenuta allegazione davanti al giudice del merito di altri danni lamentati, ovvero censurando la ricostruzione temporale che la Corte di merito ha fatto rispetto alla missione in (…), quanto alla perduranza degli effetti dell'errore di identificazione.
2.1.2. Il motivo è infondato laddove appare presupporre la tesi secondo la quale l'art. 2043 c.c. assicurerebbe la tutela risarcitoria non patrimoniale (art. 2059 c.c., implicitamente evocato), tutte le volte che sia stata dimostrata la violazione di un diritto inviolabile, nella specie costituito dal diritto alla reputazione, indipendentemente dalla sussistenza di un concreto pregiudizio patito dal titolare dell'interesse leso. La tesi è priva di fondamento.
Nel pervenire ad un nuovo inquadramento del danno non patrimoniale, le Sezioni Unite (con la decisione n. 26972 del 2008) hanno chiaramente posto in evidenza che l'art. 2059 cod. civ. non disciplina una autonoma fattispecie di illecito, distinta da quella di cui all'art. 2043 c.c., ma si limita a disciplinare i limiti e le condizioni di risarcibilità dei pregiudizi non patrimoniali, sul presupposto della sussistenza di tutti gli elementi costitutivi dell'illecito richiesti dall'art. 2043 c.c.: e cioè la condotta illecita, l'ingiusta lesione di interessi tutelati dall'ordinamento, il nesso causale tra la prima e la seconda, la sussistenza di un concreto pregiudizio patito dal titolare dell'interesse leso. L'unica differenza tra il danno non patrimoniale e quello patrimoniale consistendo nel fatto che quest'ultimo è risarcibile in tutti i casi in cui ricorrano gli elementi di un fatto illecito, mentre il primo lo è nei soli casi previsti dalla legge.
Tra i casi "previsti dalla legge", secondo un'interpretazione costituzionalmente orientata dell'art. 2059 cod. civ., rientra quello in cui il fatto illecito abbia violato in modo grave diritti inviolabili della persona, come tali oggetto di tutela costituzionale. Con la differenza che la vittima avrà diritto al risarcimento del danno non patrimoniale scaturente dalla lesione di tali interessi, non individuati "ex ante" dalla legge, ma selezionati caso per caso dal giudice.
Proprio dalla non esistenza di una autonoma fattispecie di illecito produttiva di danno non patrimoniale regolata dall'art. 2059 c.c., distinta da quella prevista dall'art. 2043 cod. civ., e dalla sola regolazione dei limiti e delle condizioni di risarcibilità dei pregiudizi non patrimoniali ad opera dell'art. 2059 cit., deriva la necessità - anche in caso di lesione di diritti costituzionali inviolabili, presieduti dalla tutela minima risarcitoria - che la lesione sia grave e che il danno non sia futile, come la giurisprudenza ha in più occasioni riaffermato (da ultimo, Cass. n. 26367 del 2014; n. 8703 del 2009). Con la conseguenza che, anche in presenza della lesione di diritti inviolabili, non è ipotizzabile il risarcimento del danno non patrimoniale in mancanza della sussistenza di un concreto pregiudizio patito dal titolare dell'interesse leso. Di più, la lesione deve avere le caratteristiche della gravità e della non futilità. E, naturalmente, il danno-conseguenza deve essere allegato e provato, con la precisazione che, per i pregiudizi non patrimoniali attinenti a un bene immateriale, la prova presuntiva è destinata ad assumere particolare rilievo e potrà costituire anche l'unica fonte per la formazione del convincimento del giudice, a condizione che il danneggiato alleghi tutti gli elementi idonei a fornire la serie concatenata di fatti noti che consentano di risalire al fatto ignoto (Sez. Un. del 2008 cit.).
3. Con il secondo motivo si lamenta omessa motivazione su un punto decisivo della controversia.
Si censura la decisione per aver escluso la liquidazione equitativa del danno, potendosi invece ad essa pervenire sulla base di presunzioni, stante l'id quod plerumque accidit, essendo notorio che determinati fatti provocano nei confronti della parte danneggiata una alterazione della sua quotidianità.
3.1. Anche questo motivo di censura è inammissibile e, comunque, infondato.
3.1.1. Ai fini della inammissibilità è sufficiente rilevare che viene dedotto un difetto motivazionale in riferimento all'art. 360 n. 5 c.p.c., senza alcuna prospettazione di una quaestio facti, risultando piuttosto involto dalle censure l'art. 1226 c.c..
3.1.2. Sotto il profilo della violazione dell'art. 1226 c.c., il motivo è infondato.
La Corte territoriale ha correttamente escluso di poter procedere ad una liquidazione equitativa del danno in mancanza della prova dei danni patiti.
È sufficiente richiamare il principio consolidato, secondo il quale, la liquidazione equitativa del danno ha natura sussidiaria e non sostitutiva dell'onere di allegazione e prova della parte, con la conseguenza che la facoltà per il giudice di liquidare in via equitativa il danno esige, innanzitutto, l'accertata esistenza di un danno risarcibile, oltre che il giudice di merito abbia previamente accertato che l'impossibilità (o l'estrema difficoltà) d'una stima esatta del danno dipenda da fattori oggettivi, e non già dalla negligenza della parte danneggiata nell'allegare e dimostrare gli elementi dai quali desumere l'entità del danno (ex multiis, Cass. n. 25912 del 2013, n. 10850 del 2003).
4. In conseguenza del rigetto del ricorso principale, resta assorbito il ricorso incidentale, espressamente condizionato, volto ad ottenere l'esclusione della condotta colpevole in capo al controricorrente.
5. In conclusione, il ricorso principale deve essere rigettato. Resta assorbito il ricorso incidentale condizionato. Le spese, liquidate secondo i parametri vigenti, seguono la soccombenza a favore del controricorrente.

P.Q.M.

La Corte di Cassazione decidendo i ricorsi riuniti, rigetta il ricorso principale e dichiara assorbito il ricorso incidentale condizionato; condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali del giudizio di cassazione in favore del controricorrente, che liquida in Euro 3.200,00, di cui Euro 200,00 per spese, oltre alle spese generali ed agli accessori di legge.



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