Legislazione e Giurisprudenza, Danni non patrimoniali, disciplina -  Fabbricatore Alfonso - 2016-01-20

DANNO DA EMOTRASFUSIONE: IL TERMINE DI DECADENZA È TRIENNALE - Cass. 597/16 - di A.F.

Cassazione, sez. Lavoro, 15 gennaio 2016, n. 597, Pres. Macioce – Rel. Buffa

La Suprema Corte torna ad affrontare la materia dei danni da emotrasfusione, precisando, ancora una volta, che il termine di prescrizione per esercitare l"azione risarcitoria è di tre anni dalla scoperta della patologia.

Il caso trae spunto dalla richiesta di risarcimento avanzata da una donna, contagiata da epatite a seguito di trasfusione e che, a sua volta, aveva trasmesso la malattia al figlio durante la gestazione. In questo caso particolarissimo, il termine di decadenza va calcolato sia avendo riguardo della scoperta della malattia da parte della donna che del contagio ai danni del figlio, momento, questo, che comporta un effetto dilatorio del termine.

Secondo i Giudici di legittimità il termine di decadenza triennale previsto dalla legge per richiedere le prestazioni assistenziali per i danni derivanti da emotrasfusioni riguarda anche l'indennizzo ex art. 1, comma 6, l. 238/97 (previsto in favore dei figli affetti da epatite a causa di contagio durante la gestazione da madre a propria volta precedentemente danneggiata da epatite post-trasfusionale), essendo contenuta la disciplina di questa prestazione assistenziale nella medesima fonte normativa (la l. 210/92) richiamata dalla predetta normativa, che alla prima fa riferimento e rinvio; la disciplina dunque non prevede una attribuzione previdenziale autonoma (soggetta come tale a proprie regole autonome e, se del caso, a specifici termini di richiesta), non avendo introdotto nuove e diverse forme assistenziali per soggetti danneggiati, ma dispone l'estensione della prestazione generale ex lege 210/92 anche ai soggetti danneggiati nella vita intrauterina da madre affetta dalla patologia considerata, estendendo dunque solamente l'ambito di applicazione soggettivo della legge precedente che l'indennizzo già prevedeva (cfr. per la rilevanza dell'elemento oggettivo della prestazione richiesta, piuttosto che della categoria dei soggetti danneggiati, anche Corte cost. n. 461/2005).

Ciò posto, va evidenziato che già le Sezioni Unite hanno affermato (Sez. Un., 22 luglio 2015 n. 15352) che il termine triennale di decadenza per il conseguimento dell'indennizzo in favore di soggetti danneggiati da emotrasfusioni, introdotto dalla l. 25 luglio 1997, n. 238, si applica anche in caso di epatite postrasfusionale contratta prima del 28 luglio 1997, data di entrata in vigore della detta legge, con decorrenza, però, da questa stessa data, dovendosi ritenere, conformemente ai principi generali dell'ordinamento in materia di termini, che, ove una modifica normativa introduca un termine di decadenza prima non previsto, la nuova disciplina operi anche per le situazioni soggettive già in essere, ma la decorrenza del termine resta fissata con riferimento all'entrata in vigore della modifica legislativa.

Nel caso di specie, la domanda è stata proposta nel 2003, entro il decennio dalla conoscenza della patologia della madre della ricorrente (cui si ricollega la conoscenza del nesso causale tra la trasfusione effettuata dalla madre e l'evento in capo alla figlia), ma oltre tre anni dall'entrata in vigore della legge del 1997.

Se, secondo quanto detto, il termine di decadenza si applica, la sua decorrenza opera in modo peculiare in considerazione della specificità dell'evento protetto, occorrendo non già la produzione della patologia da emotrasfusione della madre dell'assistito ma anche la trasmissione della stessa al figlio durante la gestazione, aspetto questo che naturalmente sposta in avanti il decorso del termine di decadenza.

Naturalmente, la fattispecie può complicarsi, in quanto il termine decadenziale decorre solo dal momento della conoscenza della patologia e, nel caso, occorre una doppia conoscenza, una riferita alla patologia del genitore ed altra alla patologia del figlio: se normalmente l'esplicazione del fattore causale della patologia del primo precede quella del fattore causale del secondo, può avvenire (trattandosi di patologia a latenza lunga) che i postumi insorgano a distanza di tempo dal contagio e che la conoscenza del contagio ovvero del conseguimento della malattia avvenga a distanza di tempo, anche se del caso in tempi diversi nei due casi, potendo avvenire che il figlio scopra il contagio o la patologia prima del genitore e, una volta emerso il contagio o la malattia di quest'ultimo, si comprenda il nesso di derivazione causale dalla trasfusione effettuata solo dal genitore tempo addietro.

Con riferimento al caso di specie, dagli atti risulta che la madre della ricorrente ha avuto una prima figlia nel 1960 (subendo trasfusioni), una seconda figlia (l'odierna ricorrente in giudizio) nel 1965, ed ha subito poi nel periodo 1968-1976 ulteriori trasfusioni. Nel 1985, la ricorrente ha scoperto in seguito ad esame di essere positiva al virus HbsAg. Nel 1995 anche la condizione della madre della ricorrente diviene certa, essendo alla stessa riconosciuto l'indennizzo. Nel 2001, la ricorrente ha appreso di avere l'epatite in occasione della nascita della propria figlia.

Nella specie, il termine triennale è secondo quanto detto decorso. Se non nel 1985, infatti, quando non era ancora noto il nesso causale con la patologia - e quindi la trasfusione pregressa - della madre, nel 1995 il quadro nosografico di entrambe era chiaro; il termine iniziava quindi a decorrere, ma - come insegnato dalle sezioni unite - dall'entrata in vigore della legge del 1997 che per la prima volta lo prevedeva.



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