Legislazione e Giurisprudenza, Danni non patrimoniali, disciplina -  Fabbricatore Alfonso - 2015-08-29

DANNO DA PERDITA DI CHANCE DE SURVIVRE: ANCORA UNA CONFERMA - Cass. 16993/15 - di A. FABBRICATORE

Cassazione, sez. III Civile, 20 agosto 2015, n. 16993, Pres. Vivaldi – Rel. Scarano.

Ancora una conferma della Sez. III in materia di risarcimento del danno da perdita di chance di sopravvivenza: va risarcito, questo il principio, il danno derivante da omessa diagnosi da parte del medico di un processo morboso, anche allo stadio terminale, non soltanto in considerazione della possibilità in capo al danneggiato di poter vivere più a lungo grazie ad un tempestivo intervento palliativo, ma anche e soprattutto in considerazione della concreta possibilità (rectius, chance) di conservare, durante il decorso della patologia, una "migliore qualità della vita" seppur per un breve lasso temporale (Cass., 18/9/2008, n. 23846, e conformemente, Cass., 8/7/2009, n. 16014, Cass., 27/3/2014, n. 7195).

Una donna, dopo essersi sottoposta a diversi esami ginecologici, si reca presso una struttura ospedaliera per il persistere di strane perdite ematiche dalla zona genitale. A seguito di biopsia le viene diagnosticato un male incurabile.

La donna conviene in giudizio il ginecologo per sentirlo condannare al risarcimento dei danni non patrimoniali subiti in ragione dell"omessa diagnosi della malattia ormai allo stadio terminale. In primo grado la richiesta viene in parte accolta, per essere poi rigettata in appello.

Gli eredi della donna, deceduta nelle more del II grado, adiscono la Cassazione per ottenere il risarcimento del danno da perdita di chance de survivre patito dal familiare.

Con una articolata ed interessante motivazione, la Corte evidenzia come più volte è stato chiarito, in accordo con quanto osservato anche in dottrina, che il debitore è di regola tenuto ad una normale perizia, commisurata alla natura dell'attività esercitata (secondo una misura obiettiva che prescinde dalle concrete capacità del soggetto, sicché deve escludersi che ove privo delle necessarie cognizioni tecniche il debitore rimanga esentato dall'adempiere l'obbligazione con la perizia adeguata alla natura dell'attività esercitata); mentre una diversa misura di perizia è dovuta in relazione alla qualifica professionale del debitore, in relazione ai diversi gradi di specializzazione propri dello specifico settore di attività (cfr., con riferimento al professionista, ed in particolare allo specialista, Cass., 20/10/2014, n. 22222).
Atteso che la diligenza deve valutarsi avuto riguardo alla natura dell'attività esercitata (art. 1176, 2 co., c.c.), dal professionista (e a fortiori dallo specialista) è richiesta una diligenza particolarmente qualificata dalla perizia e dall'impiego di strumenti tecnici adeguati al tipo di attività da espletare (cfr. Cass., 31/5/2006, n. 12995) e allo standard professionale della sua categoria: l'impegno dal medesimo dovuto, se si profila superiore a quello del comune debitore, va considerato viceversa corrispondente alla diligenza normale in relazione alla specifica attività professionale o lavorativa esercitata, giacché il medesimo deve impiegare la perizia ed i mezzi tecnici adeguati allo standard professionale o lavorativo della sua categoria, tale standard valendo a determinare, in conformità alla regola generale, il contenuto della perizia dovuta e la corrispondente misura dello sforzo diligente adeguato per conseguirlo, nonché del relativo grado di responsabilità (cfr. Cass., 20/10/2014, n. 22222; Cass., 9/10/2012, n. 17143).    
Nell'adempimento delle obbligazioni (e dei comuni rapporti della vita di relazione) il soggetto deve osservare altresì gli obblighi di buona fede oggettiva o correttezza, quale generale principio di solidarietà sociale la cui violazione comporta l'insorgenza di responsabilità (anche extracontrattuale).    
È pertanto tenuto a mantenere un comportamento leale, osservando obblighi di informazione e di avviso nonché di salvaguardia dell'utilità altrui - nei limiti dell'apprezzabile sacrificio - dalla cui violazione conseguono profili di responsabilità in ordine ai falsi affidamenti anche solo colposamente ingenerati nei terzi (cfr., con riferimento a differenti fattispecie, Cass., 20/2/2006, n. 3651; Cass., 27/10/2006, n. 23273; Cass., 15/2/2007, n. 3462; Cass., 13/4/2007, n. 8826; Cass., 24/7/2007, n. 16315; Cass., 30/10/2007, n. 22860; Cass., Sez. Un., 25/11/2008, n. 28056; Cass., 27/4/2011, n. 9404, e, da ultimo, Cass., 27/8/2014, n. 18304).          
In tema di danno alla persona conseguente a responsabilità medica, si è per altro verso nella giurisprudenza di legittimità precisato che l'omissione della diagnosi di un processo morboso terminale, in relazione al quale sia manifesta la possibilità di effettuare solo un intervento c.d. palliativo, determinando un ritardo della relativa esecuzione, cagiona al paziente un danno già in ragione della circostanza che nelle more egli non ha potuto fruirne, dovendo conseguentemente sopportare tutte le conseguenze di quel processo morboso, e in particolare il dolore (in ordine al quale cfr. Cass., 13/4/2007, n. 8826), che la tempestiva esecuzione dell'intervento palliativo avrebbe potuto alleviargli, sia pure senza la risoluzione della patologia stessa (cfr. Cass., 18/9/2008, n. 23846, e, conformemente, Cass., 23/5/2014, n. 11522).

Si è al riguardo precisato che in tale ipotesi il danno per il paziente consegue pure alla mera perdita della possibilità di scegliere, alla stregua delle conoscenze mediche del tempo,"cosa fare" per fruire della salute residua fino all'esito infausto, anche rinunziando all'intervento o alle cure per limitarsi ad esplicare consapevolmente le proprie attitudini psico-fisiche durante il periodo residuale di vita (cfr. Cass., 18/9/2008, n. 23846).        
Non v"è dubbio, pertanto, che tali principi siano stati disattesi dalla pronuncia della Corte di appello: è rimasto nella specie accertato che "il ginecologo X ebbe in cura la donna per un periodo di cinque mesi, dal settembre '92 al febbraio '93, durante il quale la paziente presentò episodi di perdite ematiche dai genitali, e che il medico.. effettuò controlli clinici per cinque volte (si tratta... delle visite del 29 settembre 1992, in cui venne controllata la spirale, dell'ottobre del 1992, in cui la spirale venne rimossa, del dicembre 1992, in cui venne eseguita un'ecografia, del gennaio 1993, in cui vennero prescritti antibiotici e utero tonici, e del febbraio 1993, in cui venne eseguita un'ecografia). Il 23 febbraio del 1993 la donna si ricoverò quindi in una struttura ospedaliera per tre giorni, ove le fu diagnosticato il carcinoma, mediante biopsia del canale cervicale, ciò da cui può desumersi, con certezza, che il carcinoma era già presente all'atto delle visite del ginecologo X ".
Orbene, dopo avere correttamente affermato che il comportamento nel caso dal medico mantenuto non è stato improntato alla dovuta diligenza, essendosi "con certezza" accertato che "il carcinoma era già presente all'atto delle visite del ginecologo " e che l'"approccio diagnostico" del medesimo fu "insufficiente" (atteso che quantomeno "in occasione del terzo controllo del dicembre '92 o del quarto, gennaio 1993" il "quadro patologico della donna andava approfondito... mediante l'effettuazione di esami diagnostici quali il pap test, la colposcopia e la biopsia della cervice uterina], la corte di merito è invero pervenuta ad escludere la responsabilità del medesimo argomentando dal rilievo che "i consulenti hanno confermato che secondo l'id quod plerumque accidit, poco o nulla sarebbe cambiato circa il decorso clinico, con specifico riferimento alla forma tumorale, particolarmente maligna e aggressiva", traendone la conferma dell'"insussistenza del nesso causale tra l'aggravamento della malattia e il comportamento omissivo del sanitario".          
La corte di merito ha altresì escluso il risarcimento del c.d. danno da perdita di chance sofferto dalla D.A. , "per il troncante rilievo che il controverso orientamento giurisprudenziale che ne ammette la configurabilità in materia di responsabilità medica, ritiene comunque che il danno da perdita di chance sia un'autonoma voce di danno emergente, con la conseguenza che la relativa domanda è diversa rispetto a quella avente ad oggetto il mancato raggiungimento del risultato sperato".            
Ha del pari negato il ristoro del danno "consistente nella sofferenza patita dalla D. prima di morire durante l'agonia (danno c.d. tanatologico)", in quanto "difetta, come già ampiamente detto, il nesso di causalità".    
Orbene, le suindicate ragioni e conclusioni si appalesano apodittiche ed erronee.
Vale al riguardo osservare che, quand'anche "la durata del ritardo diagnostico" sia da considerarsi non già di quattro mesi, come ritenuto dal giudice di prime cure, bensì quella "ridotta... a circa due mesi", da essa ravvisata sussistere, la corte di merito non ha spiegato come mai alla mancata tempestiva individuazione da parte del ginecologo della reale natura della malattia, che aveva invero già colpito la donna al momento della prima visita, quale forma tumorale "particolarmente maligna e aggressiva" non abbia assegnato alcuna rilevanza causale in relazione alla sopraggiunta morte, e pertanto anche sotto il segnalato profilo della possibilità di effettuazione di un intervento quantomeno di tipo palliativo, nonché quello della suindicata perdita di una doppia chance.            
Il rilievo secondo cui il morbo ha nel caso avuto "una progressione che avvenne con modalità particolarmente rapida ed inconsuetamente tumultuosa", per cui "poco o nulla sarebbe comunque cambiato circa il decorso clinico", e la conclusione di "insussistenza del nesso causale tra l'aggravamento della malattia e il comportamento omissivo del sanitario" sono stati dal giudice del gravame invero, rispettivamente, formulati senza considerare che anche in presenza di una situazione deponente per un prossimo ed ineluttabile exitus l'intervento medico può - come detto - essere comunque volto a consentire al paziente di poter eventualmente fruire di un intervento anche solo meramente palliativo idoneo, se non a risolvere il processo morboso o ad evitarne l'aggravamento, quantomeno ad alleviarne le sofferenze (cfr. Cass., 18/9/2008, n. 23846, e, conformemente, Cass., 23/5/2014, n. 11522).            
A tale stregua, l'omissione della diagnosi di un processo morboso terminale assume allora rilievo causale non solo in relazione alla chance di vivere per un (anche breve) periodo di tempo in più rispetto a quello poi effettivamente vissuto ma anche per la perdita da parte del paziente della chance di conservare, durante quel decorso, una "migliore qualità della vita" (cfr. Cass., 18/9/2008, n. 23846, e, conformemente, Cass., 8/7/2009, n. 16014, Cass., 27/3/2014, n. 7195), intesa - come detto - quale possibilità di programmare (anche all'esito di una eventuale scelta di rinunzia all'intervento o alle cure: cfr. Cass., 16/10/2007, n. 21748) il proprio essere persona, e, quindi, in senso lato l'esplicazione delle proprie attitudini psico-fisiche in vista e fino a quell'esito (cfr. Cass., 18/9/2008, n. 23846).



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