Legislazione e Giurisprudenza, Danno esistenziale -  Redazione P&D - 2015-11-27

DANNO DA VIOLAZIONE DELLA PRIVACY DI UN NOTO CALCIATORE - App. Milano 22.7.15 - Natalino SAPONE

- Violazione della privacy

- Il danno è risarcibile anche senza la conoscenza della vittima

- L'equità va intesa anche come parità

1.- La Corte d"appello di Milano, con la sentenza del 22 luglio 2015, pubblicata su Foro. it, 2015, I, 3312, ha parzialmente riformato la sentenza di primo grado, con cui era stato riconosciuto in favore di un noto calciatore - oggetto di comportamenti invasivi della propria vita privata, consistita in un"illecita attività di controllo (pedinamenti, accertamenti sulle utenze telefoniche in uso al calciatore, accertamenti presso l"anagrafe tributaria e le banche) – il danno non patrimoniale pari ad un milione di euro. La Corte d"appello ha ridotto drasticamente l"importo del risarcimento (a complessivi € 80.000) riconosciuto dal giudice di primo grado (€ 1.000.000).

Precisamente la Corte d"appello ha ravvisato tre tipi di danni. Il primo danno è quello determinato dalla violazione della privacy, danno causato dalla conoscenza dei dati relativi alla vita personale da parte di coloro che li avevano illecitamente acquisiti. Tale danno consiste nella violazione dell"intimità del danneggiato e nell"apprendimento di dati riservati da parte di terzi estranei. Si tratta – aggiunge la Corte – di "un pregiudizio che prescinde dalla stessa conoscenza che l"interessato abbia dell"illecita intrusione".

Un secondo tipo di danno è ravvisato nella sofferenza patita dallo sportivo una volta appreso di essere stato oggetto dell"attività illecita.

Il terzo tipo di danno riscontrato consiste nel danno all"immagine, attesa la risonanza mediatica che le notizie degli illeciti controlli avevano avuto sulla stampa e considerata la rappresentazione delle ragioni che avevano giustificato le indagini, ovvero la preoccupazione delle ripercussioni che la vita privata e notturna del giocatore avrebbero potuto avere sulle sue prestazioni calcistiche.

2.- Desta perplessità la configurazione meramente oggettiva del danno da violazione della privacy. La Corte afferma che tale danno prescinde dalla conoscenza che l"interessato abbia dell"illecita intrusione. Dunque non ci si trova in presenza di un danno morale, inteso come sofferenza interiore, la quale presuppone la consapevolezza da parte della vittima. Sicuramente non è danno biologico, in mancanza della lesione dell"integrità psico-fisica. Rimarrebbe il danno esistenziale, ossia l"incidenza negativa sulla vita quotidiana e sugli aspetti dinamico-relazionali dell"esistenza. La sentenza però non compie nessun accertamento circa tale incidenza.

Nella liquidazione del danno da violazione della privacy, la Corte tiene conto dei seguenti elementi: gravità oggettiva delle intrusioni, ambiti di vita esplorati, durata dell"intrusione, numero delle persone coinvolte, maggiore o minore diffusione delle notizie, momento di conoscenza delle intrusioni da parte della vittima.

In mancanza della consapevolezza della vittima però tali elementi non hanno rilievo ai fini del danno morale. E in mancanza di un accertamento, sia pure in via presuntiva, di ripercussioni sulla vita quotidiana o su aspetti dinamico-relazionali, non vi è spazio neanche per il risarcimento sotto specie di danno esistenziale. Così come non vi è spazio per il danno biologico in assenza di lesione dell"integrità psico-fisica.

Che dire allora? L"impressione è che quello riscontrato dalla pronuncia in commento sia un danno-evento, un danno in re ipsa. Vi può essere una lesione gravissima di un diritto, ma se tale lesione non determina né sofferenza interiore né riflessi negativi sulla vita quotidiana né sulla lesione dell"integrità psico-fisica, quali sono le conseguenze dannose?

3.- Forse un"altra possibilità può essere quella di identificare un"altra tipologia di conseguenze dannose: quella consistente nella compromissione della dignità, intesa non come diritto ma come valore personale autonomo rispetto al valore la cui lesione determina danno morale. Ma tale chiave autonoma va usata sempre con molto rigore, limitatamente ad ipotesi di illeciti di dolo (e qui ci saremmo) e preferibilmente in funzione residuale, ad es. nei casi in cui la vittima del comportamento lesivo non sia in grado di percepire sofferenza morale a causa delle condizioni psichiche. In mancanza di tale rigore il riferimento alla dignità come voce autonoma (rispetto alle tre note) determina il concreto ed elevato rischio del danno in re ipsa. Questo non vuol certo dire che il pregiudizio alla dignità sia irrilevante, tutt"altro. Si intende piuttosto dire che tale pregiudizio deve essere in linea di principio gestito all"interno del danno morale, come sua species, e quindi con i requisiti propri di tale tipologia, in primo luogo il requisito della consapevolezza da parte del danneggiato. Sarebbe eccessiva la disarmonia di sistema derivante dal ritenere, da un lato, risarcibili in re ipsa illecite violazioni della privacy mentre dall"altro lato, non lo sono (risarcibili in re ipsa) ad es. il danno da agonia breve – che deve essere lucida, ossia vissuta consapevolmente dalla vittima – e il danno da perdita della vita.

4.- La pronuncia in commento costituisce uno dei tanti esempi del rischio che si corre quando non si prendono sul serio le tre categorie (o voci) del danno non patrimoniale elaborate da giurisprudenza e dottrina: il rischio di una deriva eventistica o di un"adozione – forse neanche tanto consapevole – di una prospettiva sanzionatoria.

Per l"accertamento delle conseguenze dannose, gli elementi indicati dalla sentenza ai fini della liquidazione sono certamente ragionevoli; però sono appropriati solo se considerati nell"ottica del danno morale (quindi sul presupposto della consapevolezza da parte della vittima) o del danno esistenziale (quindi come dati da cui desumere, anche per presunzioni, un"incidenza sulla vita esterna) o del danno biologico (come fattori di personalizzazione).

Se invece – come sembra avere fatto la Corte milanese – i predetti elementi sono considerati in sé e per sé, è evidente la focalizzazione dell"attenzione sulla lesione del diritto e non sulle ripercussioni; ci si colloca quindi entro una prospettiva eventistica.

5.- Discorso analogo vale per il danno all"immagine. O questo danno viene ricondotto entro il genus del danno morale, e quindi trattato come sottospecie di sofferenza morale, o viene ricondotto nella prospettiva del danno esistenziale, e quindi considerato sotto il profilo dei riflessi sulla vita quotidiana; oppure si ricade, di nuovo, entro un modulo di tipo eventistico/punitivo.

Vero che il danno all"immagine presenta connotati specifici. Ma questo può costituire una ragione per trattarlo come possibile sottospecie del danno morale o del danno esistenziale, a seconda delle conseguenze in concreto accertate; non anche per configurarlo come tipologia di danno autonoma e ulteriore rispetto alle due voci predette.

6.- La Corte d'Appello sul piano della quantificazione del danno, richiama il principio, affermato dalla recente giurisprudenza di legittimità, secondo cui l"equità significa non soltanto regola del caso concreto ma anche parità di trattamento. Da questo principio la Corte trae il corollario secondo cui, per liquidare il danno da violazione della privacy, vanno tenute presenti le somme usualmente riconosciute in caso di illeciti che ledono la sfera dell"onore e della reputazione. "Queste fattispecie – sottolinea la Corte – sono più prossime a quella in esame e i valori utilizzati in quei casi possono costituire elementi orientativi e guidare una congrua ed equa liquidazione del danno".

Ciò porta la Corte d'Appello a ritenere che il Tribunale – il quale non ha esplicitato i criteri adottati ai fini della quantificazione – non abbia fatto corretto uso del potere di liquidazione equitativa.

È interessante sottolineare come, nel condivisibile ragionamento della Corte milanese, il principio dell"equità come parità di trattamento conduca alla necessità di tener conto degli importi liquidati in fattispecie vicine. Il che significa in sostanza due cose: va applicata l"analogia e occorre tener conto dei precedenti. Dei precedenti quindi non si può prescindere ai fini di una congrua liquidazione. Certo, saranno elementi orientativi, in ragione della flessibilità imposta dalla considerazione delle peculiarità del caso concreto; ma essi non possono essere ignorati dal giudice. Insomma l"equità come parità eleva il precedente giudiziario a vincolo (sia pure soft) che il giudice incontra nella liquidazione.

Per concludere, la pronuncia che si annota costituisce un"interessante esemplificazione  dei tentativi, sempre più convinti, che la giurisprudenza sta compiendo anche là dove non ci sono tabelle, per rendere l"equità sempre meno pura e sempre più oggettivamente verificabile.



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