Articoli, saggi, Danno esistenziale -  Mazzon Riccardo - 2013-10-19

DANNO ESISTENZIALE E CASS. CIV., SEZ.III, N. 22585 DEL 3 OTTOBRE 2013: QUELLO CHE SS.UU. 26972/08 NON DISSE - RM

La dissertazione sul danno esistenziale operata di recente da Cassazione civile, sezione terza, sentenza n. 22585 del 3 ottobre 2013 obbliga a considerazioni care agli esistenzialisti della prima generazione: si ripropone per tal motivo di seguito, integralmente, così come edito l'indomani della pubblicazione dell'ormai celeberrima SS.UU. 26972/08, l'istintivo articolo "QUELLO CHE SS.UU. 26972/08 NON DICE: QUALSIASI DANNO, PER ESSERE RISARCITO, DEVE ESSERE OBIETTIVAMENTE ANTIGIURIDICO", comprensivo di abstract e massime che, a suo tempo, l'accompagnarono.

Abstract:

"…..non pare sconveniente provare a pensare non tanto a quello che la pronuncia afferma, ma piuttosto a quanto essa non considera…."

"….il fatto dannoso, per implicare diritto al risarcimento, deve anche essere obiettivamente antigiuridico……."

"…..il contrasto del fatto con il dovere giuridico non risulta efficacemente (e completamente) determinabile se non avendo a mente la totalità delle regole che disciplinano l"ordinamento giuridico nel suo complesso……"

"…………..il rispetto di tali canoni implica una limitazione originaria dell"ambito dei danni risaricibili, con ciò donando all"interprete una maggior serenità nella valutazione del danno specificatamente inteso…."

"…… il danno, piccolo o grande che sia, esiste a prescindere dai giuristi, così come esiste in rerum natura la tripartizione danno biologico/danno morale/danno esistenziale….."

Massime tratte da SS.UU. 26972/08:

"....al danno esistenziale era dato ampio spazio dai giudici di pace, in relazione alle più fantasiose, ed a volte risibili, prospettazioni di pregiudizi suscettivi di alterare il modo di esistere delle persone: la rottura del tacco di una scarpa da sposa, l'errato taglio di capelli, l'attesa stressante in aeroporto, il disservizio di un ufficio pubblico, l'invio di contravvenzioni illegittime, la morte dell'animale di affezione, il maltrattamento di animali, il mancato godimento della partita di calcio per televisione determinato dal blackout elettrico. In tal modo si risarcivano pregiudizi di dubbia serietà, a prescindere dall'individuazione dell'interesse leso, e quindi del requisito dell'ingiustizia....".

"....il pregiudizio della vita di relazione, anche nell'aspetto concernente i rapporti sessuali, allorché dipenda da una lesione dell'integrità psicofisica della persona, costituisce uno dei possibili riflessi negativi della lesione dell'integrità fisica del quale il giudice deve tenere conto nella liquidazione del danno biologico, e non può essere fatta valere come distinto titolo di danno, e segnatamente a titolo di danno "esistenziale"....."

"....al danno biologico va infatti riconosciuta portata tendenzialmente omnicomprensiva, confermata dalla definizione normativa adottata dal d. lgs. n. 209/2005, recante il Codice delle assicurazioni private ("per danno biologico si intende la lesione temporanea o permanente dell'integrità psico-fisica della persona, suscettibile di valutazione medico-legale, che esplica un'incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato, indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacità di produrre reddito"), suscettibile di essere adottata in via generale, anche in campi diversi da quelli propri delle sedes materiae in cui è stata dettata, avendo il legislatore recepito sul punto i risultati, ormai generalmente acquisiti e condivisi, di una lunga elaborazione dottrinale e giurisprudenziale: in esso sono quindi ricompresi i pregiudizi attinenti agli "aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato"..."

"....al danno esistenziale non può essere riconosciuta dignità di autonoma sottocategoria del danno non patrimoniale....."

".........l'eventuale personalizzazione del risarcimento (nella specie, del danno biologico) non è mai preclusa dalla liquidazione sulla base del valore tabellare differenziato di punto, specie se il consulente d'ufficio ha dichiaratamente ritenuto di non attribuire rilevanza, nella determinazione del grado percentuale di invalidità permanente, al disagio che la menomazione in questione provoca nei momenti di intimità (ed ai suoi consequenziali riflessi).........".

Così Cass. Civ. Sezioni unite 24 giugno – 11 novembre 2008, n. 26972, Pres. Carbone, rel. Preden, personaedanno.it

"QUELLO CHE SS.UU. 26972/08 NON DICE: QUALSIASI DANNO, PER ESSERE RISARCITO, DEVE ESSERE OBIETTIVAMENTE ANTIGIURIDICO" - Riccardo MAZZON

La neonata sentenza delle Sezioni Unite 26972/08, presa d"assalto da commentatori d"ogni estrazione (giuridica – esistenzialista ed anti-esistenzialista - , sociologica, giornalistica, etc.), rischia in effetti, soffocata da coccole e giudizi, di crescere piuttosto viziatella, circondata com"è dalle più coinvolgenti (ed interessate) attenzioni da parte di padri, patrigni (madri, matrigne), zii, zie e parenti tutti.

D"altra parte, non si può nascondere come, tanto ad una prima visione, quanto ad un esame più approfondito, la creatura fatichi a soddisfare il parentado: forse perché, per quanto si osservi, non si riesce a capire a chi somigli……

Fuor di metafora, la sentenza delle Sezioni Unite, per voler accontentare tutti, non accontenta nessuno; "dice e non dice", "quel che dice è vero in parte", "ogni sezione (della Corte di Cassazione, n.d.r.) ha scritto la porzione di propria competenza": questi i commenti più gettonati.

Non pare, pertanto, così sconveniente provare a pensare non tanto a quello che la pronuncia afferma, ma piuttosto a quanto essa non considera.

In altri termini: non è che le Sezioni Unite, nella foga dettata dall"esigenza di scagliarsi contro i danni cc.dd. bagatellari (nonché contro ogni duplicazione del danno oggetto di risarcimento), abbia omesso di considerare che tale risultato è più efficacemente (e correttamente) perseguibile semplicemente considerando in modo compiuto e corretto i presupposti necessari affichè un danno possa definirsi, a pieno titolo, risarcibile?

Il fatto dannoso, infatti, se permeato di colpevolezza, per implicare diritto al risarcimento deve anche essere obiettivamente antigiuridico.

Tale affermazione, se confrontata con quella che era un tempo la tradizionale dottrina e giurisprudenza, poteva, in effetti, apparire eccessivamente enfatizzante e, conseguentemente, pleonastica; l"antigiuridicità veniva, infatti, limitata alla lesione di un diritto assoluto (diritto reale o diritto della personalità), con esclusione esplicita di lesioni coinvolgenti situazioni giuridiche di altra, diversa natura:

"…la giurisprudenza della S.C. si è costantemente espressa nel senso del difetto di giurisdizione rispetto alle domande di risarcimento per il danno arrecato al titolare di un interesse legittimo; tale impostazione era giustificata sul presupposto dell'esaurimento della tutela erogabile secondo l'ordinamento, in quanto il giudice amministrativo poteva fornire la tutela rimessa al suo potere, mentre non poteva essere proposta la domanda di risarcimento davanti al giudice ordinario, non essendo prevista dall'ordinamento l'invocata tutela. L'ulteriore corso della giurisprudenza della S.C. ha ammesso l'instaurabilità della controversia su pretesa al risarcimento dei danni causati al titolare di interessi legittimi, spettando al giudice di merito stabilire se la pretesa potesse o meno essere soddisfatta. Tuttavia tale impostazione non implicava il superamento del principio secondo il quale la risarcibilità era limitata ai soli diritti soggettivi" (Cass. civ. Sez. U., 22 luglio 1999, n. 500, FA, 1999, 1990; RCP, 1999, 981; Clt, 1999, 1602).

Successivamente, si è avuta una progressiva apertura, diretta all"inserimento, accanto ai diritti assoluti, comportanti senza dubbio risarcimento, di nuove fattispecie corrispondenti a situazioni soggettive lese; l"esplicito allargamento delle stesse si riferì vuoi alla lesione del diritto di credito ad opera di soggetti diversi dal debitore,

"…poiché anche la lesione da parte di un terzo di un diritto di credito, come quella di un diritto assoluto, può cagionare un danno ingiusto, questo è risarcibile ai sensi dell'art. 2043 c.c. (Nella specie la S.C. ha cassato con rinvio la decisione di merito che aveva in astratto escluso - senza verificare in concreto - l'eventuale rilevanza della dedotta violazione di norme sulla circolazione di un assegno agli effetti della ipotizzata responsabilità extracontrattuale di due istituti di credito, ritenendo che tali irregolarità rilevassero esclusivamente sul piano del rapporto contrattuale fra banca e cliente)…." (Cass. civ., sez. I, 13 giugno 2006, n. 13673, MGC, 2006, 6);

vuoi, generalmente, alla lesione del diritto all"integrità del patrimonio o alla libera determinazione negoziale,

"….tuttavia tale impostazione non implicava il superamento del principio secondo il quale la risarcibilità era limitata ai soli diritti soggettivi. Tale superamento (espresso dalla giurisprudenza relativa al risarcimento per la lesione all'integrità del patrimonio, alla libera determinazione negoziale, per la perdita di opportunità (chance), di aspettativa di natura patrimoniale nei rapporti familiari) è avvenuto identificando nell'art. 2043 c.c. una clausola generale in base alla quale è risarcibile la lesione di qualunque interesse, rilevante per l'ordinamento…" (Cass. civ. Sez. U., 22 luglio 1999, n. 500, FA, 1999, 1990; RCP, 1999, 981; Clt, 1999, 1602);

vuoi, infine, alla lesione degli interessi legittimi, con esplicita presa di posizione in ordine alla sufficienza, accanto al fatto dannoso permeato di colpevolezza, del requisito della mera ingiustizia (rectius antigiuridicità obiettiva):

"….in caso di domanda di risarcimento dei danni proposta nei confronti della p.a., al fine di stabilire se la fattispecie concreta integri un'ipotesi di responsabilità extracontrattuale ex art. 2043 c.c., il giudice deve procedere, in ordine successivo, a svolgere le seguenti indagini: a) accertare la sussistenza di un evento dannoso; b) stabilire se l'accertato danno sia qualificabile come danno ingiusto, in relazione alla sua incidenza su un interesse rilevante per l'ordinamento, tale essendo l'interesse indifferentemente tutelato nelle forme del diritto soggettivo (assoluto o relativo), dell'interesse legittimo (funzionale alla protezione di un determinato bene della vita, la cui lesione rileva ai fini in esame) o dell'interesse di altro tipo, pur se non immediato oggetto di tutela in quanto dall'ordinamento preso in considerazione a fini diversi da quelli risarcitori (e quindi comunque non qualificabile come interesse di mero fatto); c) accertare sotto il profilo causale, facendo applicazione dei noti criteri generali, se l'evento dannoso sia riferibile ad una condotta (positiva od omissiva) della p.a.; d) stabilire se l'evento dannoso sia imputabile a dolo o colpa della p.a., non trovando al riguardo applicazione il principio secondo cui la colpa della struttura pubblica dovrebbe considerarsi sussistente "in re ipsa" in caso di esecuzione volontaria di atto amministrativo illegittimo. Ne deriva che l'accertamento, ad opera del g.a., della contrarietà a diritto del provvedimento dal quale è derivato il danno non è sufficiente a dimostrare l'illecito, quando la condotta illegittima in concreto dedotta con l'azione risarcitoria sia diversa da quella che ha dato luogo all'annullamento in sede amministrativa. (Fattispecie relativa a gara d'appalto a licitazione privata per la fornitura di stampati ad una Usl, in relazione alla quale il g.a. aveva dichiarato illegittimi per arbitrarietà i criteri di aggiudicazione, fissati dall'autorità che aveva emesso il bando, contenuti nella lettera d'invito; il concorrente che nella gara aveva formulato l'offerta economicamente più conveniente chiedeva il risarcimento di danni per la mancata aggiudicazione della fornitura, deducendo l'illegittimità del comportamento tenuto dalla commissione aggiudicatrice, la quale si era attenuta a quei criteri di aggiudicazione, ritenuti illegittimi, nella scelta del contraente; la S.C. ha escluso potesse, per questo, affermarsi la responsabilità della p.a., atteso che l'affidamento ingenerato nei partecipanti alla gara non può che essere quello che discende dalla possibilità di aggiudicarsela alla stregua dei criteri predeterminati, dovendosi escludere che il rispetto degli stessi da parte della commissione aggiudicatrice possa integrare una violazione delle regole di correttezza o di buona fede)" (Cass. civ., sez. I, 18 giugno 2005, n. 13164, MGC, 2005, 9; FA, 2006, 3 751);

Progressivamente, pertanto, la situazione soggettiva lesa suscettibile di risarcimento ha acquistato nettezza ed omogeneità di contorni; il danno "ingiusto" è ormai definito tale quando il fatto che lo ha arrecato risulta in contrasto con un dovere giuridico: quando, cioè, è obiettivamente antigiuridico.

Ciò detto, il contrasto con un dovere giuridico che caratterizza l"illiceità del fatto deve relazionarsi non solo con la posizione soggettiva (da tutelare) del leso, ma anche con le esigenze generali dell"ordinamento nel suo complesso; e tali esigenze sono normativamente individuate da quelle che possiamo, a pieno titolo, qualificare come "cause di giustificazione":

"…non può essere considerato ingiusto il danno che si produca conformemente ad un provvedimento amministrativo non rimosso e quindi tuttora produttivo di effetti poiché il permanere della produzione degli effetti è conforme alla volontà della legge e la necessaria coerenza dell'ordinamento impedisce di valutare in termini di danno ingiusto gli effetti medesimi. In tal caso il danno è privo del requisito dell'ingiustizia, perché, pur essendo contra ius, non è tuttavia inferto non iure, ossia in assenza di cause di giustificazione. Lo stesso provvedimento amministrativo, sebbene potenzialmente illegittimo, vale, fino a quando non è rimosso dal giudice o in via di autotutela dalla stessa amministrazione, a "giustificare la lesione", impedendo così di qualificarla in termini di antigiuridicità" (T.A.R. Lazio Roma, sez. II, 1 dicembre 2004, n. 14645, FA, 2004, 2 652);

Il contrasto del fatto con il dovere giuridico non risulta, in effetti, efficacemente (e completamente) determinabile se non avendo a mente la totalità delle regole che disciplinano l"ordinamento giuridico nel suo complesso; la relazione di difformità implicante "ingiustizia" del fatto, ossia antigiuridicità, deve infatti considerare anche i casi nei quali l"ordinamento (attraverso le cause di giustificazione) autorizza (o impone) un fatto dannoso lesivo vuoi di diritti soggettivi, vuoi di interessi legittimi:

"…la domanda di risarcimento del danno proposta da un privato nei confronti della p.a., se non attribuita (anche "ratione temporis") alla cognizione di altro giudice dotato, nella materia "de qua", di giurisdizione esclusiva, estesa alla cognizione dei diritti patrimoniali consequenziali, appartiene alla giurisdizione del giudice ordinario; attiene al merito, e non alla giurisdizione, la questione della riconducibilità della fattispecie di responsabilità della p.a. al paradigma dell'art. 2043 c.c. (Nella specie, i proprietari di un fondo agricolo avevano ottenuto la condanna della regione siciliana al risarcimento dei danni dovuti alle frequenti inondazioni del fondo asseritamente causate dallo spostamento della foce di un fiume, disposta a seguito della istituzione di una zona di riserva naturale, e dalla cattiva esecuzione dei lavori di sistemazione della vecchia foce, nonché dall'assenza di manutenzione da parte degli enti preposti; in sede di ricorso per cassazione, era stato denunziato il difetto di giurisdizione del giudice ordinario, e, per esso, del tribunale superiore delle acque pubbliche, alla stregua del rilievo che i danni in questione erano dovuti ad omissioni giustificate della normativa regionale sui parchi e sulle riserve, che vieta determinate attività ed interventi atti ad alterare il paesaggio, gli ambienti naturali e la vegetazione, con conseguente esclusione del requisito dell'assenza di cause di giustificazione, previsto ai fini della configurabilità della fattispecie di cui all'art. 2043 c.c. La S.C., affermando il principio di cui alla massima, ha rigettato il ricorso, escludendo che si versi in alcuna delle materie o submaterie attribuite alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo, avuto anche riguardo alla inapplicabilità, "ratione temporis", dell'art. 34 del d.lg. n. 80 del 1998, come sostituito dall'art. 7 della legge n. 205 del 2000)" (Cass. civ. Sez. U., 9 agosto 2001, n. 10979, MGC, 2001, 1583).

In dette ipotesi, pur in presenza di una lesione di posizioni soggettive di per sé tutelate (in quanto qualificate: diritti o interessi legittimi), non si potrà ritenere di versare in ambito obiettivamente antigiuridico:

"…la risarcibilità del danno derivante dalla lesione di un interesse legittimo può dirsi sostanzialmente subordinata alla verifica delle sussistenza di tre condizioni: 1) l'evento lesivo, e cioè un evento che abbia causato la lesione del bene della vita costituente il lato interno della posizione giuridica soggettiva; 2) l'ingiustizia del danno, e cioè il danno prodotto non iure, in assenza di cause di giustificazione al lesivo operato della pubblica amministrazione; 3) la responsabilità dell'Amministrazione e cioè la riferibilità del danno ad una condotta colpevole dell'Amministrazione, non essendo invocabile il principio secondo il quale la colpa sarebbe "in re ipsa" quando l'Amministrazione adotti un provvedimento illegittimo" (T.A.R. Lazio Roma, sez. I, 12 maggio 2005, n. 3734, FA, 2005, 5 1489).

Anche nel settore civilistico, pertanto (e non solo, dunque, in quello penalistico), necessiterà tener conto delle cause di giustificazione quali elementi determinanti l"antigiuridicità obiettiva e, conseguentemente, il fatto illecito, inteso quale fatto materiale (dannoso) e obiettivamente antigiuridico, attribuito al soggetto attraverso un giudizio normativo di rimproverabilità personale:

"……il soggetto che pone in essere una determinata attività risponde degli effetti pregiudizievoli che ne derivano a terzi anche nell'ipotesi in cui l'attività stessa sia svolta per conto di altri o nella detenzione di beni altrui. (In tali casi, infatti, può sussistere una responsabilità del committente o del titolare del bene, ma non viene meno la responsabilità del soggetto agente, salvo che non ricorrano specifiche cause di giustificazione della condotta)" (Trib. sup. acque 19 marzo 1998, n. 25, CS, 1998, II, 442).

Unica differenza con l"ambito penale sarà determinata dall"ontologica differenza tra i due fatti materiali, quest"ultimo connotato necessariamente dalla tipicità, quello civilistico assolutamente atipico; è, infatti, la necessaria tipicità del fatto che consente, nell"ambito penale, di affermare come l"antigiuridicità obiettiva si risolva interamente nel difetto di cause di giustificazione; l"atipicità del fatto materiale in ambito civile, al contrario, impone di valutare l"antigiuridicità in senso bipolare: il fatto sarà, dunque, illecito (e quindi obiettivamente antigiuridico) in quanto 1) lesivo di una situazione giuridica; 2) posto in essere in assenza di cause di giustificazione.

In altri termini: mentre, in ambito penale, la condotta tipica e offensiva sarà obiettivamente antigiuridica in mera assenza di cause di giustificazione, in ambito civile, la condotta atipica e offensiva (dannosa) sarà obiettivamente antigiuridica, sempre in assenza di cause di giustificazione, ma in quanto lesiva di una situazione giuridica altrimenti individuata.

Il rispetto di tali canoni ermeneutici comporterebbe, probabilmente, una limitazione originaria dell"ambito dei danni risaricibili, con ciò donando all"interprete una maggior serenità nella valutazione del danno specificatamente inteso: il danno, infatti, piccolo o grande che sia, esiste a prescindere dai giuristi, così come esiste in rerum natura la tripartizione danno biologico/danno morale/danno esistenziale.

Il terreno dei limiti alla risarcibilità di tali danni è, dunque, da ricercarsi altrove: non certo dove ha rimestato (inutilmente) la sentenza in oggetto.



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