Legislazione e Giurisprudenza, Danno esistenziale -  Redazione P&D - 2013-08-30

DANNO ESISTENZIALE: OCCORRONO SCONVOLGIMENTI DELLA VITA QUOTIDIANA - Cass. 19402/2013 - Natalino SAPONE

In un incidente stradale perde la vita un ragazzo di vent"anni. In primo grado viene riconosciuto un risarcimento di lire 318.762.553 in favore del padre, di lire 284.552.315 in favore della madre e di lire 227.706.932 in favore del fratello. In appello viene riconosciuta l'ulteriore somma di euro 10.000 ciascuno, a titolo di danno morale per la sofferenza patita a causa dei danni subiti dal figlio sopravvissuto. Viene proposto ricorso per cassazione, sul rilievo che il fratello era solito avere con il fratello deceduto una comunione di vita molto forte, trovando nel fratello maggiore un punto di riferimento. I genitori lamentano che con la morte del figlio maggiore gli equilibri della vita familiare sono stati profondamente alterati, sicché il pregiudizio morale da loro subito è stato più grande di quello realmente risarcito. In proposito i ricorrenti richiamano la figura del danno esistenziale, affermando che la Corte d'appello ha limitato il risarcimento alle due figure del danno morale e del danno biologico, così erroneamente accomunando valori ed interessi diversamente tutelati. Il danno esistenziale dovrebbe, secondo i ricorrenti, essere distinto sia da quello biologico che da quello morale, in quanto trova il proprio riferimento nell'interesse "correlato alla intangibilità della sfera degli affetti reciproci e della scambievole solidarietà che connota la famiglia".

La S.C. – Cass. 22 agosto 2013, n. 19402, pres. Uccella, rel. Cirillo – accoglie il ricorso. Ricorda in primo luogo che le Sezioni Unite dell"11.11.2008, n. 26972, hanno insegnato che, in assenza di reato e al di fuori dei casi determinati dalla legge, "pregiudizi di tipo esistenziale sono risarcibili purché conseguenti alla lesione di un diritto inviolabile della persona. Ipotesi che si realizza, ad esempio, nel caso dello sconvolgimento della vita familiare provocato dalla perdita di congiunto (c.d. danno da perdita del rapporto parentale), poiché il pregiudizio di tipo esistenziale consegue alla lesione dei diritti inviolabili della famiglia (articoli 2, 29 e 30 Cost.)". Hanno escluso le Sezioni Unite l'esistenza di una figura autonoma di danno "esistenziale", riconoscendo però come forma di danno non patrimoniale risarcibile quella della lesione del rapporto parentale, in quanto sicuramente rientrante nella protezione di cui alla nostra Costituzione.

La S.C. ricorda poi pronunce successive al 2008; ad es. la sentenza n. 10527 del 2011, secondo cui, ove la liquidazione del danno morale sia stata "espressamente estesa anche ai profili relazionali, nei termini propri del danno c.d. esistenziale, è allora senz'altro da escludersi la possibilità che, in aggiunta a quanto a titolo di danno morale già determinato, venga attribuito un ulteriore ammontare al (diverso) titolo di danno esistenziale (cfr. Cass., 15 aprile 2010, n. 9040). Così come deve del pari dirsi nell'ipotesi di liquidazione del danno biologico effettuata avendosi riguardo anche a siffatta negativa incidenza sugli aspetti dinamico-relazionali del danneggiato. Laddove tali aspetti relazionali (del tutto, ovvero secondo i profili peculiarmente connotanti il c.d. danno esistenziale) non siano stati invece presi in considerazione, dal relativo ristoro non può invero prescindersi". Questa pronuncia, però, si è anche fatta carico di evidenziare che il danno alla vita di relazione non consiste nella "perdita delle abitudini e dei riti propri della vita, ma in fondamentali e radicali cambiamenti dello stile di vita, in scelte di vita diversa", ovvero, in altre parole, nello "sconvolgimento dell'esistenza obiettivamente accertabile" che non si traduca in patologie medicalmente accertabili.

La S.C. richiama poi altre pronunce esistenzialiste ed in particolare menziona la sentenza del 20 novembre 2012, n. 20292, secondo la quale esistenziale è quel danno che, in caso di lesione della stessa salute, si colloca e si dipana nella sfera dinamico relazionale del soggetto, come conseguenza, sì, ma autonoma, della lesione medicalmente accertabile. La medesima pronuncia n. 20292 ha aggiunto essere necessaria una rigorosa valutazione tanto dell'aspetto interiore del danno (la sofferenza morale) quanto del suo "impatto modificativo in pejus con la vita quotidiana (il danno esistenziale)".

La sentenza del 22 agosto dà continuità a tali precedenti, precisando che "il danno biologico, il danno morale ed il danno alla vita di relazione rispondono - per così dire - a prospettive diverse di valutazione del medesimo evento lesivo". "In altre parole – dice la S.C. – un determinato evento può causare, nella persona stessa della vittima come in quelle dei familiari, un danno alla salute medicalmente accertabile, un dolore interiore ed un'alterazione della vita quotidiana; si tratta, all'evidenza, di situazioni diverse ma pure tra loro collegate".

La diversità di tali danni pone il problema di possibili vuoti risarcitori. Il loro collegamento pone il rischio di una duplicazione risarcitoria. Sta alla bravura e all"attenzione delle difese e del giudice evitare tanto i vuoti come le duplicazioni. La sussistenza sul piano concettuale di tre voci di danno – ammonisce subito la S.C. – non implica, come si potrebbe pensare ragionando in astratto, il risarcimento in via automatica di tutte le predette poste di danno; implica però che il giudice deve porsi il problema di una copertura integrale dei danni. Nella fattispecie il giudice d"appello ha riconosciuto al padre e al fratello solo il danno morale, aggiungendo per la madre il danno biologico. Non ha liquidato il danno esistenziale. Tale verifica – ha stabilito la S.C. – dovrà essere compiuta dal giudice di rinvio, il quale dovrà appurare la sussistenza non di semplici mutamenti delle abitudini e delle condizioni di vita, bensì dovrà accertare, con onere della prova a carico dei richiedenti, se in conseguenza del fatto si siano determinati autentici sconvolgimenti nella vita dei familiari superstiti, tali da comportare scelte radicalmente diverse. Soltanto in presenza di una simile eventualità potrà trovare giustificazione il riconoscimento di una ulteriore e diversa posta risarcitoria. Il principio di diritto è allora formulato nei seguenti termini:

"Il danno biologico, il danno morale ed il danno alla vita di relazione rispondono a prospettive diverse di valutazione del medesimo evento lesivo, in quanto un determinato evento può causare, nella persona della vittima come in quelle dei familiari, un danno alla salute medicalmente accertabile, un dolore interiore ed un'alterazione della vita quotidiana. Ciò non significa che il giudice di merito sia tenuto, in via automatica, alla liquidazione separata di tutte queste singole poste di danno, ma si traduce nell'obbligo di tenere presente i diversi aspetti della fattispecie dannosa, evitando duplicazioni ma anche vuoti risarcitori; quanto al danno da lesione del rapporto parentale, il giudice dovrà accertare, con onere della prova a carico dei familiari, se a seguito del fatto lesivo si sia determinato nei superstiti uno sconvolgimento delle normali abitudini tale da imporre scelte di vita radicalmente diverse".

La S.C. conferma una volta di più la sussistenza, nella tastiera concettuale del tortman, di tre figure di danno. Figure non più indicate, con intento limitativo, come sintesi descrittive, ma, con una formula di ben diversa pregnanza, come entità rispondenti a prospettive diverse di valutazione del medesimo evento lesivo. È riaffermata la potenziale compresenza delle tre voci. Non manca l"avvertimento che tale potenziale compresenza non può tradursi in un automatico risarcimento delle tre voci. Viene quindi ribadita a chiare lettere la risarcibilità anche del danno esistenziale, del quale viene offerta una configurazione rigorosa. Non bastano semplici mutamenti delle abitudini di vita, essendo necessari sconvolgimenti tali da imporre scelte di vita radicalmente diverse.

La sentenza suscita in primo luogo una valutazione positiva sul piano, per così dire, del metodo. Discute di ciò di cui occorre discutere, ossia di conseguenze dannose. Il che, essendo il danno una conseguenza dannosa, potrebbe suonare come una banalità; ed invece qui - nel non avere dedicato la sufficiente attenzione al danno in quanto tale - sta la principale carenza della n. 26972/08 e di numerose altre pronunce che ne hanno seguito il metodo. Del resto se il danno da risarcire è danno-conseguenza, la duplicazione è duplicazione di danni-conseguenza; e dunque è su questo terreno che occorre muoversi per gestire il rapporto tra le poste risarcitorie. E non è con i filtri di vario genere che si può risolvere veramente il problema della duplicazione. Dopo cinque anni si ha l"impressione che nella giurisprudenza di legittimità tale consapevolezza si sia fatta sempre più chiara.

La decisione in commento lascia poi una sensazione positiva di congruità tra il piano del discorso e il tipo di realtà oggetto dell"indagine. Si scende dalle vertiginose altezze dei diritti inviolabili e ci si concentra a riflettere ad altezza d"uomo, se così si può dire. Problemi come quello dei diritti inviolabili evocano processi di Norimberga, evocano eroiche resistenze contro il Leviatano di turno, barricate, battaglie di civiltà. I territori del danno non patrimoniale ha invece normalmente a che fare con the man in the street, l"uomo della strada, quello che, come scrisse un giudice americano, tornando a casa si legge il giornale e taglia l"erba del giardino in maniche di camicia. Ciò non vuol certo dire che il danno non patrimoniale può avere ad oggetto solo danni piccolo-borghesi. Anche quest"uomo può imbattersi in vicende tragiche o drammatiche; e quando ciò accade, il giudice deve avvicinarsi alle peculiarità del caso concreto più che alle formidabili questioni di diritto costituzionale e nel far ciò deve usare l"occhio attento e sensibile più che le altisonanti dichiarazioni di qualche convenzione internazionale. Effettivamente – scriveva Hegel – m"importa più di un concreto che di un astratto. E forse questo lo pensa la maggioranza dei giudici; e forse è questa la caratteristica principale del mestiere di giudice. Se vuole aiutare il giudice, lo scienziato del diritto deve proporre al giudice strumenti idonei ad affrontare il concreto più che l"astratto; strumenti idonei a governare il concreto e a non subirlo. Ebbene, quanta concretezza c"è nell"affrontare questioni di mutamenti di vita a seguito della perdita di un figlio ventenne; quanta astrattezza c"è nell"affrontare questioni simili ragionando di diritti inviolabili, di ingiustizia costituzionalmente qualificata o meno, di contra ius, di tipicità.

Per affrontare poi faccia a faccia e governare – non subire – il concreto nella sua sterminata mutevolezza, la via maestra non è quella della detronizzazione delle categorie, ma quella esattamente opposta, quella della loro valorizzazione. Proprio la strada seguita dalla sentenza in commento. Certo, non risolve tutti i problemi, ma offre la base per ulteriori approfondimenti. In particolare merita ulteriori approfondimenti la questione della distinzione tra semplici mutamenti delle abitudini di vita e autentici sconvolgimenti con scelte di vita radicalmente diverse. Comunque non pare difficile ipotizzare i casi in cui si può ravvisare lo sconvolgimento della vita quotidiana in fattispecie simili a quella in oggetto.

Una prima ipotesi potrebbe essere quella del mutamento di residenza. Padre a madre ad es. non sopportano più di vivere nella casa dove abitava il figlio ventenne e decidono di vivere altrove. Oppure il mutamento di residenza potrebbe essere quello del fratello, che si trasferisce nella casa per assistere i genitori, non più autosufficienti, prima assistiti dal fratello deceduto.

Un"altra serie di ipotesi di sconvolgimento della quotidianità può essere quella connessa all"abbandono del posto di lavoro. Si pensi al fratello che rassegna le dimissioni per dedicarsi alla cura dei genitori, prima assistiti dal fratello. Si può pensare alla madre che lascia il lavoro perché non si sente più in grado di affrontare la fatica lavorativa a causa del dolore per la perdita del figlio. Si può ancora rinvenire uno sconvolgimento nella radicale riduzione della vita di relazione, delle pregresse frequentazioni, nell"abbandono di attività socialmente gratificanti prima praticate con assiduità.



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