Articoli, saggi, Danno esistenziale -  Cendon Paolo - 2015-07-23

DANNO ESISTENZIALE: SE ME NE PARLI COSI IN FRETTA, FORSE NON LHAI DAVVERO CONSIDERATO – Paolo CENDON

- danno esistenziale

- quantificazione, prova

- auspicabile minuziosità argomentativa, sia dell'avvocato, sia del giudice

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1. Ho letto la sentenza delle Sezioni unite 15350/2015 sul danno da morte. E" stato appena messo in rete il commento di Patrizia Ziviz.

Vorrei qui soffermarmi su un passaggio finale della decisione, marginale fra i temi su cui  giudici sono entrati: il punto è, in particolare,  quello della quantità di tempo, di spazio e di energie che dovrebbe essere dedicata, in ogni pronuncia di merito,  alla quantificazione (cosa, dove, quando, come) del danno morale e/o del danno esistenziale.

2. In effetti questa sentenza di Cassazione non è né esistenzialista né antiesistenzialista in se stessa.

Dice che il danno esistenziale non è tecnicamente una voce dotata di  identità specifica all"interno del danno non patrimoniale (il che sa un po" di bigotto, di conformistico), lascia capire che il d.e. non può, come tale, ricevere una sua sub-quantificazione autonoma (ciò che è il vero spettro delle assicurazioni, e quindi temo anche della Cassazione: al che va detto che si può anche rinunciare, sì,  al punto della sub-quantificazione distinta, ma che ciò non dovrebbe comportare certo l"affermazione di cui sopra: la vita esiste dopotutto!), insiste comunque su ciò che   in fondo conta realmente, nella responsabilità civile, e cioè  il fatto che le ripercussioni esistenziali sono una  realtà fenomenica diversa dal dolore e, come tali,  debbono essere sempre tenute in conto nel risarcimento (il che fa alla fin fine della 15350 una sentenza esistenzialista, almeno dal mio punto di vista, secondo cui i  concetti e la teoria sono certo fondamentali, dovendo pero il primato mantenersi alla sostanza delle cose).

Ma tra il dire e il fare c"è di mezzo ... il diritto!

3. Mi sembrano un po" sbrigativa le S.U. - magari avranno ragione loro, io qui non sono in grado di giudicare. – quando dicono, ecco il nodo,   che sia il Tribunale di Cuneo sia la Corte d"Appello di Torino avrebbero  mostrato di avere ben  "considerato" i  riflessi relazionali patiti dalle vittime, hic et nunc, oltre alla posta del dolore: e che quindi nulla di più e di diverso i ricorrenti potevano chiedere.

Ecco mi domando, cosa vuol dire  "considerare" delle poste negative?

Secondo me la risposta deve dipendere da vari fattori, anzitutto il tipo di torto, i rapporti fra vittima prima e seconda, etc.: non esclusa,  poi, la quantità di denaro che il giudice si accinge a riconoscere alla vittima.

Qui  non erano in gioco tantissimi soldi, però si arriva sommando tutto a oltre centomila euro; pochi forse rispetto a certi risarcimenti milionari, che ogni tanto circolano; comunque abbastanza no?

Ecco allora,  teorizzando, se la "considerazione" riguarda una  richiesta risarcitoria di danni di quattrocento euro, ebbene, potrò  accontentarmi che il giudice mi dica che "ha considerato", gli credo sulla parola, anzi non vorrei per primo  che ci perdesse troppo tempo.

Ma a livello di centomila euro no, non so se mi basta: come giudice, anzitutto, vorrei che l"avvocato mi desse un po" di spiegazioni  su ciò che, alla vittima, è effettivamente capitato dopo l"illecito. Come ermellino  pretenderei che il Tribunale non  fosse stato troppo sbrigativo. Come lettore vorrei trovare che la Cassazione è pignola nell"insistere, presso tutti,  sul  necessario rigore argomentativo in tema di quantum.

4. Ora in questo caso non so bene, non ricordo, nella sentenza del Tribunale di Cuneo, cosa ci fosse scritto. Magari sono stati precisi, scrupolosi, i giudici piemontesi -  in questo caso bene, non dico più niente.

Ma è andata davvero così? E allora come mai le proteste de ricorrenti?

Care  Sezioni unite,  è una vita che su questo punto siete un po" troppo veloci, tirate via. Magari, lo ammetto,  un caso di lutto è proprio uno di quelli in cui è più giusto abbandonarsi alle presunzioni, lasciar correre. Fino a un certo punto però.

Il consequenzialismo preso troppo  alla lettera può, è vero,  tradursi sul piano processuale nel rischio di negare tutela quando è molto probabile che le ripercussioni ci sono state;  e quando è anche molto evidente, nel contempo,  che la vittima fa fatica  a fornire congrue evidenze.

Però può spesso funzionare come strumento di tutela della vittima, e ciò in tutti  i casi – e non dico, ripeto,  che quello di Cuneo fosse uno di questi .- in cui dalla sbrigatività con cui la "considerazione" mostra di essere avvenuta   è facile arguire, ecco il punto,  che quei  certi danni (morali o esistenziali che siano) il giudice dice di averli considerati, ma non li ha in effetti davvero conosciuti, vagliati,  apprezzati conteggiati,  rivissuti, uno per uno, come avrebbe dopvuto.

Motivazioni analitiche,  rigorose, anche sul quantum, almeno sopra i  cinquantamila euro: ecco il metodo: e poi, ogni centomila euro che si sale, un stelletta di rigorosità, minuziosità, attendibilità   storiografica in più, necessariamente.

Questa la garanzia, per chiudere la bocca (a) sia ai truffatori e ai disinvolti,  (b) sia agli assicuratori furbi e lamentosi.



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