Legislazione e Giurisprudenza, Danno esistenziale -  Todeschini Nicola - 2014-01-27

DANNO ESISTENZIALE: VITTORIA SUGLI INTERESSI DI BORGATA. Cass., 1361/2014 - Nicola TODESCHINI

Ricordo come se fosse ieri l'incontro a casa del Prof. Paolo Cendon all'indomani della pronuncia delle quartine autunnali che contrassegnarono un autunno buio dei diritti della persona. La sentenza delle sezioni unite diceva meno di quanto gli alfieri dell'indennizzo volessero far credere sbandierando ai quattro venti la loro supposta vittoria contro il danno esistenziale. Si ubriacarono così a lungo da voler esagerare, tentando di celebrare due funerali in uno nell'auspicio di seppellire oltre al danno esistenziale pure quello morale. La grancassa messa in atto in poche ore dai soldatini delle compagnie di assicurazione fu tale da convincere pure alcuni magistrati che si unirono al coro dei presunti vincitori, arruolandosi nell'esercito degli untori uniti per cacciare definitivamente i diritti della persona al risarcimento integrale.

Noi di Persona e Danno, la rivista curata dal Prof. Paolo Cendon, padre del danno esistenziale, avevamo certo accusato il colpo, ma ricordo che nessuno abbassò la guardia e dal Prof. Cendon venne l'invito, affermato con la consueta signorilità, morbidezza, ma decisione che deriva dalla consapevolezza di essere nel giusto, a continuare a studiare la pronuncia delle sezioni unite per comprenderla meglio. E così tutti abbiamo fatto, individuando anche in misura assai decisa, le sue evidenti dèfaillance, e rintracciandovi però pure i palpabili profili di riscatto che vi erano contenuti. Ne è derivato un percorso di lettura e riscrittura di quella pagina medievale che ha via via seminato argomenti, allusioni, inviti, incitamenti ed a volte rimbrotti, sino a rappresentare un percorso che da sentiero aspro e impervio si è nel tempo spianato in una strada sempre più ampia, di ricerca colta, interdisciplinare, irresistibile, che ha travolto anche chi si era immediatamente aggrappato alla presunta certezza che le quartine autunnali parevano garantire alleggerendo la fatica degli interpreti più stanchi. Credo che proprio in tale debolezza consista uno dei fili conduttori della battaglia per la risarcibilità integrale del danno a persona: studiare, approfondire, elaborare costituisce un'esigenza che nutre anche questa mia domenica mattina: fuori c'è il sole, scrivo di fronte alla mie montagne, ma il mio cavallo oggi riposerà perché ho bisogno di scrivere. E' un'esigenza che coinvolge, ma toglie il sonno, affascina e comporta travaglio, non si addice agli annoiati, agli interpreti che cercano appigli solo certi, già utilizzati e messi alla prova da chi li ha preceduti. A questi ermeneuti stanchi, formali, con la pelle pallida che il sole non sono in grado di scorgerlo nemmeno se l'hanno di fronte a loro, che sanno contestare anche la nebbia, perché ha l'effetto sgradito di rendere i confini meno chiari, che impone loro attenzione e fantasia, della quale mancano, creatività e approfondimento, la cancellazione in un sol colpo dell'articolata composizione del danno non patrimoniale trasformato in un  misero e stantio minestrone nel quale doveva emergere solo la presunta essenza (il danno biologico, fuor di metafora) doveva sembrare la fine di un incubo.

Chi prima delle quartine autunnali doveva sforzarsi, in altre parole, per articolare e verificare una richiesta danni complessa, dopo la pronuncia poteva far finta di nulla, cancellare il passato e tirare una linea censoria sulla fragranza antropologica della persona e sull'attitudine del danno a pregiudicarne le attese esistenziali, e in pochi minuti elaborare, o verificare, una richiesta di riparazione degradandola ad un atto sterile e offensivo. E così in molti si sono adagiati sulla morbida poltiglia che le compagnie di assicurazione in particolare hanno steso loro innanzi, tentando di far credere loro che la partita fosse chiusa e che soprattutto la poltiglia fosse invece un ponte robusto che li avrebbe salvati dal torrente torbido ed impetuoso del risarcimento integrale. Ora quella poltiglia li ha invece inghiottiti, trascinando con sé anche chi l'ha mistificata tentando di farla apparire a guisa di approdo sicuro. Quanti di loro, ora, si vergogneranno delle sentenze sconce che hanno scritto? Delle richieste danni inveritiere, delle forzate -dalla loro colpevole inerzia- rinunce alla riparazione del danno integrale? Quante persone verranno, nei nostri studi, a reclamare la revisione delle loro liquidazioni rivolgendo strali a chi le ha assistite timidamente? Quanti degli alfieri messi in campo dalle compagnie di assicurazioni ora chineranno il capo mestamente di fronte alla conferma, che giunge da questa pronuncia, di un percorso prima impervio e sempre più convinto e vincente che il Prof. Cendon ed i suoi collaboratori ha disegnato con forza indomita portandolo alla vittoria? I finanziatori dell'indennizzo non si fermeranno, ne va dei loro bilanci, ma dovranno fare i conti con una sconfitta che appare decisamente più aspra di quella alla quale credevano di aver assistito quando le quartine autunnali parevano aver suonato l'ultima ora al danno esistenziale.

Certo, lavorare per distruggere, per assecondare interessi economici travisati da esigenze di "equilibrio del sistema" è assai dispendioso, soprattutto quando ci si rende conto che il proprio avversario mette in campo la forza dei diritti, la fondatezza delle sue premesse, e poi vince.



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