Articoli, saggi, Danni non patrimoniali, disciplina -  Redazione P&D - 2015-07-11

DANNO NON PATRIMONIALE. CENNI STORICI E IPOTESI PROBLEMATICA DELLA LESIONE DEL DIRITTO DI PROPRIETA - Emanuela FOLIGNO

Il tema del danno non patrimoniale ha animato negli ultimi anni, probabilmente più di ogni altra tematica, il dibattito della giurisprudenza .

La storia del danno non patrimoniale, nel suo aspetto giuridico, diacronico e metagiuridico, è ancorata alla interpretazione dell"art. 2059 c.c., il quale limita il risarcimento nei soli casi determinati dalla legge.

Per molti anni l"orientamento "tradizionale" giurisprudenziale ha deposto per una interpretazione restrittiva dell"art. 2059 che veniva letto esclusivamente in combinato disposto con l"art. 185 c.p. Ed infatti il danno morale soggettivo veniva riconosciuto alla vittima dell"illecito penale.

Nel segno di tale ricostruzione, il sistema della responsabilità civile si è snodato in maniera bipolare. Ovverosia, il danno non patrimoniale risarcibile ai sensi dell'art. 2043 c.c. e il danno non patrimoniale "morale" risarcibile ai sensi dell"art. 2059 c.c. se cagionato da reato.

L"erroneità di questa impostazione, che poneva l"attenzione esclusivamente sulla condotta colpevole e penalmente rilevante, è stata ben evidenziata dalla dottrina sin dagli anni 60.

La giurisprudenza non è stata dello stesso avviso e, attraverso la patrimonializzazione del danno non patrimoniale, ha cercato altre vie per allargare l"ordito della risarcibilità del danno alla persona. In particolar modo è stato considerato per molti anni il bene salute, come un bene suscettibile di valutazione economica poiché ancorato alla capacità specifica di lavoro della vittima. Tale lesione del bene salute, pertanto, diveniva risarcibile ex art. 2043 c.c. come sub specie di danno patrimoniale.

La svolta è avvenuta alla fine degli anni 70, quando la giurisprudenza ha iniziato a discorrere di un concetto di patrimonio comprendente gli elementi areddituali.

E" stato il noto caso di Gennarino, figlio di un lustrascarpe, rimasto vittima di un incidente stradale e non risarcito, in quanto privo di un lavoro e di prospettive economiche future, a smuovere le trame di una nuova dimensione del risarcimento del danno non patrimoniale allo scopo di evitare pesanti violazioni del principio di uguaglianza.

Ed infatti già a partire dagli anni 80 si è iniziato a discorrere di danno alla vita di relazione e di capacità di lavoro generica a prescindere dalla occupazione lavorativa specifica. Conseguentemente la lesione del bene salute ha visto i primi risarcimenti anche a favore di minori, di casalinghe e di soggetti privi di reddito.

Percorrendo questo filone, la giurisprudenza è poi giunta a collegare l"art. 2043 c.c. con l"art. 32 cost., ipotizzando un terzo genus: il danno biologico.

Significativa, alla fine degli anni 80, la pronunzia della Corte Costituzionale (184/1986) che ha confermato nell"art. 32 cost. il fondamento del danno biologico in combinato disposto con l"art. 2043 c.c. e ha respinto l"incostituzionalità dell"art. 2059 c.c. poiché non limitativo del diritto soggettivo alla salute e del conseguente risarcimento.

La Corte Costituzionale ha, dunque, concepito una visione tripolare della responsabilità civile evidenziando tre distinte tipologie di danno: il danno patrimoniale, il danno morale soggettivo da reato ex art. 2059 c.c. e il danno alla salute risarcibile ex art. 2043 c.c. in combinato con l"art. 32 cost.

Tale impostazione è stata seguita per oltre un decennio ed ha raggiunto l"apice nella elaborazione della figura del danno esistenziale (Cass. 7713/2000), sebbene il primo studio è da attribuire alla Scuola di Trieste.

Sono stati, poi, gli arresti epocali del 2003 della suprema Corte con le celeberrime "sentenze gemelle" a ricondurre il danno alla persona nell"ottica della lettura costituzionalmente orientata dell"art. 2059 c.c..

Non è più indispensabile la presenza di un fatto penalmente rilevante per avere la tutela risarcitoria dei pregiudizi non patrimoniali: è sufficiente la lesione di diritti della persona costituzionalmente rilevanti .

Si è tornati, in tale modo, ad un sistema bipolare della responsabilità civile che vede il danno patrimoniale risarcibile ex art. 2043 c.c. e il danno non patrimoniale risarcibile ex art. 2059 c.c.

Negli anni a seguire 2003-2008 numerose e differenti scuole di pensiero, tra sostenitori e detrattori, hanno discusso animatamente sulla querelle della controversa figura del cosiddetto danno esistenziale, sino all"intervento delle Sezioni Unite di S. Martino. Con le note quattro sentenze gemelle del 2008, è stata nettamente smentita la figura del danno esistenziale nella sua visione autonoma, senza, comunque, smentirne la risarcibilità.

In conclusione al breve excursus storico, da segnalarsi che dopo le pronunzie di San Martino ha continuato ad esserci nella giurisprudenza di merito e di legittimità un orientamento favorevole al riconoscimento dell"autonomia del danno morale rispetto a quello biologico. (Cass. 18641/2011; 2228/2012)

Sino ad arrivare alla recentissima pronunzia del 9 giugno 2015 (Cass. 11851/2015) ove viene sancito che il danno morale è del tutto autonomo dal danno biologico e deve essere ristorato qualora la vittima abbia accusato sofferenze interiori e alterazioni delle dinamiche relazionali.

La citata pregevole pronunzia, estensore il Consigliere Travaglino, (medesimo estensore delle citate pronunzie del 2001 e del 2012), ha posto un muro contro lo svilimento  perpetrato dalla visione unitaria di danno non patrimoniale delle Sezioni Unite del 2008.

Vengono, infatti, richiamate più volte le pronunce a Sezioni Unite del 2008, sottolineando che nelle stesse non si è soppresso il danno morale. Ed ancora viene ribadito che "troppo spesso il mondo del diritto, intriso di inevitabili limiti sovrastrutturali che ne caratterizzano la stessa essenza, ha trascurato l"analisi fenomenologica del danno alla persona, che altro non è che indagine sulla fenomenologia della sofferenza. Il semplice confronto con ben più attente e competenti discipline (psicologiche, psichiatriche, psicoanalitche) consente (consentirebbe) anche al giurista di ripensare il principio secondo il quale la persona umana, pur considerata nella sua "interezza", è al tempo stesso dialogo interiore con se stesso ed ancora relazione con tutto ciò che è altro da sé. In questa semplice realtà naturalistica si cela la risposta (e la conseguente, corretta costruzione di categorie) all"interrogativo circa la reale natura e la vera essenza del danno alla persona: la sofferenza interiore, le dinamiche relazionali di una vita che cambia".

E" necessario distinguere la componente morale e quella esistenziale poiché ogni lesione a un interesse tutelato dalla Carta Costituzionale ha una doppia dimensione di danno relazione  che si estrinseca all"esterno e di danno morale interiore, quale intima sofferenza.

Condivisibili le conclusioni cui è pervenuta la Corte con questa importante pronunzia, che reitera, qualora fosse ancora necessario, la legittimità dell"individuazione della doppia dimensione fenomenologica del danno, quella di tipo relazionale, e, sebbene non codificata, quella di natura interiore, lasciando libero il Giudice di quantificarla secondo equo apprezzamento.

Terminata la panoramica storico-evolutiva del danno non patrimoniale rimane da segnalare che dottrina e giurisprudenza si sono interessate anche alla possibilità di riconoscere il danno non patrimoniale conseguente alla lesione della proprietà.

Come esposto, fino al 2003 la risarcibilità del danno non patrimoniale era limitata alla sola ipotesi della sussistenza di un reato.

Sgomberato il campo da tale  impostazione, e chiarito che la risarcibilità del danno non patrimoniale è subordinata alla presenza di lesioni dei diritti inviolabili della persona solo se: 1) l"interesse leso ha rilevanza costituzionale; 2) la lesione è grave e supera il dovere di solidarietà ex art. 2 Cost. ; 3) il danno non è futile (Cass. 1361/2014), bisogna domandarsi quali sono i diritti inviolabili della persona costituzionalmente garantiti e perché la lesione della proprietà è stata protagonista di accesi dibattiti in dottrina e giurisprudenza.

Nella Carta Costituzionale il diritto di proprietà non è inserito nei principi fondamentali (artt. 1-12), bensì nel titolo terzo - rapporti economici - della parte prima dedicata ai diritti e ai doveri dei cittadini.

Orbene, è possibile ritenere che l"art. 2 Cost. sia da intendere come un contenitore aperto dei diritti fondamentali, su tale aspetto si è espressa favorevolmente la giurisprudenza.

Il diritto di proprietà potrebbe, pertanto, rientrare in tale contenitore aperto. Al riguardo è importante sottolineare che proprio la Corte Costituzionale (348-349/2007) ha espressamente riconosciuto che la funzione sociale attribuita al diritto di proprietà non trasforma la natura del diritto che deve essere meritevole di piena tutela.

Alcune pronunzie rese dal Giudice Amministrativo - ma non vi è un orientamento in tal senso consolidato - hanno riconosciuto l"esistenza di un pregiudizio di tipo non patrimoniale per la lesione del diritto di proprietà, ancorando la motivazione agli artt. 2 e 14 Cost. e all"art. 8 CEDU.

Il richiamo alla CEDU non è di poco conto in quanto il primo protocollo addizionale della Convenzione Europea sancisce, all"art. 1, che la proprietà è un diritto fondamentale della persona. Tale indirizzo, infatti, è rinvenibile in numerose pronunzie della Corte Europea.

Come noto, i dettami della Carta Europea non assurgono a diritti costituzionalmente protetti. Ciò nonostante parte della giurisprudenza di merito, ancorandosi agli artt. 2 e 14 Cost., ha configurato la proprietà come un vero e proprio diritto fondamentale e inviolabile della persona e, quindi, ha riconosciuto l"esistenza di un pregiudizio di natura non patrimoniale in caso di lesine dello stesso.

Il Tribunale di Firenze (147/2011) ha aderito a tale impostazione nel caso di mancato godimento dell"immobile di proprietà per problemi causati da continue infiltrazioni di acqua e negligente inerzia del condominio. Il Giudice di merito ha riconosciuto una illegittima compressione del diritto di proprietà argomentando che lo stesso deve essere tutelato come un diritto fondamentale e costituzionalmente garantito.

Medesime considerazioni sono state svolte l"anno successivo dal Tribunale di Genova in un caso di allagamento di un immobile.

Dello stesso tenore, Tribunale di Palermo 18.6.2010 e Tribunale di Brindisi (2011) secondo cui il mancato godimento della proprietà e l"impossibilità di realizzare la vita privata e familiare possono comportare il risarcimento del danno non patrimoniale  essendo quest"ultimi espressamente garantiti dalla CEDU e perciò parte integrante dell"Ordinamento Italiano, in virtù del rinvio all"art. 117 Cost."

Da evidenziarsi, peraltro, che il riferimento alla CEDU è pacificamente compatibile con quanto precisato dalla Consulta con la pronunzia 349/2007.

Infine, ancora, il Tribunale di Vercelli con sentenza 12.02.2015 ha aderito all"interpretazione di cui si discute - in un caso in cui di gravi infiltrazioni di acqua nella proprietà - ha riconosciuto  al proprietario il risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale.

Le argomentazioni del Giudice di merito piemontese, hanno anche evidenziato che l"art. 42 bis del DPR 327/01 prevede il diritto del proprietario ad un indennizzo per il pregiudizio patrimoniale e non patrimoniale, in caso di  occupazione acquisitiva, e che, per converso, il mancato riconoscimento del danno non patrimoniale nei casi di lesione del diritto di proprietà diversi, introdurrebbe una disparità  di trattamento tra la lesione della proprietà da parte del soggetto pubblico e la lesione per mano di soggetti privati.

La dottrina ha pesantemente criticato tale impostazione dei Giudici di merito sostenendo che comprendendo il diritto di proprietà tra i diritti inviolabili della persona, si va a tutelare un bene posseduto dall"individuo e non l"individuo.

Tale soluzione non pare, sommessamente a parere di chi scrive, in linea con quanto affermato dalla Suprema Corte in merito all"art. 2059 c.c. e con la natura stessa del danno non patrimoniale che deriva da una lesione alla sfera strettamente personale e areddituale dell"individuo.

Sorge, dunque, la necessità di tutelare l"esigenza di una piena tutela alla sfera personale e areddituale della persona, con la necessità di accertare sempre in concreto l"effettivo pregiudizio. Del resto le sollecitazioni provenienti da fonti esterne, fra tutte la CEDU, dovrebbero indurre a prendere seriamente in considerazione anche istanze risarcitorie volte ad ottenere il risarcimento del danno non patrimoniale per lesione del diritto di proprietà.

Va, infine, evidenziato che le citate pronunzie di merito, pur avendo parlato puramente e semplicemente di danno morale, si siano riferite a pregiudizi di tipo «esistenziale», attinenti cioè, alle abitudini di vita dei danneggiati.

E se è vero che la distinzione tra le diverse sottocategorie di danno morale ha perso un'autonoma rilevanza, in considerazione di quanto deciso dalle S.U. nel 2008, è, altrettanto pacifico che il danno morale deve essere ristorato qualora la vittima abbia accusato sofferenze interiori e alterazioni delle dinamiche relazionali (Cass. 11851 del 9 giugno 2015).



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