Legislazione e Giurisprudenza, Danni non patrimoniali, disciplina -  Negro Antonello - 2015-09-04

DANNO NON PATRIMONIALE DA CORRUZIONE GIUDIZIARIA - Trib. Milano, 10.07.2015, n. 8537 – Antonello NEGRO

Danno non patrimoniale

La CIR chiedeva il risarcimento del danno non patrimoniale derivante dalla corruzione in atti giudiziari

Il Tribunale di Milano ha affermato la risarcibilità di tale danno e lo ha liquidato, in via equitativa, con la somma di Euro 246.000,00

La sentenza qui di seguito riportata riguarda il noto caso CIR vs. FININVEST e concerne la quantificazione del danno non patrimoniale derivante dalla corruzione in atti giudiziari.

Il giudizio instaurato nanti il Tribunale di Milano segue quelli già proposti in sede civile in cui la Fininvest, con pronuncia della Corte di Appello di Milano (che aveva ridotto la somma riconosciuta in primo grado), era stata condannata a versare alla CIR la somma di Euro 540.141.059,00 a titolo di risarcimento del danno "immediato e diretto" conseguente alla corruzione di un giudice (commessa al fine di ottenere una sentenza favorevole a Fininvest).

La Corte di Cassazione ha confermato sostanzialmente quanto stabilito dalla Corte di Appello ed ha affermato il diritto della CIR di ottenere, in separato giudizio (ovvero quello definito con la sentenza in commento), il risarcimento del danno non patrimoniale da lesione del diritto ad un giudicato imparziale.

Il Tribunale di Milano ha dapprima osservato che è stato accertato in modo incontrovertibile che la CIR ha subito un danno non patrimoniale ex art. 2059 c.c. e che il citato pregiudizio deve essere risarcito a seguito della autonoma azione civile proposta.

Il Tribunale ha quindi rilevato che, nella fattispecie, il pregiudizio discende non solo dalla commissione di un delitto (accertata in concreto), ma anche dalla lesione del diritto, costituzionalmente tutelato, ad avere un giudizio imparziale.

Quanto alla liquidazione del danno non patrimoniale, il Giudice ha fatto ricorso ad una valutazione equitativa ex art. 1226 c.c. ed ha affermato di non voler utilizzare un criterio equitativo "puro" che prescinda da ogni parametro o riferimento.

Al fine di evitare che l"utilizzo dell'equità comportasse ingiustificate disparità di trattamento, il Tribunale ha utilizzato quale parametro di riferimento il ristoro del danno da violazione del termine ragionevole del processo (per cui l"art. 2 bis della l. 89/2001 prevede una somma di denaro non inferiore a Euro 500,00 e non superiore a Euro 1.500,00).

Sull"importo "base" di Euro 1.500,00 il Giudice ha applicato dei correttivi al fine di ottenere una personalizzazione al caso concreto, ragion per cui la somma base è stata elevata ad Euro 15.000,00.

Su tale ulteriore base è stato operato un altro adeguamento (anche per l"indubbia ampia risonanza della vicenda) fino ad ottenere la somma di Euro 75.000,00 alla data del fatto illecito.

Su tale somma sono stati aggiunti interessi e rivalutazione monetaria fino ad arrivare alla somma totale liquidata di Euro 246.000,00.

Il Tribunale non ha ritenuto riconoscibile una somma maggiore correlata alla capacità patrimoniale del soggetto responsabile (la somma richiesta dall"attrice era di 32 milioni di Euro) in quanto – come afferma il prevalente orientamento giurisprudenziale – il risarcimento ha una vocazione reintegratrice e non punitiva.

Il metodo utilizzato dal Tribunale di Milano per liquidare il danno non patrimoniale subito dalla CIR fa riferimento ad un parametro oggettivo (la l. 89/2001), ma gli adeguamenti operati dal Giudice rendono la liquidazione – a mio avviso – sostanzialmente di tipo equitativo puro.

Pur non essendo favorevole all"introduzione dei danni punitivi, ritengo che la capacità economica del responsabile e la gravità del comportamento illecito possano influire sull"entità del danno e sulla percezione dello stesso, ragion per cui, sempre seguendo un criterio equitativo, la somma liquidata poteva essere superiore a quella stabilita dal Tribunale di Milano.



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