Legislazione e Giurisprudenza, Danno esistenziale -  Redazione P&D - 2015-11-22

DANNO RELAZIONALE: SOLO UNO DEI TANTI - Cass. 20929/15 - Natalino SAPONE

- Il danno relazionale è solo degli infiniti danni non patrimoniali

- Non basta invocare la formula del danno esistenziale

- Occorre indicare analiticamente le conseguenze dannose

1.- Cassazione civile, sez. III, 16/10/2015, n. 20929, pres. Salmè, est. Rossetti, ha definito una controversia avente ad oggetto il risarcimento del danno da sinistro stradale. Secondo i ricorrenti la Corte d'appello avrebbe errato nel non liquidare il danno esistenziale. Il motivo è stato ritenuto dalla S.C. manifestamente infondato.

Di danno esistenziale infatti, dice la S.C., "nel nostro ordinamento "non mette conto discorrere", come stabilito dalle Sezioni Unite di questa Corte (Sez. U, Sentenza n. 26972 del 11/11/2008, Rv. 605492). Infatti il danno consistito nella perduta possibilità di avere una normale vita affettiva, relazionale, sociale; come pure la perduta possibilità di continuare a svolgere attività realizzatrici della persona umana (ovvero i pregiudizi definiti "esistenziali" in dottrina) non costituiscono che alcuni degli infiniti modi in cui si può manifestare il danno non patrimoniale, la cui risarcibilità è garantita dall'art. 2059 c.c.".

2.- La citazione della pronuncia delle Sezioni Unite 26972/2008 non è del tutto esatta. Per le Sezioni Unite del 2008 non è dato discorrere di danno esistenziale quale autonoma categoria. Così come non esistono, quali autonome categorie, il danno biologico e il danno morale. Le tre voci, ha aggiunto la sentenza n. 26972/2008, sono utilizzabili come sintesi descrittive. Le Sezioni Unite hanno anche chiarito che i pregiudizi di tipo esistenziale sono risarcibili se derivanti dalla lesione di diritti inviolabili.

Dunque, volendo sintetizzare, secondo Sezioni Unite 26972/2008, non esiste un danno esistenziale così come non esiste nessun altro danno non patrimoniale al di fuori dall"art. 2059 c.c., unica via d"accesso al danno alla persona. Dentro però l"art. 2059 – quindi sul presupposto del rispetto requisito della tipicità – i pregiudizi esistenziali sono risarcibili.

Le pronunce della S.C., successive alla sentenze del 2008, che più hanno approfondito la questione hanno messo in chiaro che il danno esistenziale, entro l"unitaria categoria del danno non patrimoniale, costituisce uno degli aspetti in cui si articola il danno non patrimoniale.

Secondo la pronuncia in commento, del danno esistenziale non sarebbe dato discorrere in quanto i pregiudizi definiti "esistenziali" in dottrina non costituiscono che alcuni degli infiniti modi in cui si può manifestare il danno non patrimoniale, la cui risarcibilità è garantita dall'art. 2059 c.c.".

Una precisazione preliminare: la pronuncia in commento parla di "pregiudizi definiti "esistenziali" in dottrina". Il fatto è che, però, i pregiudizi esistenziali sono definiti anche dalla giurisprudenza di legittimità e di merito, in una serie imponente di pronunce. E le pronunce che riconoscono il danno esistenziale sono quelle più compiutamente argomentate.

Detto questo, non è condivisibile – neanche un po' – l"argomento della decisione in commento secondo cui del danno esistenziale non è dato discorrere in quanto i pregiudizi esistenziali non sono che alcuni degli infiniti modi in cui si può manifestare il danno non patrimoniale, la cui risarcibilità è garantita dall"art. 2059 c.c.

Insomma, se ben si comprende il ragionamento, dei pregiudizi esistenziali non si dovrebbe discorrere in quanto sono già risarcibili ai sensi dell"art. 2059 c.c. Quindi risarcirli va bene, qualificarli (definirli esistenziali) no. Sono solo alcuni degli infiniti modi di manifestazione del danno non patrimoniale.

L"obiezione a questo punto sorge spontanea: se infiniti sono i modi di manifestazione, c"è più (e non meno) bisogno di concetti che qualifichino i danni, c"è più (e non meno) bisogno di classificare e quindi ordinare i danni; e si possono classificare o ordinare i danni solo distinguendoli e riunendoli in concetti sufficientemente ampi.

Proprio perché sono infiniti i modi di manifestazione del danno c"è più (e non meno) bisogno di porre in scala i danni, di fissare tra di loro gerarchie, di disporli, per dirla con espressione biblica, in mensura, et numero, et pondere. Il che si può fare solo ragionando sul rapporto tra i vari concetti/categorie/voci. Proprio perché infiniti sono i fatti empirici che potenzialmente possono essere presi in considerazione come danni non patrimoniali, c"è bisogno di criteri di selezione e qualificazione dei fatti. Ciò perché i fatti non si selezionano da soli, non si autoqualificano. Siamo noi a dover assegnare loro un predicato. Ci ricorda N. Irti che "Il diritto non si limita a descrivere e ricostruire l"accaduto, a registrare che qualcosa di nuovo è entrato nella natura o nella storia, ma vuole attribuire all"evento un significato (…) Poiché è accaduto qualcosa di nuovo, ed esso riceve un predicato giuridico, allora ne sorge un obbligo a carico di uno o di altro soggetto. Questi predicati o qualifiche (ad esempio, di reato o di contratto, o di altro che sia) non stanno dentro i fatti, non sono espressi dal loro interno, ma assegnati dall"esterno, da una volontà che decide di interpretarli e di prenderli nel diritto" (N. Irti, La crisi della fattispecie, RDP, 2014, 1, 36).

3.- Da questa pronuncia traspare una mancanza di visione sulla persona, sul valore-uomo. Nel momento in cui la sentenza afferma che la perduta possibilità di avere una normale vita affettiva, relazionale, sociale, come pure la perduta possibilità di continuare a svolgere attività realizzatrici della persona umana non costituiscono che alcuni degli infiniti modi in cui si può manifestare il danno non patrimoniale, rimanda ad una concezione della persona senza sostanza e senza struttura. E allora, forse, la pronuncia pare espressione di quello che è stato definito "individualismo pulsionistico" (F. Zanuso, Il fragile labirinto del potere, Riv. Fil. Dir., 2014, 2, 318); concezione nella quale l"io, "esaurendosi in ogni istante, vive e muore nell"unicità di ogni accadimento" (B. Montanari, La fragilità del potere. L"uomo, la vita, la morte, Milano-Udine, Mimesis, 2013, 167). Così, si è aggiunto, "l"io non può incontrare l"altro e, temo, neppure se stesso poiché, al massimo, pare in grado di percepire frammenti di quella soggettività che si scompone in infiniti quanto indifferenti "me"" (F. Zanuso, op. cit., 318). Infiniti e indifferenti me, ecco la (non) visione della persona che esce dal pronunciamento che si annota.

Considerare la compromissione della normale vita affettiva, relazionale, sociale e della possibilità di svolgere attività realizzatrici come solo uno degli infiniti modi del danno alla persona significa non credere all"importanza fondamentale della dimensione attiva-relazionale nella vita umana. Su questo punto di sostanza sarebbe auspicabile un pronunciamento delle Sezioni Unite.

4.- Continua la pronuncia:   "Chi, pertanto, lamenta un nocumento non patrimoniale nello svolgimento delle proprie attività, non può limitarsi ad invocare in giudizio la formula insignificante del "danno esistenziale", ma ha l'onere di allegare e provare quali siano state le conseguenze dannose non patrimoniali del fatto illecito, e chi intende impugnare su questo punto la decisione di merito ha l'onere di indicare analiticamente quali circostanze di fatto sarebbero state trascurate dalla sentenza impugnata, ai fini di un giusto risarcimento".

Certo, non basta invocare la formula del danno esistenziale, o del danno biologico o morale. Nessuna formula – è ovvio – può valere in assenza di circostanze di fatto; nessuna formula può pretendere di sostituirsi ai fatti. Viene in mente quanto dice Jung: "Quando le parole pretendono di sostituirsi alle cose divengono quello che gli schizofrenici chiamano "parole potenti"". Nessuna parola potente può essere ammesse nell'accertamento giudiziale.

Quando però i fatti ci sono, le tre note formule (indicanti le tre voci di danno non patrimoniale) sono tutt"altro che insignificanti e consentono alla parte di adempiere proprio a quell"onere di indicazione analitica giustamente preteso dalla S.C. Affinché infatti la parte sia in grado di adempiere all"onere di analitica allegazione, deve essere in grado di sapere in anticipo quali siano, tra gli infiniti eventi potenzialmente rilevanti, quelli che il giudice considererà come conseguenze dannose non patrimoniali. Per sapere questo, occorre conoscere in anticipo i criteri di selezione/qualificazione dei fatti. Ed anche a questo servono le categorie/voci: esse aiutano a capire (o meglio, sono) i criteri che guideranno il giudice nella valutazione del caso concreto.

5. L"impressione è che questa pronuncia persegua un obiettivo: il nascondimento del danno esistenziale. Il luogo migliore per nascondere una foglia è il bosco – dice, se non sbaglio, Borges. Questa decisione intende nascondere le foglie esistenziali (considerate alcune delle infinite foglie) nel bosco non patrimoniale.



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