Legislazione e Giurisprudenza, Danni non patrimoniali, disciplina -  Ricciuti Daniela - 2015-07-23

DANNO TANATOLOGICO: LA TANTO ATTESA RISPOSTA DELLE SS.UU. - Cass. SS.UU. 22.7.2015 n. 15350 - Daniela RICCIUTI

- Questione dell'ammissibilità o meno del risarcimento del danno tanatologico

- Contrasto giurisprudenziale inaugurato dalla sentenza della Cass. civ., Sez. III, sentenza 23 gennaio 2014 n. 1361 (pres. Russo, est. Scarano) e rimesso alle SS.UU. dall'ordinanza della Cass. civ., Sez. III, 4 marzo 2014, ord. n. 5056 (pres. Russo, rel. Travaglino)

- La Suprema Corte nega la risarcibilità del danno da perdita della vita

"Quindi il più temibile dei mali, la morte, non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c'è la morte,  quando c'è la morte non ci siamo più noi. La morte quindi è nulla, per i vivi come per i morti:  perché per i vivi essa non c'è ancora,  mentre per quanto  riguarda i  morti,  sono  essi stessi  a  non esserci". Queste le considerazioni addotte da Epicuro come rimedio di una delle fondamentali paure dell'uomo: la paura della morte (dalla "Lettera  sulla felicità a Meneceo").

Le Sezioni Unite riprendono l'insegnamento del filosofo greco del III sec. a. C., per giustificare l'adesione al proprio tradizionale orientamento secondo cui "gli eredi possono chiedere solo il riconoscimento, pro quota, dei diritti  entrati  nel patrimonio  del de cuius, e quindi,  nel caso di morte che si verifica  immediatamente o a breve distanza di tempo dalla lesione, possono ottenere solo il risarcimento  del danno per lesione del diritto  alla salute della vittima,  ma non quello per la  lesione  del  diverso  bene giuridico  della  vita,  che,  per  il  definitivo contestuale venir meno del soggetto, non entra nel suo patrimonio e può ricevere tutela solo in sede penale".

Questi i principi di diritto affermati nella sentenza in commento, da cui consegue la conferma, in sede di legittimità, del rigetto, operato in primo ed in secondo grado, della richiesta  di  risarcimento iure  hereditatis del danno biologico patito dai familiari a causa della perdita del congiunto a seguito di sinistro stradale.

Di questo segno, dunque, la tanto attesa risposta delle Sezioni Unite, cui l'ordinanza  della Cass. civ., Sez. III, 4 marzo 2014, ord. n. 5056 (pres. Russo, rel. Travaglino) aveva rimesso la questione, rilevata l'esistenza  di  un  contrasto  giurisprudenziale venutosi a determinare a seguito della  sentenza  della Cass. civ., Sez. III, sentenza 23 gennaio 2014 n. 1361 (pres. Russo, est. Scarano), - che aveva ammesso la risarcibilità iure successionis del  danno  derivante  da  perdita  della  vita  verificatasi  immediatamente dopo  le  lesioni   riportate   (anche lì) in costanza di  un  incidente   stradale, - ed  il precedente contrario  e costante  orientamento negativo, cui qui expressis verbis si intende dare continuità, e risalente addirittura alla sentenza delle stesse SS.UU. n. 3475 del 1925, e che aveva anche trovato conferma poi nella sentenza della  Corte costituzionale n.  372 del  1994, oltre che  in successive decisioni  delle  Sezioni unite, fino, da ultimo,  alla n. 26972/2008 c.d. di San Martino.

Limitato è l'ambito di applicazione oggettivo su cui si pronuncia la Suprema Corte, che tiene a precisare come il thema decidendum, posto dall'ordinanza di remissione, attenesse alla questione della risarcibilità o meno   iure hereditatis del danno da perdita della vita immediatamente conseguente alle lesioni derivanti  da un fatto  illecito (ossia quel pregiudizio variamente definito come "danno tanatologico puro" o "danno da perdita della vita" o "da morte immediata" o "istantanea"). Mentre non erano state poste al suo esame anche le questioni relative al  risarcimento dei  danni  derivanti dalla morte conseguente alle lesioni dopo un "apprezzabile lasso di tempo".

(Per un breve inquadramento generale sulla tematica, si veda su questa rivista: "DANNI DA PERDITA DELLA VITA: CRITERI DI LIQUIDAZIONE" - http://www.personaedanno.it/index.php?option=com_content&view=article&id=46610&catid=76).

E difatti tali casi sono pacifici - si sottolinea - posto che, a partire dalla sentenza delle Sezioni Unite del 22 dicembre 1925,  la giurisprudenza di legittimità ha sempre affermato la risarcibilità del diritto iure  hereditatis al  risarcimento  dei  danni  che si  verificano  nel periodo  che va dal  momento  in cui sono provocate  le lesioni  a  quello della morte conseguente alle lesioni stesse, in quanto  tale diritto si acquisisce al patrimonio del danneggiato e quindi è suscettibile di trasmissione agli eredi.

Con riferimento a tali fattispecie si registra, in realtà, negli orientamenti giurisprudenziali, una distinzione che attiene, da un lato, secondo un orientamento, alla qualificazione del danno risarcibile in termini di "danno  biologico terminale",  (liquidabile come  invalidità assoluta temporanea, sia  utilizzando  il criterio  equitativo puro, che le  apposite tabelle ma con il  massimo  di  personalizzazione in considerazione della entità  e  intensità del  danno); dall'altro lato,  secondo una diversa impostazione, al pregiudizio classificato come danno "catastrofale", talvolta, poi, anche qualificato come danno morale soggettivo.

Tali  incertezze, peraltro, non sembrerebbero  rilevare sul piano concreto della liquidazione dei  danni, dato che il risultato tenderebbe a coincidere sia che si utilizzino le   tabelle   di  liquidazione  del  danno   biologico  psichico (dovendosi nel qual caso procedere alla massima     personalizzazione   per    adeguare     il risarcimento     alle     peculiarità       del     caso     concreto),   sia che si applichi il criterio   equitativo   puro,  utilizzato   per  la liquidazione del danno  morale.

Le S.U. hanno, quindi, inteso disattendere il consapevole revirement effettuato dalla sentenza n. 1361 del 2014,  definita storica per aver riconosciuto per la prima volta, esplicitamente, il diritto al risarcimento del "danno alla vita", e per essersi posta in aperto contrasto con la precedente giurisprudenza di legittimità, che da sempre ne aveva categoricamente negato la risarcibilità. Ciò, peraltro, in linea con l'auspicio - proveniente da orientamenti giurisprudenziali e dottrinari italiani  ed  europei - che fosse riconosciuto  quale  momento  costitutivo  del  credito  risarcitorio  il momento della  lesione,  indipendentemente dall'intervallo di  tempo  con  l'evento morte causalmente collegato  alla  lesione  medesima.

Dunque,  in caso di morte verificatasi immediatamente   o  dopo  brevissimo tempo   dalle lesioni  personali, - si legge in sentenza -  "l'irrisarcibilità  deriva dalla assenza di  un  soggetto  al  quale,  nel   momento  in  cui  si  verifica,  sia collegabile  la perdita stessa e nel cui patrimonio  possa essere acquisito il relativo credito" (il preannunciato argomento "epicureo"), e "il  danno  che  ne  consegue  è rappresentato dalla perdita del bene giuridico 'vita'  che costituisce bene autonomo,  fruibile  solo in natura  da parte del titolare  e insuscettibile di essere reintegrato  per equivalente.  La   morte,   quindi,   non  rappresenta   la massima offesa  possibile del  diverso  bene 'salute' ".

Netta, quindi, la distinzione fra  il  bene  della  salute  ed  il bene  della  vita,   tutelati, rispettivamente,  dagli artt. 32  e  2 Cost.,  e quindi  ricadenti nella  tutela risarcitoria atipica     apprestata  dall'art.      2043 c.c.

Nè è valsa a convintcere la S.C. l'obiezione che la negazione di  un credito  risarcitorio  della vittima,   trasmissibile agli  eredi,   per  la  perdita   della  vita,  sia ritenuta contrastante  con  la  coscienza sociale, alla  quale  rimorderebbe che  la lesione del diritto  primario alla vita sia priva di conseguenze sul piano civilistico.

Difatti se si ammette che la vita è bene meritevole  di tutela  nell'interesse della intera  collettività,  si ritiene che tale rilievo  giustifichi   e  anzi  imponga la previsione della sanzione penale, la cui funzione peculiare è quella di soddisfare esigenze punitive e general - preventive.

La decisione de qua cassa pure l'ulteriore rilievo, frequente in dottrina, relativo all'insanabile contraddizione di un sistema che concede onerosi risarcimenti in caso di lesioni gravissime (integrante un danno meno  grave  derivante  dalla  perdita   della  salute) eppure li nega del tutto laddove vanga in rilievo l'illecita privazione della vita (per  il  danno   ben  più  grave   derivante    dalla   perdita della  vita). Così contraddicendo, altresì, sia  il principio  della  necessaria integralità del risarcimento, che  la  funzione  deterrente  che  dovrebbe  essere riconosciuta al sistema della responsabilità civile e che dovrebbe pertanto portare a introdurre  anche  nel  nostro  ordinamento  la  categoria   dei  danni punitivi.

Le S.U. non riconoscono pregio neanche all'argomento del ''è più conveniente uccidere che ferire": pur se di indubbia efficacia retorica, ritengono trattarsi in realtà di un rilievo solo suggestivo, ma non corrispondente al vero, ferma la rilevantissima diversa entità delle sanzioni penali.

Fanno leva, d'altro canto, sulla funzione reintegratoria e riparatoria responsabilità civile, nonchè sull'obliterazione della funzione sanzionatoria e di deterrenza e sull'asserita inammissibilità del risarcimento dei danni "punitivi" nel nostro ordinamento di contrario avviso, peraltro, numerosi ed autorevoli autori, che ne sostengono la piena prospettabilità anche nell'ambito del sistema italiano).

Le Sezioni Unite concludono dichiarando fondato il rigetto della ulteriore domanda  di risarcimento  avente ad oggetto il danno esistenziale, patito dai familiari per la dipartita del loro caro.

Dichiarano di ritenere valida la liquidazione  del danno operata nel merito, che, al momento della relativa quantificazione, avrebbe considerato unitariamente  tanto i pregiudizi di  tipo relazionale    quanto la   sofferenza soggettiva  rappresentata  dal  danno  morale.

A sostegno di quest'impostazione, richiamano i propri precedenti del 2008 (ossia le sentenze di San Martino nn. 26972,   26973,   26974   e  26975), alla cui stregua - si legge - non  sarebbero  "configurabili,   all'interno   della categoria     generale     del    danno    non    patrimoniale,    cioè    del    danno determinato   dalla   lesione  di  interessi   inerenti   la  persona   non  connotati da rilevanza   economica, autonome  sottocategorie    di danno,   perché  se in essa  si  ricomprendano   i    pregiudizi  scaturenti    dalla   lesione   di   interessi della   persona   di  rango   costituzionale,   ovvero   derivanti    da  fatti-reato, essi  sono  già  risarcibili   ai sensi  dell'art.    2059  c.c.,   interpretato    in  modo conforme  a  Costituzione,  con  la conseguenza   che  la  liquidazione     di  una ulteriore    posta   di   danno   comporterebbe     una  duplicazione    risarcitoria, mentre,    se  per  danno   esistenziale  si  intendessero    quei  pregiudizi    non lesivi  di  diritti   inviolabili    della  persona,   tale  categoria    sarebbe   del  tutto illegittima,     posto  che  simili  pregiudizi  non  sono  risarcibili   per  effetto   del divieto   di cui all'art.   2059 c.c.".

Arroccandosi su tali risalenti posizioni,  la decisione in commento dimostra di ignorare che in realtà, a far data dalle sentenze gemelle del 2008, tanta strada è stata percorsa dalla giurisprudenza sia di legittimità che di merito, nella direzione della autonomia del danno esistenziale rispetto alle altre voci di danno non patrimoniale ed al suo definitivo rilancio (vedasi, in proposito: "IL DANNO ESISTENZIALE NELL'ATTUALE PANORAMA GIURISPRUDENZIALE" - http://www.personaedanno.it/index.php?option=com_content&view=article&id=46424&catid=49). Sino ai più recenti e significativi arresti (da ultimo Cass. civ. 08/05/2015 n. 9320: "SCACCO MATTO - IL DOLCE SOFFIO DEL VENTO ESISTENZIALISTA" - http://www.personaedanno.it/index.php?option=com_content&view=article&id=47690&catid=76), che hanno chiarito come il principio di unitarietà ed omnicomprensività del risarcimento del danno non patrimoniale vada interpretato nel senso che il giudice è tenuto alla liquidazione unitaria delle diverse voci di danno, laddove il pregiudizio incida su beni ed interessi omogenei; ma che vi sia un vero e proprio obbligo di liquidazione separata dei danni ove invece siano conseguenza della lesione di beni  ontologicamente differenti (come nel caso di danno alla salute psichica e danno alla serenità familiare, patiti in conseguenza della perdita del congiunto).

Si può, pertanto, immaginare come la decisione de qua abbia deluso chi, confidando in una lunga attesa (durata oltre un anno), si aspettava forse che le Sezioni Unite avrebbero colto l'assist offerto dalla coraggiosa sentenza della Cass. n. 1361 del 2014.

Non solo: con questa sentenza le SS.UU. peccano anche sotto il diverso profilo della corrispondenza ai più recenti assestamenti ermeneutici in tema di danno non patrimoniale ed esistenziale, sancendo, almeno apparentemente, un (presumibilmente non definitivo) ritorno ad una ormai superata interpretazione negatoria, di cui a beneficiare sarebbero soltanto le casse delle compagnie assicurative, a fronte della frustrazione delle legittime e fondate pretese risarcitorie delle vittime.



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