Articoli, saggi, Danni non patrimoniali, disciplina -  Fabbricatore Alfonso - 2015-07-08

DANNO TANATOLOGICO - Professional - Alfonso FABBRICATORE

Quid iuris nel caso in cui, a seguito di un illecito, la vittima perda immediatamente la vita?

CASO: Tizio, attraversando la strada servendosi delle strisce pedonali, viene investito dall"automobilista Caio. Tizio muore sul colpo, forse non riuscendo neanche a rendersi conto dell"arrivo del veicolo a velocità sostenuta. I congiunti della vittima avanzano, al Tribunale competente, domanda di risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali subiti iure proprio e chiedono, contestualmente, che venga risarcito anche il danno non patrimoniale iure successionis, subito dalla vittima a seguito del sinistro. Il Tribunale nega il risarcimento del danno non patrimoniale iure successionis poiché la vittima è morta quasi nell"immediatezza dell"evento e, per giurisprudenza risalente e consolidata, solo nei casi in cui sia possibile individuare un apprezzabile spatium vivendi tra evento dannoso e decesso può essere risarcito il danno non patrimoniale, nel caso di specie il c.d. danno biologico terminale, a favore degli attori.

QUALI SONO GLI EFFETTI, IN AMBITO AQUILIANO, DELLA MORTE IMMEDIATA DELLA VITTIMA A CAUSA DEL FATTO ILLECITO ALTRUI?

Il danno risarcibile, in questo caso, è il solo danno biologico definito comunemente "terminale": affinchè possa riconoscersi alla vittima dell"illecito, e per effetto del suo decesso, ai congiunti che agiscono giudizialmente, il risarcimento del danno, occorre che tra il verificarsi della circostanza lesiva e la morte intervenga un apprezzabile spazio temporale. Solo in questo modo, infatti, la vittima potrebbe risentire di un concreto peggioramento delle proprie condizioni di salute psicofisica medicalmente accertabili ed acquisire un diritto al risarcimento del danno validamente trasmissibile agli eredi a seguito della morte. Diversamente, anche nei casi in cui non sia possibile individuare alcun considerevole lasso temporale, la giurisprudenza ammette il risarcimento del danno iure successionis qualora si riesca a provare che la vittima, seppur per pochi istanti, abbia avvertito l"angoscia della morte, rimanendo in lucida attesa della propria fine. Ad essere risarcito, in questo caso, è una particolare fattispecie di danno morale, caratterizzato da un elevato grado di incisività nella sfera interiore della vittima, definito, non a caso, "catastrofale".

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Il problema della risarcibilità dei danni da morte si inserisce in un ampio discorso circa i limiti attuali della responsabilità civile. Le Corti superiori, da quasi un secolo, sono allineate sulla irrisarcibilità della perdita della vita quando questa cessi contestualmente o a breve distanza temporale dalla commissione di un illecito. Le S.U. della Cassazione, con una storica pronuncia, hanno stabilito, infatti, che una volta deceduto il soggetto titolare del diritto al risarcimento del danno "cessa anche la capacità di acquistare che presuppone appunto e necessariamente l"esistenza di un subbietto di diritto. Onde, in rapporto alla persona del lesionato, come subbietto dell"azione di danni, questi restano senz"altro confinati nell"ambito dei danni verificatisi dal momento della lesione a quello della morte, ed è soltanto rispetto ad essi che gli eredi possono agire iure heriditatis" (cfr. Cass. Sez. Un., 22 dicembre 1925, n. 3475).

La tesi delle Sezioni Unite è stata corroborata da altra, ed altrettanto importante, sentenza della Corte Costituzionale, con la quale la Consulta ha ribadito che "un diritto di risarcimento può sorgere in capo alla persona deceduta limitatamente ai danni verificatisi dal momento della lesione a quello della morte, e quindi non sorge in caso di morte immediata, la quale impedisce che la lesione si rifletta in una perdita a carico della persona offesa, ormai non più in vita" (cfr. Corte Cost. 24 ottobre 1994, n. 372).

Un parziale superamento di tale assunto si è avuto in occasione delle sentenze gemelle del 2008. I giudici di legittimità, su impulso di buona parte della dottrina, hanno inteso superare l"ostacolo dell"apprezzabile decorso cronologico dando maggior risalto all"intensità della sofferenza interiore della vittima. Viene così introdotto il c.d. danno morale catastrofale, ovvero il danno morale, di massima intensità, sofferto dalla vittima dell"illecito che, inerme, avverta l"approssimarsi della morte. Dunque, anche in assenza del fattore temporale, è possibile risarcire ai congiunti il c.d. danno morale catastrofale, avuto riguardo della percettibilità in capo alla vittima dell"imminenza della morte. Secondo le S.U. del 2008, infatti, tale "sofferenza che, non essendo suscettibile di degenerare in danno biologico, in ragione del limitato intervallo di tempo tra lesioni e morte, non può che essere risarcita come danno morale, nella sua nuova più ampia accezione" (cfr. Cass. Sez. Un. 11 novembre 2008, n. 26972).

I c.d. danni terminali

Al fine di assicurare una qualche forma di tutela anche nel vasto ambito della responsabilità extracontrattuale al bene principale della persona, la vita, la giurisprudenza ha elaborato le figure compromissorie dei danni terminali. Queste sono una rivisitazione delle classiche figure del danno morale e biologico, con la differenza che l"esito ultimo della lesione sia la morte del danneggiato. In realtà, come prontamente segnalato dalla dottrina più attenta, necessitando da una parte di un decorso temporale qualificato e, dall"altra, della percettibilità dell"approssimarsi della morte, il problema è stato solo aggirato, restando comunque priva di alcuna disciplina la risarcibilità della perdita in sé della vita. Del resto una copiosa giurisprudenza ha affermato che requisito indispensabile per il risarcimento del danno catastrofale morale sia lo stato di lucidità della vittima, la quale sia nella condizione di poter avvertire lo shock del trapasso (cfr. ex plurimis Cass., 16 maggio 2003, n. 7632; Cass. 13 gennaio 2009, n. 458; Cass., 12 febbraio 2010, n. 3357; Cass. 17 luglio 2012, n.12236).

Altro e diverso è il c.d. danno tanatologico o da morte immediata, riferendosi più propriamente al danno conseguente alla perdita della vita indipendentemente dal protrarsi delle sofferenze o dalla consapevolezza della vittima di essere in procinto di morire. In questo caso nulla sarebbe dovuto a titolo di risarcimento del danno iure successionis, poiché la morte costituirebbe, al tempo stesso, sia il presupposto per l"originarsi di un diritto al risarcimento del danno a favore della vittima che la perdita della capacità giuridica di quest"ultima. Il diritto al risarcimento sarebbe così un diritto adespota: nel momento stesso in cui questo sorge, verrebbe inesorabilmente meno il soggetto che ne sarebbe titolare.

In questo modo, prevedendo una risarcibilità incondizionata del danno non patrimoniale da uccisione, la responsabilità civile assumerebbe una funzione prettamente punitiva, ad essa estranea, poiché mirerebbe esclusivamente a riconoscere agli aventi diritto (gli eredi della vittima, ed in assenza di questi, lo Stato) una somma di denaro ulteriore rispetto alla sorta già (eventualmente) ottenuta a titolo di legittimazione iure proprio. Il che farebbe oltretutto presupporre che il rimedio si fondi non già sull"esigenza di riparare ad un illecito mediante l"attivazione di uno dei principali strumenti repressivi del danno, bensì sull"esigenza di sanzionare una condotta del danneggiante particolarmente disdicevole secondo il comun sentire. Questo ragionamento viene consacrato da una pronuncia molto significativa del 2011, secondo cui "non è risarcibile il danno tanatologico, da perdita del diritto alla vita, fatto valere iure successionis dagli eredi del de cuius, per l'impossibilità tecnica di configurare l'acquisizione di un diritto risarcitorio derivante dalla lesione di un bene intrinsecamente connesso alla persona del titolare, e da questo fruibile solo in natura: e invero, posto che finché il soggetto è in vita, non vi è lesione del suo diritto alla vita, mentre, sopravvenuto il decesso, il morto, in quanto privo di capacità giuridica, non è in condizione di acquistare alcun diritto, il risarcimento finirebbe per assumere, in casi siffatti, un'anomala funzione punitiva, particolarmente percepibile laddove il risarcimento dovesse essere erogato a eredi diversi dai congiunti o, in mancanza di successibili, addirittura allo Stato" (cfr. Cass., 24 marzo 2011, n. 6754).

Nuovi spunti in materia di danno tanatologico

Una recente sentenza della Cassazione (Cass., 23 gennaio 2014, n. 1361) riapre il discorso e dà nuova linfa vitale alla corrente di pensiero favorevole alla risarcibilità anche del danno da morte immediata. La tesi, in parte già avallata da una precedente pronuncia della stessa sez. III (cfr. Cass., 12 luglio 2006, n. 15760), tiene conto della più recente ed autorevole letteratura di settore.

Si afferma infatti che il danno tanatologico, al pari degli altri danni contro la persona, vada risarcito in quanto lesione del valore principale della persona, del diritto inviolabile per antonomasia, prius logico di qualsiasi altro diritto dell"uomo. Se, infatti, per un verso, mediante un percorso articolato ma lineare, è stato possibile apprestare adeguata tutela risarcitoria anche per la lesione di lieve entità della salute psicofisica, per altro verso si è escluso che, sulla scorta della stessa argomentazione, il danno tanatologico possa essere qualificato come un danno risarcibile.

La soluzione proposta dalla Corte è quella di intendere il danno tanatologico come danno-evento, in deroga alla teoria, ormai consolidata, della natura esclusivamente consequenziale del danno non patrimoniale. Il diritto al risarcimento del danno, pertanto, andrebbe riconosciuto alla vittima, e quindi ai congiunti per effetto della morte, ogni qual volta la prosecuzione della vita sia compromessa dal fatto illecito di un terzo. Si esclude, oltretutto, che in questo modo il risarcimento assuma una funzione essenzialmente punitiva, in quanto questo varrebbe ad accrescere la massa patrimoniale a favore degli eredi, ovvero di quei soggetti cui la vittima stessa aveva interesse a beneficiare in vita, non già a punire la condotta particolarmente riprovevole del responsabile. Il diritto al risarcimento sarebbe acquisito al patrimonio del danneggiato contestualmente al verificarsi della lesione mortale, non essendovi altre conseguenze alla morte se non la morte stessa: "ll diritto al ristoro del danno da perdita della vita si acquisisce dalla vittima istantaneamente al momento della lesione mortale, e quindi anteriormente all'exitus, costituendo ontologica, imprescindibile eccezione al principio dell'irrisarcibilità del danno-evento e della risarcibilità dei soli danni-conseguenza, giacché la morte ha per conseguenza la perdita non già solo di qualcosa bensì di tutto" (cfr. Cass., 23 gennaio 2014, n. 1361).

Dubbia è pertanto l"ermeneutica secondo la quale il danno tanatologico andrebbe individuato come danno-evento, in deroga alle regole che governano l"universo dei danni non patrimoniali. Buona parte degli studiosi, infatti, osserva che, sul piano logico, la morte rappresenti ontologica conseguenza della lesione fatale, quand"anche lesione e decesso siano contestuali o separati da un lasso temporale ridottissimo. Difatti quando la morte della vittima avvenga in tempi molto brevi, questa non può che dipendere causalmente dalla lesione, antecedente logico necessario della prima.

Il risarcimento del danno è tipicamente uno strumento volto ad assicurare alla vittima una utilità sostitutiva del bene/interesse compromesso, non già a portare indietro le lancette dell"orologio e ripristinare la situazione antecedente la verificazione del danno. Da ciò si evince che, anche nel caso di morte, il risarcimento assicurerebbe quella funzione compensativa e correttiva come avviene in altre e numerose ipotesi: va da sé che quando venga risarcito un danno a persona, l"intento non sia quello di restituire alla vittima la stessa condizione di benessere fisico, psichico e relazionale compromessa, ma si cerchi di correggere la fase negativa, successiva all"illecito, mediante l"elargizione di una somma di denaro di cui la vittima possa usufruire per procurarsi altre e diverse utilità sostitutive.

Nei casi in cui tuttavia la vittima acquisisca tale diritto nel momento stesso in cui deceda (in effetti non vale neanche rilevare che rari siano i casi di morte istantanea, poiché in questo caso, allora, il soggetto non avrebbe ancora maturato alcun diritto al risarcimento del danno da morte), non è possibile garantirle una soddisfazione personale, ma si mira principalmente ad assicurare un certo grado di giustizia nelle relazioni sociali, alla base delle quali non sta il soggetto, bensì l"interesse.

L"evidente contrasto giurisprudenziale sollevato in occasione dell"emanazione della sentenza in esame, ha spinto la stessa sez. III a rimettere gli atti al Primo presidente affinchè valuti l"opportunità di sottoporre all"attenzione delle Sezioni Unite la vexata quaestio del danno tanatologico (cfr. Cass., ord. 4 marzo 2014, n. 5056).

Le Sezioni Unite, alle quali è stata rimessa la questione, sono chiamate a dare un responso importante, fondamentale per gli sviluppi futuri della materia. E ciò indipendentemente dalla scelta che sarà presa, sia essa quella di ammettere la risarcibilità della perdita in sé della vita o, viceversa, quella di negare rimedio alcuno per la lesione del bene fondamentale della persona.



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