Articoli, saggi, Generalità, varie -  Redazione P&D - 2014-09-15

DEGIURISDIZIONALIZZAZIONE – GianMichele FADDA

Degiurisdizionalizzazione ovvero uscita dalla giurisdizione.

In altri termini: il sovraccarico della giustizia si risolve semplicemente rinunciando a rispondere alla domanda di giustizia!

Questa geniale idea trova, purtroppo, insigni sostenitori tra cui eminenti giudici come il Presidente del Tribunale di Torino, il quale si rammarica come in Italia fare cause sia poco costoso e, ahi noi, in ultimo ma non meno autorevole, Piercamillo Davigo, il quale ad una conferenza internazionale dichiara che il problema affonda le sue radici nella moltitudine di avvocati che, alla stregua di agitatori, disturbatori, affollano le aule giudiziarie.

A riprova delle proprie argomentazioni il Consigliere di Cassazione snocciola, da par suo, dati statistici apparentemente inoppugnabili del seguente tenore: ogni anno ci sono 3 milioni di nuove cause, in Gran Bretagna 300 mila; 18 milioni di italiani sono in lite, più di Gran Bretagna, Francia e Spagna.

Non dicono le su citate eminenze che, probabilmente, la lite nasce sempre dal fatto che una parte invoca un diritto e l"altra glielo nega e non riuscendo a risolvere il contrasto fra loro si rivolgono ad un terzo, che dovrebbe essere anche autorevole oltre che munito di autorità, perché dica, attraverso un predicato di vero o falso intorno al fatto, chi ha ragione ovvero chi agisce con la forza del diritto e chi in spregio.

E qui pare giusto rammentare che quando non è più possibile invocare la forza del diritto è ovvia conseguenza che a prevalere sarà la logica del più forte, ed il più forte, nella nostra moderna società, non è altri che quello con maggiori disponibilità economiche che ben può attendere l"esito, anche infausto, di un giudizio che si conclude a distanza di anni. La parte contrattualmente debole, invece, benché vanti una pretesa legittima, in sede di trattative, dovrà necessariamente soccombere e, ben che vada, negoziare, mediare, finendo con l"ottenere un risultato inferiore a quello che il diritto (id est la giustizia) le avrebbe dovuto assegnare. Il tutto con il triste epilogo di dover sopportare in proprio le spese di avvocato (oppure scegliere di non pagarlo).

Non dicono, inoltre, gli eccelsi giudici che spesso la decisione giudiziaria benché presa d"autorità non risulta autorevole tant"è che viene appellata. Ed allora ecco la prima domanda: quante cause nascono in Italia per via di una decisione ingiusta? Quante invece sono frutto di lite temeraria ovvero frutto di una strategia dilatoria dell"avvocato?

Ed infatti, è sulla lite temeraria che il buon Davigo punta il dito così tradendo però la sua formazione penalistica. L"idea è di sanzionare le liti temerarie. E va bene, ma chi dovrebbe stabilirne la temerarietà? Lo stesso giudice che, magari in concorso con i tanti azzeccagarbugli (figura surrettiziamente evocata dal caro Davigo), produce sentenze che costringono all"appello? E poi alla Cassazione?

Ed ancora, gli esimi giudici, i quali non vedono innanzi a sé delle persone ma soltanto dei fascicoli, che a loro volta diventano statistica sul proprio ruolo, non dicono che se in Gran Bretagna nascono ogni anno un decimo dei processi che iniziano in Italia è per la semplice ragione che la minaccia di adire le vie legali là acquista il giusto peso di un invito a riconoscere il proprio debito, il proprio obbligo, pena il rischio di una "prevedibile" e "più cara" condanna.

Al contrario, in Italia, l"esito di un processo non è prevedibile né nell"esito né del tempo senza che tutto ciò dipenda dal numero degli avvocati, basti a tal fine rievocare lo stato della giustizia in Italia negli anni 40-50.

Prima di addentrarsi nella tematica, dunque, i cari illustri giudici avrebbero potuto attardarsi ad analizzare il problema più da vicino. In tal caso, avrebbero scoperto, per esempio, che in tema di soccombenza la sconfinata giurisprudenza dei supremi collegi oscilla tra due concezioni: la tesi della soccombenza oggettiva sintetizzata dal brocardo victus victori e quella soggettiva dove in omaggio al principio di causalità si punisce chi con il proprio comportamento preprocessuale ha dato causa alla lite giudiziaria.

Si ritorna dunque al problema di partenza: ove la giurisprudenza avesse chiaramente valorizzato il principio di causalità sanzionando con la condanna a pagare la lite chi quella lite ha causato, avremmo noi italiani tanta voglia di fare causa nonostante l"avido avvocato continui a pungolarlo per potersi pagare il noleggio dello yacht?

È certamente vero che la riforma della giustizia civile, cosi come si evince dallo schema del governo, non sembra risolvere le sue annose questioni. Basti sul punto guardare alla riforma dell"art. 91 Cpc di cui, per quanto si è detto poc"anzi, bastava cambiarne la rubrica, per esempio, intitolandola "soccombenza soggettiva" al fine di valorizzarne il fondamento giuridico appunto nel comportamento preprocessuale della parte che ha dato causa alla lite. Così evitando, stante l"esito delle recenti riforme, di introdurre concetti vaghi e indeterminati ovvero schemi procedurali contorti del tipo: se ottieni quanto avresti potuto ottenere attraverso un accordo allora non vinci la lite … sic!

Ma se l"approccio al problema è quello qui richiamato (troppi troppi avvocati e troppe troppe cause) allora nello scontro tra la forte corporazione degli avvocati (parole di Davigo) e quella non meno temibile dei giudici chi ne risulterà irrimediabilmente sconfitto sarà il cittadino.

Ed infatti, ecco che il buon ministro coglie l"occasione di rivendicare l"azione dei governi che molto hanno già fatto per aumentare i costi del processo (vedi aumento del contributo unificato).

Il che significa, non solo non rivolgetevi allo Stato, ma che lo Stato si deve occupare delle liti serie. Si, ma quali sono le liti serie? Innanzitutto quelle per cui vale la pena anticipare molti denari soltanto per iniziare la causa. Dopodiché quelle che creano specializzazioni eccellenti: tribunale dell"impresa, tribunale della famiglia, foro esclusivo del Tar Lazio e via dicendo …

Via di questo passo però finiremo con l"avere giudici eccellenti come Davigo i quali però, appena escono dalla loro materia, finiscono con il ricadere in una triste serie di luoghi comuni.

Infine, vien da chiedersi, se la voragine in cui precipita la giustizia civile verrà evitata dalla Corte Costituzionale che, improvvisamente, voglia ricordarsi degli artt. 3 e 24 della Costituzione invece di nascondersi pilatescamente dietro la scappatoia delle condizioni di procedibilità (obbligo di mediazione ex ultima). A tal proposito basterà guardare all"insuccesso dell"obbligo di conciliazione nelle controversie di lavoro che hanno finito soltanto con l"allungare i tempi del processo senza minimamente portare alla diminuzione delle liti davanti al giudice del lavoro. Affermare, come fa la Corte Costituzionale, che imporre una condizione di procedibilità non limita l"accesso universale alla tutela dei propri diritti significa rifiutarsi di guardare agli effetti socio economici di una politica punitiva sull"accesso alla giustizia e quindi non voler vedere che un sistema in cui il giudice ha ampia discrezionalità nel sindacare l"ammissibilità di un"impugnazione ovvero la "serietà" di una lite, che chiede esose anticipazioni di spese, che mortifica i diritti a semplici merci per ottenere un accordo al ribasso, che impone comunque di sopportare i costi necessari per addivenire a detto accordo, finisce con il discriminare, in base al censo, e quindi contro la Costituzione, i soggetti che possono invocare la giustizia con la dovuta fiducia in un pronunciamento prevedibile nei tempi e nei contenuti.



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