Legislazione e Giurisprudenza, Matrimonio, famiglia di fatto -  Mottola Maria Rita - 2014-05-23

DELIBAZIONE PER ESCLUSIONE DELLA PROLE - Cass. 11226/2014 Pres. Luccioli, Rel. Didone - Maria Rita MOTTOLA

Non vi è particolare favore nei confronti della possibilità di rendere esecutiva la sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio cattolico. Mentre le sentenze di divorzio o di annullamento del matrimonio, decise da una legislazione straniera, possono essere semplicemente trascritte allo Stato Civile le sentenze ecclesiastiche debbono subire una verifica e controllo da parte della Corte d'Appello, territorialmente competente.

Forse vi è una sorta di diffidenza avverso la procedura ecclesiastica che a conoscerla rileva efficacia e celerità ben diverse da quelle, troppo spesso, espresse dai nostri Tribunali. La giurisprudenza rotale ha approfondito negli anni aspetti psicologici e affettivi con grande rigore scientifico e onestà intelelttuale rendendo alcune decisioni di particolare interesse.

Ad ogni buon conto la Corte d'Appello deve affrontare alcune questioni e in particolare se la sentenza ecclesiastica sia ritualmente resa e formalmente legittima, accertare l'inesistenza di contrarietà all'ordine pubblico e di impedimenti alla difesa. Così mentre tra il giudizio di nullità del matrimonio concordatario e quello avente ad oggetto la cessazione degli effetti civili dello stesso non sussiste alcun rapporto di pregiudizialità, tale che il secondo debba essere necessariamente sospeso a causa della pendenza del primo ed in attesa della sua definizione, posto che trattasi di procedimenti autonomi, non solo sfocianti in decisioni di diversa natura (e con peculiare e specifico rilievo in ordinamenti diversi, tanto che la decisione ecclesiastica solo a seguito di giudizio eventuale di delibazione, e non automaticamente, può produrre effetti nell'ordinamento italiano), ma anche aventi finalità e presupposti diversi si può senz'altro dire che le norme sul giudizio di delibazione, di cui agli art. 796 e 797 c.p.c., siano state abrogate dall'art. 73 l. 31 maggio 1995 n. 218, di riforma del sistema italiano di diritto internazionale privato, giacché tale abrogazione, in ragione della fonte di legge formale ordinaria da cui è disposta, non è idonea a spiegare efficacia sulle disposizioni dell'Accordo, con protocollo addizionale, di modificazione del Concordato lateranense (firmato a Roma il 18 ottobre 1984 e reso esecutivo con l. 25 marzo 1985 n. 121), disposizioni le quali - con riferimento alla dichiarazione di efficacia, nella Repubblica italiana, delle sentenze di nullità di matrimonio pronunciate dai tribunali ecclesiastici - contengono un espresso richiamo agli art. 796 e 797 c.p.c., che pertanto risultano connotati, relativamente a tale specifica materia ed in forza del principio concordatario accolto dall'art. 7 cost., di una vera e propria ultrattività (Cass.25 maggio 2005, n. 11020 Giust. civ. Mass. 2005, 5).

Nel caso esaminato dalla Corte la moglie contestava la prevenzione della giurisdizione italiana che aveva emesso sentenza di cessazione degli effetti civili del matrimonio, e se non fosse contraria all'ordine pubblico perché motivata dall'esclusione della prole, causa non conoscibile dalla moglie stessa in buona fede.

La Corte ha respinto il ricorso confermando il precedente orientamento secondo cui la sentenza di divorzio ha causa petendi e petitum diversi da quelli della domanda di nullità del matrimonio concordatario, investendo il matrimonio-rapporto e non l'atto con il quale è stato costituito il vincolo tra i coniugi. Vi sarebbe, quindi coincidenza tra le cause solo se nella causa innanzi il giudice italiano si fosse espressamente dedotto anche un motivo di validità del matrimonio (Cass. n. 12989/2012).

I motivi dedotti nel processo ecclesiastico se pur non ammissibile dall'ordinamento italiano non impediscono la delibazione dovendosi accertare caso per caso se vi sia violazione del diritto di difesa o dell'ordine pubblico. Nel caso de quo la Corte territoriale aveva accertato che la moglie aveva appreso le ragioni di eslcusione della prole e comunque avrebbe potuto conoscerle con la normale diligenza. Nessuna censura poteva essere mossa alla sentenza impugnata perché congruamente motivata.



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