Articoli, saggi, Libertà costituzionali -  Mottola Maria Rita - 2014-04-05

DEMOCRAZIA O LIBERALDEMOCRAZIA? – Maria Rita MOTTOLA

Alcuni giorni orsono è stato pubblicato su questa rivista un saggio che mi ha sollecitato ad una attenta riflessione che mi sono decisa a pubblicare... forse tra non molto sarà impedito a tutti noi di dire "sciocchezze" non coerenti con il pensiero dominante, quindi approfitto di questo sprazzo di sole che spero non sia l'ultimo.

Mi è obbligo premettere che il mio studio della Costituzione è limitato alla necessità doverosa di confrontarsi con i suoi principi nell'esercizio quotidiano della professione, quindi non posso essere all'altezza dell'autore del saggio in commento che, da studioso della Costituzione, indubbiamente ha preparazione certamente diversa dalla mia.

Mi è d'obbligo affermare che non appartengo alla schiera degli idioti, o meglio, degli "elettori individui incapaci di intendere e di volere, o all'apposto collegati dal condizionamento elettorale che pongono in essere ai danni del perseguimento del buongoverno" come si legge nel saggio stesso (Non solo i politici sono responsabili della Cattiva politica, G. Gemma http://www.personaedanno.it/index.php?option=com_content&view=article&id=43937&catid=225.

Non appartengo agli idioti (tali sarebbero gli elettori in un caso o nell'altro prospettato dall'autore) per il semplice fatto di non aver votato (annullando la scheda elettorale) nel momento in cui mi sono resa conto che il mio sacrosanto diritto al voto era stato calpestato e vilipeso dal legislatore, (anzi a dire il vero anche dalla magistratura se è vero che ci sono voluti almeno 7 anni per una dichiarazione di incostituzionalità della legge elettorale, e se vogliamo anche dal Presidente della Repubblica che deve garantire l'aderenza ai principi costituzionali delle leggi che promana. Tale preventiva verifica era doverosa e quanto mai evidente per una legge elettorale che quasi azzera il diritto di scelta del rappresentante).

Eppure appartengo ad un'altra schiera di imbecilli, anzi a un intero popolo (come spiegherò più oltre) che certa intellighentia ritiene imbecilli (http://www.personaedanno.it/generalita-varie/odifreddi-la-caduta-da-cavallo-e-la-caduta-di-stile-maria-rita-mottola)

Per quest'altro autore, in effetti, sono in buona compagnia poiché mi accomuna addirittura nella mia stupidità a Pascal, imbecille, anch'egli, appunto, perché come me cattolico.

Dunque, dicevo, non studio la Costituzione io, semplicemente, la amo e la rispetto.

Viceversa chi la studia asserisce che il sistema migliore di governo è il regime liberaldemocratico, dunque, non quello voluto, costruito, realizzato con la nostra Costituzione. Chi studia la Costituzione ritiene che "secondo l'ideologia democratica, sia politica che giuridica, il popolo –cioè il complesso di cittadini – è sovrano ed ha il potere di governo. In base poi al catechismo politico-costituzionale il popolo sovrano esercita il suo potere in due modi: o dirittamente, mediante le istituzioni di democrazia diretta, od indirettamente mediante i suoi rappresentanti. Questi ultimi, i quali sono poi i politici, nello svolgimento delle funzioni di governo debbono conformarsi alla volontà popolare, cioè dei rappresentanti, e sono meritevoli se realizzano il volere del popolo" (cit. Non solo i politici ...   ), e prosegue "sulla fondatezza dell'ideologia democratica nutro molti dubbi, anzi sono ben convinto dell'infondatezza, essendo essa costituita da un complesso di concetti e di proposizioni, i quali sono luoghi comuni, privi di alcun riscontro scientifico" (cit. Non solo i politici ...   ).

Certamente la democrazia non è e non può essere il fine ultimo delle scelte e delle azioni politiche ma solo un mezzo per raggiungerlo quel fine scritto a chiare lettere nella Costituzione "uguaglianza sostanziale degli italiani", "libertà dal bisogno, e dignità del lavoro". Ma chi scrive non studia la Costituzione, semplicemente la ama e la rispetta.

Chi studia la Costituzione cerca di dimostrare che la democrazia non ha alcun fondamento perché il popolo intero come "soggetto collettivo" non esiste, se mai, esistono solo individui privi "di collante" che è proprio solo di piccoli "gruppi ristretti aventi un idem sentire su certe questioni sociali assai specifiche" e quindi la volontà del popolo sarebbe "una irreale ricostruzione antropomorfica di un'entità che è quanto mai diversa da un'entità individuale".

Chi scrive, come anticipato e a prova contraria di quanto affermato dal citato autore, appartiene a un popolo fortemente legato da "un collante" da "un fattore unificante", chi scrive appartiene al popolo cattolico composto da oltre un miliardo di persone (1.195.671.000 per l'esattezza al 31.12.2010), sparsi in tutto il mondo da oltre 2000 anni che sono sopravvissuti e sopravvivono ancora a sofferenze, angherie, persecuzioni, umiliazioni interne ed esterne, tutti uniti, che si dichiarano popolo, e che ha " per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio"  (LG 9).

Certo il ragionamento dell'illustre scrittore anche quando si dimostri come appena fatto che almeno un popolo esiste, potrebbe sorreggersi su altri argomenti che andranno confutati.

Si potrebbe inizialmente affermare che il popolo cattolico è legato da un collante per così dire speciale "un collante trascendente e amorevole" che nulla dimostra circa l'esistenza o la non esistenza di un popolo laicamente inteso, non contraddice, in altre parole, l'affermazione che esiste solo una massa di individui anonimi e egoisti.

Ma tale ultima affermazione è contraria a ogni ragionevole e scientifica ricostruzione circa la natura stessa dell'uomo. L'uomo è animale corale e collettivo. Lo dimostrano le sue origini, le sue formazioni sociali tali sin dagli albori, la sua stessa natura fragile bisognosa di cure nell'infanzia che si protrae per lunghissimo tempo, anni. Nessun altro animale anche se vive in gruppo deve essere accudito per così tanto tempo. Delle due l'una: o la sua debolezza è cresciuta a causa del suo vivere in comunità o la comunità di reciproco aiuto è nata per tutelare l'uomo dalla natura selvaggia che lo circondava proprio a causa della sua fragilità intrinseca.

La concezione aristotelica sopravvive sino al seicento quando Grozio (De iure belli ac pacis, 1625, Prolegomeni) affferma che l'uomo è per natura un essere razionale e sociale, cioè atto a vivere in un una organizzazione sociale e, dunque,  in una civitas.

"Per quanto egoista lo si possa supporre, l'uomo ha evidentemente nella sua natura alcuni principi che lo inducono a interessarsi alla sorte degli altri e che gli rendono necessaria la loro felicità" (Teoria dei sentimenti morali Adam Smith). L'umanità si costituisce in comunità per attivare lo scambio non solo economico e di lavoro ma soprattutto di reciproco e duraturo rapporto interrelazionale.

"Il mercato di cui parla Smith è assolutamente tangibile, sorge dai sentimenti umani, da tendenze naturali, dalla vicinanza, dal self-love, e nulla ha a che fare con quella costruzione teorica e matematica cui darà luogo Walras e al suo seguito Pareto. Se il mercato di cui parla Smith parte dal commercio della vita quotidiana (the business of common life), ed è quindi assolutamente empirico, per Walras, che non è scozzese ma francese, il mercato è un astrazione assolutamente razionale che funziona indipendentemente dalla realtà concreta" (Michele Bee , 2011 introduzione alla riedizione degli scritti di Smith).

Una riprova recente della naturale propensione a vivere in gruppo dell'uomo nasce dalla constatazione dello sviluppato senso dell'imitazione. L'uomo tendenzialmente impara imitando l'altro. E' la recente "teoria dei neuroni specchio". (Fabbri-Destro, Rizzolatti 2008). Secondo questa teoria l'esistenza dei neuroni specchio consente di imitare i movimenti posti in essere da altri e la loro rilevanza consisterebbe nella comprensione immediata di ciò che gli altri stanno facendo (Fogassi, Ferrari, Gesierich et al. 2005).

Se quindi l'uomo è un animale eminentemente sociale la sua vita dipende dalla capacità di capire cosa fanno gli altri, comprendendone le intenzioni e interpretandone i sentimenti, perché, senza questa capacità, non riuscirebbe a interagire con gli altri, né tanto meno a creare forme di convivenza sociale. L'esistenza di neuroni specchio induce a riflettere sulla insita natura sociale dell'uomo.

(Tutto questo dimostrerebbe, tra l'altro, che l'idea neoliberale economica che poi sostiene la tesi di socialdemocrazia è del tutto incoerente sia con la natura stessa di uomo sociale sia con le stesse teorie del presunto padre del liberismo economico. In effetti chi scrive accoglie con favore la nuova lettura che di Adam Smith viene offerta perché presuppone la possibilità di mettere in discussione le idee, particolare attività contraria alle ideologie e al politicamente corretto).

Al fine anche da un punto di vista economico-sociale e da un punto di vista naturalistico l'uomo non può e non deve essere inteso come mero individuo e l'insieme degli uomini come somma amorfa di individui. La loro sommatoria è ben altro. A noi piace chiamarlo popolo, con tradizioni, lingua, storia, origini, cultura comune.

Ma chi scrive non studia la Costituzione.

Si diceva, dunque, che occorre confutare anche gli altri argomenti per sostenere che la nostra Costituzione ha creato, voluto e costruito un sistema democratico fondato sulla rappresentanza popolare e che ogni altra teoria o tesi deve considerarsi destabilizzante e diretta a sovvertire l'ordine costituzionale.

L'autore afferma che la democrazia determina l'esistenza di una classe politica pericolosamente votata solo all'interesse di ottenere consenso e prosegue "in base all'ideologia democratica, ed al populismo che ne costituisce il deleterio, pernicioso, effetto finale, il parametro della (valutazione della) politica si inverte. Ciò che diviene rilevante non è il buon governo, ma l'acquiescenza, la conformazione, alla (pretesa) volontà popolare. Il politico è meritevole se recepisce ed attua ciò che vogliono i cittadini – soprattutto elettori – ed i parametri di giudizio della condotta politica e del governo è costituito dalla corrispondenza o meno alla volontà dei governati, e non dalla soddisfazione delle loro esigenze. Ora, in questa prospettiva, ha una piena legittimazione etica la priorità della ricerca del consenso (e del potere, a prescindere dai vantaggi personali che può arrecare ai detentori del medesimo) ed ha una recessione l'istanza del buongoverno".

Chi studia la Costituzione, dunque, sostiene che i principi democratici, pilastri del costrutto costituzionale, sono pericolosi e gravemente dannosi per il buon governo.

Chi scrive pensa che la pessima politica che oggi subiamo (tra l'altro vorrei che si dimostrasse che questo parlamento è stato eletto per volontà degli italiani e che questi governi sono frutto di un  processo democratico) sia nata dallo sfacelo voluto e programmato da una classe che vedeva, giorno dopo giorno, diminuire il suo potere, costantemente limitato dall'inesorabile progresso di uno Stato sociale, quello Stato capace di agire e intervenire per migliorare le condizioni di vita di tutti, la salute, la cultura, l'istruzione, l'ambiente, il lavoro.

La ricchezza diffusa e il benessere fine ultimo dell'azione di governo è stata vista dalla classe dominante come dannosa e da eliminare. L'oligarchia economica non ama lo stato sociale.

E questa idea deforme della democrazia quale origine di tutti i mali deriva da una distorta visione della giustizia e dell'uomo.

Da un lato si perde l'idea che la giustizia prescinde e preannuncia la società. "In ogni caso nell'identificazione della giustizia con la legalità c'è comunque una forzatura: giungeremmo a designare l'esser umano giusto come colui che sa solo obbedire, esente da libertà e responsabilità: una negazione della dignità, questa, che può piacere solo agli organizzatori sociali di tutte le specie politiche che, secondo ragione scientifica o volontà arbitraria, possono creare solo formicai umani. Con un'affermazione in cui si può riconoscere anche chi non crede necessariamente nella giustificazione cristiana, Paolo (Gal. 2, 16), dice che "dalle opere della legge non verrà mai giustificato alcuno". Troppo facile, infatti! Troppo facile conformismo! La voce della giustizia chiama invece sì all'osservanza della legge, ma sempre in nome di ciò che suo era la legge e di cui essa è espressione. Sopra la legge posta, c'è qualcosa di presupposto ed è là che dobbiamo cercar(n)e la giustizia e la fonte della sua cogenza" (Gustavo Zagrebelsky, La domanda di giustizia, Torino 2003, 22).

Non vi è giustizia senza l'incontro con l'uomo, con ogni singolo uomo, libero e unico. "la giustizia è un'esigenza che postula un'esperienza personale: l'esperienza, per l'appunto, della giustizia o, meglio, dell'aspirazione alla giustizia che nasce dall'esperienza della ingiustizia e dal dolore che ne deriva. Se non disponiamo di una formula di giustizia che possa mettere tutti d'accordo, molto più facile è convenire - a meno che si abbia a che fare con coscienze deviate - nel percepire l'ingiustizia insita nello sfruttamento, nella reificazione degli esseri umani da parte di altri esseri umani. Ed è facile non vederla o rimuoverla come cosa remota piuttosto che rimanere insensibili. Una volta che si sia entrati con essa in contatto immediato"  (G. Z. La domanda di giustizia, Einaudi, 2003, 16).

Inaccettabile, offensivo, limitante è affermare che gli elettori (quando potranno tornare a esserlo, perché oggi gli italiani non sono elettori liberi di esprimere il loro diritto al voto) sono degli incapaci nello scegliere ma che hanno una forza immane nell'obbligare i politici a piegarsi ai meschini e ciechi interessi popolari.

Del resto come non stupirsi nel leggere che i politici non scelti dal popolo (in un'Italia ove la democrazia verrebbe azzerata – ma non si dovrebbe allora parlare di dittatura?) sarebbero sicuramente liberi di esercitare il buon governo dirigendo le loro azioni verso lo scopo più utile a quel popolo bue che nulla comprende? E vivaddio chi li investirà di simile delicato compito? Tra quale schiera di eletti verranno scelti?

Del resto sappiamo che già è così, sappiamo che i posti di maggior rilievo sono ricoperti da rampolli di famiglie "bene" che li ottengono per nepotismo o manipolazione di concorsi pubblici. Forse dovremo sopportare per sempre tali angherie e violenze ma, non per questo, possiamo accettarle come verità assoluta, come frutto dell'ignoranza del popolo, anzi degli elettori incapaci di scegliere.

Sorprende la capacità di alterare completamente la realtà là ove si dice che i politici non sono responsabili, o perlomeno lo sono insieme agli elettori, della loro corruzione morale e sociale, delle loro scelte scellerate e perdenti. Sorprende leggere che gli elettori sceglierebbero "a muzzo" i politici perché sanno che poi sono in grado di guidare le loro azioni! In realtà i politici, o meglio i partiti, istituzioni volute dalla carta costituzionale, dovrebbero costruire programmi di governo e a tali programmi i cittadini dovrebbero aderire potendo scegliere tra diverse opzioni, diverse modalità per raggiungere fini condivisibili. I politici così eletti dovrebbero perseguire con le loro azioni politiche i programmi di governo promessi e presentati, rispondendo così al mandato ricevuto, che non è un mandato in bianco ma finalizzato a uno scopo ben preciso.

Sorprende di dover rammentare questi principi fondamentali dell'azione politica. Ma evidentemente si è perso nel mare magnum della dissolvenza etica e morale ogni fondamento democratico, ogni principio costituzionale.

Chi scrive pensa che modalità di gestione della cosa pubblica che esclude l'opzione democratica, che esclude il diritto del popolo ad autodeterminarsi, che prevede una elite di governo non eletta ma autoreferenziale, non sono scritte nella Costituzione, non sono state volute dal popolo, non sono secondo giustizia. Ma chi scrive la costituzione la ama e la rispetta.

Non la studia.

P.S. "Sul gradino successivo della scala troviamo, precisamente, le idee sulla realtà, cioè quelle che ci formiamo in tensione con le nostre rappresentazioni delle circostanze esistenti. A seconda che queste idee rappresentino "miglioramenti" o "rovesciamenti", si tratterà di idee "riformiste" o "rivoluzionarie". La rappresentazione di realtà diverse da quella in cui siamo stabilisce una distanza tra ciò che, secondo noi, è e ciò che dovrebbe essere e vorremmo che fosse. In quella distanza, si apre lo spazio per l'azione trasformatrice della realtà: azione strategica e fattiva, che, in questo suo carattere assomiglia alla tecnica, ma che da questa si distingue per la sua innovatività. Lo schema entro il quale si colloca la mente che progetta è anch'esso (come la mente che risolve) un rapporto tra tre elementi, ma un rapporto inverso: A è il fine da perseguire (invece che il dato); B è il dato da rimuovere (invece che di arrivo); C è l'idea progettuale che fa da ponte tra A e B. La mente che progetta è necessariamente una mente che alimenta idee partigiane, cioè "che parteggia" per una determinata concezione della realtà, in contrasto con altre concezioni ch'essa mira a sconfiggere. Questo è un punto da segnalare, per quel che si dirà in seguito, a proposito dell'importanza delle idee nella vita politica e, in particolare, nella versione democratica della vita politica. La mente progettante, per quanto possa mirare alla costruzione del migliore tra i mondi possibili, dove tutti e ciascuno troveranno la verità, la giustizia e la bellezza della vita, si troverà necessariamente a combattere contro altri progetti, per la semplice ragione che ciò che è vero, buono e bello per me, non lo è necessariamente anche per te. Nel tempo del relativismo, che è il nostro, la mente progettante produce necessariamente idee divisive. Uno dei problemi del nostro tempo è d'evitare che le divisioni diventino distruttive; è governare le divisioni" (Gustavo Zagrebelsky La scala delle idee, http://www.libertaegiustizia.it/2014/01/29/la-scala-delle-idee/).

Chi scrive pensa che la progettualità non possa prescindere da una visione dell'uomo che trascende la quotidianità, pur accettando la pluralità di idee non può pensare che tutto possa essere relativizzato al punto da escludere per esempio che la dignità dell'uomo sia un bene condiviso e non negoziabile, che il giusto compenso e il diritto al lavoro sia un valore condiviso e non negoziabile, che la libertà di espressione, di voto e religiosa sia un valore condiviso e non negoziabile. Il mezzo democratico è l'unico finora sperimentato che possa condurre al rispetto della dignità, della piena occupazione e della libertà.

"Rischiare parole del futuro, o cercare di reinventarne alcune, è parte integrante del sogno, dell'utopia in cui crediamo.- Se dai un pezzo di pane a un povero ti dicono che sei un uomo buono, un santo. Ma se ti chiedi perché il povero non ha un pezzo di pane ti dicono che sei un pericoloso rivoluzionario- Helder Pessoa Camara, Dom Helder come tutti veniva chiamato, vescovo ausiliare di Rio e poi pastore a Recife, si era impegnato per la difesa degli oppressi e degli emarginati dei sobborghi popolari, le terribili favelas brasiliane, e dei contadini espulsi dalle terre lavorate, quelli che chiamano in senza terra. -Oggi la realtà ci interpella-, aggiungeva, -ci aiuta ad aprire gli occhi e a svegliare la coscienza e quanto abbiamo deciso di difendere la persona umana e i diritti degli ultimi, senza predicare l'odio né la violenza, soltanto perché la nostra voce rimane al servizio di quelli che non hanno la possibilità di parlare, subito siamo accusati di fare politica, di essere sovversivi e anche comunisti-.

In realtà, in ragione del futuro possibile è necessario avere coraggio di essere sovversivi, intendendo il termine nella sua accezione etimologica. Sovversivo infatti deriva dal latino sub-versus, participio passato di sub-vertere, volgere dal basso in alto. Pertanto la sua azione di sconvolgimento mira a un cambiamento che chi lo desidera lotta per ottenerlo" (Gennaro Matino Economia della crisi Il bene dell'uomo contro la dittatura dello spread, 2012 Milano).

P.P.S. Nel saggio che abbiamo commentato ci pare alquanto sintomatica la scelta come figura di riferimento del gen. De Gaulle, allorquando si accusa la democrazia di populismo e nazionalismo. Se si intende populismo come insegna il dizionario Treccani l'atteggiamento ideologico che, sulla base di principî e programmi genericamente ispirati al socialismo, esalta in modo demagogico e velleitario il popolo come depositario di valori totalmente positivi, non si può certo dire che la democrazia in sé possa considerarsi populista. La democrazia è un regime di governo, è un mezzo e non un'ideologia. Non esiste ideologia democratica bensì "sistema democratico". Ma a quanto pare l'autore intende usare populismo nella sua accezione corrente vuota di significato e meramente dispregiativa.

Il generale Charles De Gaulle fu nazionalista di cultura e di estrazione. E in quanto nazionalista fu amato dal popolo francese.



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