Changing Society, Opinioni, ricerche -  Mottola Maria Rita - 2015-06-29

DEMOCRAZIA, VERITÀ E DIRITTI SOGGETTIVI: SIAMO ARRIVATI ALLA RESA DEI CONTI? – Maria Rita MOTTOLA

I diritti fondamentali, la pace e la guerra, il governo e i simboli, le organizzazioni internazionali e l'economia, la natura e la religione, l'arte e la storia, il gender e le ideologie. Unire i puntini: esercizio salutare di sopravvivenza.

Dedicato a due Maestri dei giorni nostri: Paolo Cendon che lascia che io esprima il mio sentire su questa rivista con lungimirante rispetto per la mia libertà e Alberto Bagnai per la sua capacità coerente e generosa di ricerca della verità.

Un maestro dei nostri tempi suggerisce di 'unire i puntini', come si fa in un gioco presente nelle riviste di rebus, sciarade e parole crociate. La sollecitazione è interessante e francamente per me del tutto scontata. Non riesco a fare a meno di cercare e, possibilmente trovare, la congiunzione, la liaison tra un evento e l'altro. È la mia costruzione mentale o forse, vieppiù, la certezza che il caso non esiste. Il caso che, se governasse la storia, sarebbe incompatibile con il libero arbitrio, con la libertà di agire di ogni uomo, libertà, bene supremo concesso da Dio nell'istante stesso della creazione, quando contrasse la Sua stessa potenza e libertà per 'far posto' ad altro diverso da Sé ma 'fatto a Sua immagine e somiglianza'.

Una parte delle risposte che mi hanno consentito di unire i puntini mi è giunta dal mondo accademico che studia le materie economiche. Ma una visione unitaria di ciò che sta accadendo e che ha sconvolto la vita della nostra Nazione e di tutti noi non può prescindere da una valutazione anche delle altre 'crociate' promosse dai paesi anglosassoni e nordici.

Nel difendere alcuni imprenditori che si sono trovati in difficoltà gravi nel pagare oneri fiscali, tributari e previdenziali ho accumulato una 'rabbia sorda', un desiderio di ribellione contro uno Stato che prima 'crea ad hoc' una situazione di crisi e poi impone sanzioni penali (le massime previste dai sistemi giuridici contemporanei, incidendo anche sulla libertà personale) così che si pone il dilemma: pago i lavoratori e i fornitori o assolvo le pretese statali? Se non pago i fornitori e i lavoratori come posso gestire la mia attività? E se non li pago cosa accadrà alle loro famiglie e alle loro aziende? Cerco di pagare come permesso in rate mensili e sopravvivo, ma subisco processi penali o chiudo i battenti perdendo tutto, presente e futuro? Che la crisi economica sia stata voluta, cercata e costruita non è un'invenzione o frutto di insensate 'dietrologie'. E' un'evidenza testimoniata dagli stessi attori istituzionali: 'abbiamo bisogno di una crisi', (Mario Monti https://www.youtube.com/watch?v=nTHN0yitxBU).

Perché? Perché lo Stato, che non è un soggetto impersonale e astratto, ma è un'organizzazione di persone e di mezzi legati teleologicamente al bene comune, debba mantenere una condotta così assurda? Perché deve porre in essere azioni dirette a smantellare un sistema imprenditoriale e professionale di grande valore e distribuito capillarmente sul territorio nazionale?

I trattati europei sono in evidente contrasto con l'art. 11 Cost., ove consente limitazioni alla sovranità nazionale attraverso trattati internazionali solo se gli stessi prevedano parità di condizioni tra gli stati aderenti e all'unico fine di garantire pace e giustizia e non per imporre una ideologia di natura economica, peraltro profondamente differente da quella voluta e sostenuta dal patto costituzionale. Nelle condotte di politici, funzionari e giornalisti sembrerebbero violati alcuni articoli del codice penale che noi studenti di giurisprudenza a mala pena leggevano, così certi in quell'epoca, di non vederne mai l'applicazione. Ma è così lontano dal vero affermare che coloro che agiscono in maniera tale da annientare il sistema economico, industriale, e sociale italiano violano l'art.  264 c.p. quando trattando affari nazionali in Europa, contraddicono il loro mandato che è il benessere della nazione italiana e del suo popolo? E se si vuol aderire alla tesi secondo cui la situazione attuale è paragonabile a uno stato di guerra economica, non è forse plausibile affermare che i giornalisti, i comunicatori, i professori e gli intellettuali violano l'art. 265 c.p. perché diffondono notizie false (il problema è la corruzione, l'evasione e i tassisti), esagerate (andremo a comprare il latte con la carriola di soldi, ci sarà una svalutazione del 300% e via di questo passo) e tendenziose (ci vogliono le riforme strutturali per far ripartire l'economia, dobbiamo fare la riforma della giustizia per attirare i capitali stranieri, dobbiamo fare la legge elettorale per dare stabilità al governo)? Ma ancor più interessante è la previsione dell'art. 267 c.p.: la norma punisce l'aggiotaggio quando avviene in tempo di guerra e determina un pericolo per la capacità di resistenza agli attacchi del nemico. Si deve sottolineare che appare come una norma, per intenderci simile all'omicidio, che non prevede le modalità esatte della condotta. Viene punito chiunque uccida un uomo, indipendentemente dal fatto che lo uccida con un coltello o con un mitragliatrice o con un sofisticato veleno (per esempio con una sostanza che induce l'infarto del miocardio senza lasciare traccia), si tratta pur sempre di un omicidio. Così il legislatore del codice penale punisce qualsiasi condotta che induca la depressione del corso dei cambi che si ha quando la moneta nazionale subisce un deprezzamento maggiore di quello che si verifica in dipendenza delle oscillazioni indotte dalle contrattazioni e dagli scambi monetari (un esempio? il prof. Monti propose all'ingresso una quotazione lira-euro del tutto fuorviante e quindi altamente depressiva del cambio nazionale) o influenzi con le sue azioni il mercato dei titoli o valori  (ricordiamo la minaccia spread?).

Il punto è, quindi, siamo in guerra? Dal punto di vista giuridico si può proporre una differenza tra 'conflitto armato', che nell'immaginario collettivo risponde al concetto di guerra intesa come 'azione di forza, l'aggressione, di uno stato, o di più stati, avverso un altro stato, o un'entità territoriale che la comunità internazionale riconosce come tale. In altre parole il conflitto armato avviene in condizioni di sospensione delle relazioni diplomatiche e pacifiche tra i popoli, l'azione bellica, infatti, si svolge sia attaccando il territorio di un altro stato, sino ad invaderlo, sia difendendo i propri confini da attacchi esterni' (Mottola M.R. Danni di guerra in 'I danni risarcibili nella responsabilità civile', diretto da P. Cendon, Utet, 2005), e azioni di guerra.

Siamo alla presenza di una serie di iniziative non controllabili o, in realtà, non controllate che attaccano il cuore delle nazioni occidentali, determinando il decadimento dell'economia, il fallimento delle aziende, l'annientamento dei risparmi e della ricchezza dei singoli, l'impoverimento della popolazione, la distruzione sistematica dell'intero Stato sociale, la limitazione della sovranità popolare, misure di emergenza che limitano diritti fondamentali. Insomma una guerra che nell'immediato non determina morti (o perlomeno non determina 'uccisioni') ma che creerà un esercito di poveri e depressi, privati del futuro e della speranza. Qualcosa di meno e qualcosa di più di una guerra. Infatti, per guerra si deve intende una situazione che presuppone una precisa volontà da parte di una o più parti (soggetti collettivi) di portare una crisi conflittuale fino alle sue conseguenze estreme. Ciò può avvenire attraverso l'uso della violenza o con la minaccia esplicita o implicita del suo uso. L'obiettivo può essere quello di eliminare l'avversario (distruggendolo, ma talora semplicemente inducendolo ad uno spostamento fisico più o meno temporaneo), o semplicemente di far prevalere la propria volontà.

La guerra è perciò la lotta tra Stati, o all'interno di uno Stato, condotta con le armi, ma anche un'azione volta a combattere elementi o situazioni considerati dannosi per la salute morale o materiale degli uomini. Hegel, considerò il conflitto in generale come una specie di "giudizio di Dio", la Provvidenza utilizza la guerra per far trionfare la parte migliore in cui si identifica lo Spirito del mondo. Egli afferma infatti: 'come il vento preserva il mare dalla putrefazione nella quale lo ridurrebbe una quiete durevole, così vi ridurrebbe i popoli una pace durevole, anzi perpetua'. Dall'altro lato ritiene che nella storia, così come immaginata dalla provvidenza, un popolo subentra ad un altro dominando in nome della pretesa superiorità tutti gli altri popoli. La guerra può essere un episodio di questo avvicendamento, di questo giudizio di Dio pronunciato dallo Spirito. Il pensiero hegeliano in tale affermazione affonda le sue radici in una visione del mondo 'di predestinazione', inaccettabile perché esclude la responsabilità personale, adducendo le scelte a elementi esterni e sovraordinati. In una parola è l'opposto del libero arbitrio. 'Di solito', dice Hegel, 'è collegata con ciò una forza esterna che con violenza spossessa il popolo perdente dalla propria posizione di dominio e fa sì che cessi di essere il primo. Questa forza esteriore appartiene però soltanto al fenomeno: non esiste forza interna o esterna che possa distruggere lo Spirito del popolo, se questo non è già in sé estinto'. E dunque è necessario porre in essere azioni dirette, prima dell'affondo finale, a distruggere lo Spirito del popolo, inducendo, come si può vedere oggi, l'autoumiliazione e l'autorazzismo. Perdere coscienza di sé e delle proprie qualità (che non possono prescindere anche dalla consapevolezza dei propri limiti) induce all'annientamento della forza unificante delle radici culturali comuni a tutto un popolo, ai valori riconosciuti e vissuti, alla solidarietà e alla disponibilità di accoglienza reciproca.

Ma per guerra si intende anche concorrenza commerciale spinta all'estremo; contrasto economico esasperato. 'E' inevitabile ricordare come nel 1992 un ungherese naturalizzato statunitense in un solo giorno e con una sola manovra finanziaria riuscì a destabilizzare l'economia italiana e quella inglese acquistando un quantitativo esorbitante di sterline pronto termine. Ora se uno speculatore con una sola manovra può determinare l'impoverimento di uno Stato ottenendo un guadagno di 1 miliardi di dollari in un solo giorno e tenendo conto che la guerra è uno strumento per impossessarsi delle ricchezze delle nazioni attaccate è ben evidente che una azione di speculazione finanziaria (e oggi sono molte anzi moltissime) può essere considerata un atto di guerra' (Un gioco per le vacanze – Maria Rita Mottola http://www.personaedanno.it/generalita-varie/un-gioco-per-le-vacanze-maria-rita-mottola).

Nei mesi scorsi, tra le altre assurdità, si è sentito più volte usare l'espressione Stato Sovrano. Ricordarci che il nostro Stato è sovrano voleva forse allontanare la sensazione sempre più forte che la cessione ad altri soggetti stranieri e la concessione a loro di un potere sulle nostre vite, escludeva la sovranità del popolo italiano.  L'espressione è priva di senso, lo Stato è Sovrano uno Stato non sovrano semplicemente non è. E' difficile scacciare dalla mente e dal cuore alcune parole "la sovranità appartiene al popolo" e "lo Stato ha legislazione esclusiva per quanto riguarda la moneta, tutela del risparmio e mercati finanziari; tutela della concorrenza; sistema valutario; sistema tributario e contabile dello Stato; perequazione delle risorse finanziarie".  Ovviamente il Trattato di Lisbona non rispetta i principi della nostra Costituzione e perché mai avrebbe dovuto rispettarli? Le responsabilità si debbono trovare nelle istituzioni che hanno consentito un tale devastazione dell'intero assetto nazionale. I Garanti della Costituzione non hanno garantito gli interessi del popolo che ha stretto un patto, un patto costituzionale e che non ha per ora sciolto.

Ma la limitazione della sovranità è azione violenta e diretta a scardinare le fondamenta dello Stato democratico e quindi, essendo state, tali azioni, realizzate da potenze straniere (se pur non attraverso l'occupazione militare) possono essere considerate un atto di guerra. Il preambolo del protocollo aggiuntivo adottato a Ginevra l'8.6.77 nell'affermare che  le Alte Parti contraenti, proclaman(d)o il loro ardente desiderio di vedere la pace regnare tra i popoli, ricordan(d)o che ogni Stato ha il dovere, in conformità della Carta delle Nazioni Unite, di astenersi nelle sue relazioni internazionali dal ricorrere alla minaccia o all'impiego della forza contro la sovranità, l'integrità territoriale o l'indipendenza politica di ogni Stato, o in qualunque altro modo incompatibile con gli scopi delle Nazioni Unite (conv. Ginevra 12.8.49 protocollo 8.6.77 preambolo) sembra offrire una definizione di guerra che potrebbe includere non solo le azioni 'armate'. Le minacce alle quali sono state sottoposte le nazioni del Sud d'Europa sono a tutti ben chiare, lo spread, questo sconosciuto, era chiaramente brandito come una clava o come il pulsante da premere per scatenare il conflitto nucleare finale, le azioni di forza contro la sovranità del popolo italiano hanno portato alla modifica di importanti capisaldi della Costituzione che, non dobbiamo dimenticare, è un 'patto' un vincolo che lega i cittadini ai governanti, non una legge che può essere modificata e maltrattata a piacimento. L'indipendenza politica è messa a dura prova con attacchi esterni e interni alla nazione. I trattati europei hanno costituito organismi non eletti che incidono sulla vita del popolo. Ci piace chiamarlo così l'insieme degli italiani, ci piace chiamarlo popolo. Anche se alcuni ritengono che il popolo non esiste (Non solo i politici sono responsabili della Cattiva politica, G. Gemma http://www.personaedanno.it/index.php?option=com_content&view=article&id=43937&catid=225).

Non so se riuscii a confutare questa tesi che è il preambolo e il fondamento della lotta contro la democrazia, in un mio precedente lavoro, ma sono ancora convinta che 'modalità di gestione della cosa pubblica che esclude l'opzione democratica, che esclude il diritto del popolo ad autodeterminarsi, che prevede una élite di governo non eletta ma autoreferenziale, non sono scritte nella Costituzione, non sono state volute dal popolo, non sono secondo giustizia. (...) Chi scrive pensa che la progettualità non possa prescindere da una visione dell'uomo che trascende la quotidianità, pur accettando la pluralità di idee non può pensare che tutto possa essere relativizzato al punto da escludere per esempio che la dignità dell'uomo sia un bene condiviso e non negoziabile, che il giusto compenso e il diritto al lavoro sia un valore condiviso e non negoziabile, che la libertà di espressione, di voto e religiosa sia un valore condiviso e non negoziabile. Il mezzo democratico è l'unico finora sperimentato che possa condurre al rispetto della dignità, della piena occupazione e della libertà (Mottola M. R.  Democrazia o liberal-democrazia? http://www.personaedanno.it/index.php?option=com_content&view=article&id=45037&catid=113&Itemid=360&mese=04&anno=2014).

La ideologia corrente parla sempre meno di democrazia e sempre di più di diritto di cittadinanza. Prima considerazione: un diritto può essere compresso e limitato, i principi ideali e fondanti una organizzazione umana non possono essere ridotti o modificati con atti giuridici, i principi sono fissati esattamente per orientare gli atti giuridici siano essi leggi o sentenze. Ciò che appare sempre più chiaro è che il diritto di cittadinanza non coincide né con il diritto al voto (vedi leggi elettorali recenti e riformate) né con il diritto al lavoro (vedi riforme strutturali e Job Act). Dobbiamo iniziare a diffidare di coloro che esaltano e sostengono diritti individuali e soggettivi, il diritto di cittadinanza è così indeterminato e equivoco, al punto da venir confuso con il diritto a essere riconosciuto cittadino di uno stato straniero. È evidente che chi propugna con così solerzia i diritti poi contesta, stigmatizza, esclude, 'tutti coloro che dissentono, che non sono d'accordo con le mosse spesso equivoche, pericolose, dannose e offensive della classe dirigente e politica e di tutte le cariche istituzionali, non hanno il diritto al dissenso. Perché altrimenti sono antidemocratici! Lapalissiano ... o no? Tutti coloro che sostengono che la gestione della questione europea è disastrosa, politicamente scorretta, economicamente fallimentare sono populisti e nazionalisti. Certo perché la democrazia è europeista ... o no? Tutti coloro che invocano il rispetto delle regole perché altrimenti la democrazia stessa è calpestata e vilipesa insieme alla nostra Costituzione sono considerati dei reazionari, antidemocratici, incapaci di cogliere le occasioni di progresso! Del resto andare a votare è una pura sciocchezza ... o no? Perché il fine non giustifica mai i mezzi come ci illustrò con sottile e intelligente satira il Machiavelli che, come insegna il poeta di Zante, 'temperando lo scettro ai regnatori, gli allor ne sfrondi ed alle genti sveli di che lacrime grondi e di che sangue' (E' tutta una questione di parole: globalizzazione, previdenza, corruzione, debito pubblico e democrazia  – Maria Rita Mottola http://www.personaedanno.it/index.php?option=com_content&view=article&id=44597&catid=113&Itemid=360&mese=02&anno=2014).

Altro aspetto che turba è l'atteggiamento che potremmo definire 'moralistico' degli opinion leader (si chiamano così?) dei giornalisti accreditati. Un moralismo becero e svenduto all'arma finale del doktor Goebbles, come ci ricordava Bonvi nelle sue indimenticabili strisce, che unisce l'ipocrisia, il nascondimento della verità e la denuncia della 'corruzione'.

'Il nostro Paese non ha mai amato la violenza, ma la rabbia cresce e potrebbe non fermarsi. Allora è meglio usare altre parole che possano spiegare chi sono i moralisti e come possono essere smascherati. Allora è meglio guardare a noi stessi e ai nostri amici, vicini, conoscenti, colleghi per capire se sono o se noi stessi siamo moralisti o come suggerisce Papa Francesco: corrotti e cercare di guarirli prima che sia troppo tardi ... per tutti. Perché se vogliamo chiamare con il vero loro nome i moralisti dobbiamo chiamarli corrotti. Ancora di più corrotti se non commettono il reato di corruzione o di concussione. Tali azioni restano comunque e sempre solo dei reati. La corruzione dell'anima e del pensiero annienta una nazione, la distrugge, la umilia, lentamente ma inesorabilmente. Leggiamo insieme: Nella cultura della corruzione c'è molta sfacciataggine, benché in apparenza ciò che viene ammesso nell'ambiente corrotto sia fissato in norme severe dalle tinte vittoriane. Come ho detto, si tratta del culto delle buone maniere che coprono le cattive abitudini. E questa cultura si impone nel lassismo del trionfalismo quotidiano. Non sempre ci si trasforma di colpo in corrotti. Anzi, è il contrario. C'è un cammino lungo il quale si procede scivolando. Un cammino che non si identifica affatto con una serie di peccati. Uno può essere un gran peccatore e, tuttavia, non essere caduto nella corruzione' (È tutta una questione di parole http://www.personaedanno.it/index.php?option=com_content&view=article&id=44597&catid=113&Itemid=360&mese=02&anno=2014 ).

E' necessario a questo punto porci criticamente di fronte all'atteggiamento di giuristi, dobbiamo francamente ammettere la mancanza di coraggio nel denunciare ciò che sta accadendo, anche se siamo i più vessati perché abbiamo le nozioni e le competenze per comprendere e, quindi, diventare pericolosi per il Potere. Un giurista non può non vedere come il legislatore abbia smantellato passo, passo, l'intero impianto costituzionale, minando dalle fondamenta lo Stato democratico. Si inizia con la legge elettorale che impedisce l'esercizio da parte del cittadino del diritto di scelta dei propri rappresentanti. Pochi ricordano che solo la sana cocciutaggine di un avvocato ha portato alla dichiarazione di incostituzionalità della l.270/2005, ancor meno sanno che i giudici di Milano hanno respinto le sue domande condannandolo alle spese di giudizio a favore dello Stato per i due gradi di giudizio. Ma tutti gli avvocati sanno che la condanna alle spese è uno strumento, spesso utilizzato dalla magistratura, per disincentivare il ricorso alla giustizia.

La Corte ha dichiarato l'illegittimità costituzionale di alcune norme modificate nel tempo (art. 83, comma 1, n. 5, e comma 2, del d.P.R. 30 marzo 1957 n. 361; art. 17, commi 2 e 4, del decreto legislativo 20 dicembre 1993, n. 533;  artt. 4, comma 2, e 59 del d.P.R. n. 361 del 1957, nonché dell'art. 14, comma 1, del d.lgs. n. 533 del 1993, nella parte in cui non consentono all'elettore di esprimere una preferenza per i candidati. Così motiva la sentenza 'tale libertà risulta compromessa, posto che il cittadino è chiamato a determinare l'elezione di tutti i deputati e di tutti senatori, votando un elenco spesso assai lungo (nelle circoscrizioni più popolose) di candidati, che difficilmente conosce. Questi, invero, sono individuati sulla base di scelte operate dai partiti, che si riflettono nell'ordine di presentazione, sì che anche l'aspettativa relativa all'elezione in riferimento allo stesso ordine di lista può essere delusa, tenuto conto della possibilità di candidature multiple e della facoltà dell'eletto di optare per altre circoscrizioni sulla base delle indicazioni del partito. In definitiva, è la circostanza che alla totalità dei parlamentari eletti, senza alcuna eccezione, manca il sostegno della indicazione personale dei cittadini, che ferisce la logica della rappresentanza consegnata nella Costituzione. Simili condizioni di voto, che impongono al cittadino, scegliendo una lista, di scegliere in blocco anche tutti i numerosi candidati in essa elencati, che non ha avuto modo di conoscere e valutare e che sono automaticamente destinati, in ragione della posizione in lista, a diventare deputati o senatori, rendono la disciplina in esame non comparabile né con altri sistemi caratterizzati da liste bloccate solo per una parte dei seggi, né con altri caratterizzati da circoscrizioni elettorali di dimensioni territorialmente ridotte, nelle quali il numero dei candidati da eleggere sia talmente esiguo da garantire l'effettiva conoscibilità degli stessi e con essa l'effettività della scelta e la libertà del voto (al pari di quanto accade nel caso dei collegi uninominali). Le condizioni stabilite dalle norme censurate sono, viceversa, tali da alterare per l'intero complesso dei parlamentari il rapporto di rappresentanza fra elettori ed eletti. Anzi, impedendo che esso si costituisca correttamente e direttamente, coartano la libertà di scelta degli elettori nell'elezione dei propri rappresentanti in Parlamento, che costituisce una delle principali espressioni della sovranità popolare, e pertanto contraddicono il principio democratico, incidendo sulla stessa libertà del voto di cui all'art. 48 Cost. (Cost. n.  1/2014).

Poteva fare altro? Certo che sì. La sentenza afferma che: 'le elezioni che si sono svolte in applicazione anche delle norme elettorali dichiarate costituzionalmente illegittime costituiscono, in definitiva, e con ogni evidenza, un fatto concluso, posto che il processo di composizione delle Camere si compie con la proclamazione degli eletti. Del pari, non sono riguardati gli atti che le Camere adotteranno prima che si svolgano nuove consultazioni elettorali. Rileva nella specie il principio fondamentale della continuità dello Stato, che non è un'astrazione e dunque si realizza in concreto attraverso la continuità in particolare dei suoi organi costituzionali: di tutti gli organi costituzionali, a cominciare dal Parlamento. È pertanto fuori di ogni ragionevole dubbio – è appena il caso di ribadirlo – che nessuna incidenza è in grado di spiegare la presente decisione neppure con riferimento agli atti che le Camere adotteranno prima di nuove consultazioni elettorali: le Camere sono organi costituzionalmente necessari ed indefettibili e non possono in alcun momento cessare di esistere o perdere la capacità di deliberare. Tanto ciò è vero che, proprio al fine di assicurare la continuità dello Stato, è la stessa Costituzione a prevedere, ad esempio, a seguito delle elezioni, la prorogatio dei poteri delle Camere precedenti 'finché non siano riunite le nuove Camere» (art. 61 Cost.), come anche a prescrivere che le Camere, anche se sciolte, sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni per la conversione in legge di decreti-legge adottati dal Governo (art. 77, secondo comma, Cost.)' (Cost. n. 1/2014).

Poteva chiaramente dire che cosa intendeva per continuità del Parlamento. L'interpretazione corretta dell'incostituzionalità delle norme con cui si è formato l'attuale e le precedenti assemblee parlamentari, avrebbe dovuto condurre a ben altre conseguenze. Da un lato La Corte ammette che ormai il danno è compiuto, tanto vale proseguire, dall'altro sostiene che vale il principio della prorogatio. Entrambi gli argomenti sono così deboli da apparire, proprio per questo, fallaci. La prorogatio avviene allorquando sono state indette le elezioni fino al momento in cui le nuove camere non si insediano, è per così dire e, semplificando, una situazione transeunte e limitata in un tempo predeterminato. Che il danno sia compiuto e cioè che un Parlamento illegittimo e costituito contro il diritto fondamentale dei cittadini, in quanto tali, di decidere i propri governanti, sia ormai insediato e sostenere che porre nel nulla tutte le sue azioni con un colpo di spugna potrebbe generare una situazione complessa e pericolosa per la gestione della cosa pubblica e la certezza del diritto,  non può e non deve significare che tale Parlamento continui, in una situazione di aperta violazione, a legiferare ed anche in materia elettorale.

Tutti tacciono, tutti i giuristi restano muti innanzi a questo assurdo verdetto. E' così evidente che il Parlamento in carica sia illegittimo, eletto con una legge incostituzionale e contraria ai principi fondamentali della democrazia. È un Parlamento incostituzionale che con la sua stessa presenza offende e viola quotidianamente la Costituzione, arrogandosi il diritto di emanare leggi e decreti che rivoluzionano l'assetto del lavoro e del vivere sociale, addirittura loro eletti con una legge incostituzionale e privi di legittimità hanno varato una legge elettorale, per di più adottando una nuova legge anch'essa incostituzionale e applicando procedure illegittime.

L'altra sera durante una trasmissione radio un ascoltatore ha osato dire che ci troviamo a vivere in un 'regime' subito zittito dal conduttore che, a sua volta, ha chiesto al giornalista invitato se confermava che in epoca berlusconiana eravamo in un regime. E voilà triplo salto carpiato: il giornalista ha precisato che aveva cambiato idea, che neppure nel periodo berlusconiano si poteva parlare di regime e che il suo giornale è così laico (ha detto proprio così laico) da poter rettificare quanto sosteneva anni fa! Si nega ora per allora per negare ora per il futuro! La verità è insieme alla democrazia il bene più martoriato. I media hanno posto in essere una disinformazione orwelliana.

Certo chi vuole, chi può permettersi di cercare le notizie, di leggere e di confrontare riesce a trovare la verità. Ma anche coloro che con passione e competenza, liberamente raccontano questa verità alcune volte non uniscono i puntini. Il pregevole e, in un tempo, sconvolgente resoconto sul dramma della Germania dell'Est fagocitata dalla Germania dell'Ovest ci spiega come e perché una nazione in forte affanno economico riesca a risollevare le sue sorti in un lampo (V. Giacché Anschluss. L'annessione. L'edificazione della Germania e il destino dell'Europa, 2013). Lo studioso non approfondisce l'evidente tragica somiglianza tra l'annessione della Germania dell'Est ai Land della Germania dell'Ovest e l'annessione del sud d'Italia al Piemonte che pochi anni fa abbiamo festeggiato con giubilo. Certo egli analizza il presente ma la storia insegna se è raccontata con verità, altrimenti è un altro modo per condizionare e manipolare e sarebbe stata una bella occasione per animare un dibattito, da altri portato avanti da oltre 20 anni, sulla situazione attuale dell'Italia, per comprendere e, forse, non sbagliare più.

Il demonio si nasconde nei particolari e anche in questo caso un particolare mi ha indotto ad approfondire. A Torino si festeggiavano i 150 anni dell'unità con il tricolore su un bel fondo azzurro come il colore dei Savoia (responsabili senza dubbio dell'avvento del fascismo con quello che ne consegue). La percepii come una profonda stonatura e mi misi a cercare. Ma la storia non dimentica, non dimentica come lo Stato borbonico che storici e giornalisti rappresentano come retrogrado e tiranno, era così ricco da far gola ai Sabaudi. La monarchia piemontese era in profondo disavanzo e aveva necessità di denaro e di una forte alleanza. L'Inghilterra temeva la flotta borbonica, potente e addestrata così vicina allo stretto di Suez che stava per aprirsi alla navigazione. Ecco allora lo sbarco a Marsala con la presenza della flotta della perfida Albione alla fonda a tutelare, per così dire, i loro possedimenti nella città siciliana. Ma in realtà per controllare e sostenere l'avventuriero genovese (Aprile, Giù al sud, Piemme, 2012). La propaganda, durata 150 anni, manipolò la storia e la verità raccontando come campagna di liberazione una mostruosa e sanguinaria occupazione violenta che ottenne una colonia ricca e facile da sfruttare. Tale situazione generò quel fenomeno della immigrazione italiana che prima di allora era sconosciuto. Vi ricorda qualcosa? La storia insegna se la si legge nella sua evidente verità.

Gli economisti più accorti, uno su tutti e prima di tutti, ci hanno fatto 'ammirare' l'assurdità economica del mondo che vogliono imporci. L'Itali può farcela, e può farcela da sola. Ma intendiamoci bene: 'da sola' significa sciolta da un vincolo monetario che, per i suoi errori di progetto (ammessi dallo stesso vicepresidente della BCE, come abbiamo visto), che si traducono nell'atteggiamento schizoide rispetto al ruolo di Stato e mercato su cui ci siamo lungamento soffermati, sta portando un intero continente al suicidio. Sarebbe 'retorica europeista di maniera', cine diceva il presidente Napolitano nel 1978, assimilare la scelta strategica di recuperare sovranità e flessibilità a un'opposizione al progetto europeo.  Non si tratta di opporsi all'Europa. Non si tratta di mollare gli ormeggi e vagare per il mediterraneo (dove, fra l'altro, tutto saremmo tranne che soli, anche per effetto delle lungimiranti politiche di questa Europa che porta la pace, e che ha contribuito a trasformare la fascia costiera meridionale del Mare nostrum in un focolaio di disperazione e morte, lasciando a noi, e solo a noi, l'incombenza di gestire le inevitabili conseguenze umanitarie: basti pensare alla vicenda libica, nella quale gli interessi del nostro paese e, visti i risultati, delle stesse popolazioni coinvolte, sono stati fortemente compromessi da iniziative di altri paesi, non particolarmente coordinate a livello europeo). Si tratta di riconoscere che l'Europa non funziona perché non può funzionare, perché le élite che l'hanno costruita hanno dichiarato guerra non solo alle classi subalterne, ma anche e soprattutto alla logica (economica e politica). Si tratta di  prendere atto di questo errore e di trarne le conclusioni, che poi sono quelle a cui, come ho ampiamente illustrato nel Tramonto dell'euro e ricordato in questo testo, il –Nobel Meade era già arrivato nel 1957: finché persisteranno disparità strutturali rilevanti fra i paesi europei, di tale entità per cui sia utopistico ovviare con dei trasferimenti, un percorso ordinato di integrazione economica e politica richiede che si mantenga la flessibilità dei cambi nazionali (A. Bagnai L'Italia può farcela, ll Saggiatore, 2014, 426).

Il Potere economico vuole arrivare alla realizzazione di una società dominata da un gruppo di poche persone e del resto vi è riuscito, almeno per il momento. L'1% della popolazione detiene una quota pari al 48% della ricchezza globale, e la forbice della diseguaglianza tende ad aumentare così che in poco tempo quelle esigua fetta di umanità possiederà più della metà della ricchezza globale.

Certamente la presa di potere violenta sarebbe stata più semplice e immediata ma avrebbe reso palese 'il gioco e l'intento', generare una situazione di crisi economica e intervenire attraverso politici compiacenti per combatterla, adottando misure tali da sovvertire l'ordine democratico e il principio del capitale 'calmierato' dai diritti del lavoro e dei lavoratori, e dell'intero sistema sociale, è diretta a creare condizioni di accettabilità e accettazione.

Ma questo potere agisce solo a livello politico e economico? Per rispondere dovremmo esaminare i primi atti e le prime dichiarazioni dei leader politici europei appartenenti a formazioni 'di sinistra' (ma cos'è la sinistra? Destra – sinistra. Senza nessun commento – Maria Rita Mottola http://www.personaedanno.it/index.php?option=com_content&view=article&id=45574&catid=225&Itemid=474&mese=06&anno=2014). Matrimonio gay, adozione alle coppie gay, liberalizzazione della procreazione assistita, lotta alla omofobia, diffusione della cultura gender. Questi sono i temi. (Si pensi al Sindaco di Roma in piena bufera giudiziaria e politica, che fa? Ma ovviamente partecipa sorridente al Gay Prade).

L'ideologia gender, ideata dallo psichiatra americano John Money, si basa sull'asserzione e non su un'indagine scientifica, che le differenze sessuali tra maschio e femmine non sono naturali, biologiche, come peraltro avviene in tutto il mondo animale, bensì culturali. 'La complementarità tra un uomo e una donna, vertice della creazione divina, viene messa in discussione dalla cosiddetta ideologia gender, in nome di una società più libera e più giusta, le differenze tra uomo e donna non sono per la contrapposizione o la subordinazione ma piuttosto per la comunione e la generazione, sempre a immagine e somiglianza di Dio. Senza il reciproco contributo nessuno dei due può comprendersi in profondità' (Papa Francesco 8 giugno 2015 udienza generale).

L'ideologia è la fine della democrazia e del pensiero critico. La domanda perciò non è affatto peregrina: perché, perché impegnarsi così a fondo su questi temi, perché anche il premier vicino agli ambienti cattolici sostiene e promuove tali iniziative? Se noi provassimo a unire i puntini ...

Percepivo con forza che tutto le questioni sinora esaminate, e in aggiunta l'attacco violento alla religione cattolica e al papato, (si cita da taluni il cosiddetto panico sociale, manipolazione delle notizie a fini politici destabilizzanti. 'Secondo gli studi di Jenkins se si paragona la Chiesa Cattolica degli Stati Uniti alle principali denominazioni protestanti si scopre che la presenza di pedofili è – a seconda delle denominazioni -  da due a dieci volte più altra tra i pastori protestanti rispetto ai preti cattolici. La questione è rilevante perché mostra che il problema non è il celibato: la maggior parte dei pastori protestanti è sposata. Nello stesso periodo in cui un centinaio di sacerdoti americani era condannato per abusi sessuali su minori, il numero professori di ginnastica e allenatori di squadre sportive giovanili – anche questi in grande maggioranza sposati – giudicato colpevole dello stesso reato dai tribunali statunitensi sfiorava i seimila. Gli esempi potrebbero continuare, non solo negli Stati Uniti. E soprattutto secondo i periodici rapporti del governo americano due terzi circa delle molestie sessuali su minori non vengono da estranei o da educatori – preti e pastori protestanti compresi  – ma da familiari: patrigni, zii, cugini, fratelli e purtroppo anche genitori. Dati simili esistono per numerosi altri Paesi. Per quanto sia poco politicamente corretto dirlo, c'è un dato che è assai più significativo: oltre l'ottanta per cento dei pedofili sono omosessuali, maschi che abusano di altri maschi. E – per citare ancora una volta Jenkins oltre il novanta per cento dei sacerdoti cattolici condannati per abusi sessuali su minori e pedofilia è omosessuale'. Il problema è concreto e drammatico ma è stato sottoposto ad una manipolazione e ad un'amplificazione ben al di là delle sue reali dimensioni di Massimo Introvigne http://www.webdiocesi.chiesacattolica.it/cci_new/s2magazine/moduli/ultimora/uploads/allegati/cat_170/introvigne.pdf), avessero una matrice comune.

Non sto parlando di complotto, penso a una medesima radice, o spinta ideologica, o complesso intreccio di interessi e di mezzi diretti a uno scopo. La risposta mi è arrivata per caso (?), leggendo la recensione di un libro che immediatamente ho ordinato dal mio amico libraio e che ho letto con estremo interesse, stupore e un certo senso di liberazione. La storia di otto donne durante il regime comunista d'oltre cortina accumunate dalla fede cristiana (cattolica o ortodossa) e dal carcere. Fili d'erba capaci di bucare l'asfalto. 'Per dirla con la Trauberg: 'negli anni 50-60 Chesterton è stato per noi un controveleno. Innanzitutto perché la sua apologia della letizia si contrapponeva al dolore irrisolto che ci avvolgeva. Questa unione così rara nel nostro secolo di casa e libertà, di moto centripeto e centrifugo, di slancio escatologico e cosmica stabilità ci insegnò a non buttarci né a sinistra né a destra, allontanandoci dal cristianesimo'. (G. Parravicini Natal'ia Trauberg 'il miracolo di tutti i giorni' in Vive come l'erba, Milano 2015). Che cosa  accomuna queste donne oltre alla fede e alla persecuzione? L'amore per le arti e la letteratura, il desiderio del bello in un mondo grigio e falso come solo il mondo generato dai totalitarismi sa essere. E' qui che ho compreso cosa facesse paura al potere, quello vero, quello che cerca il dominio non sulle cose e sul denaro, ma il dominio sull'uomo. La fede è amore per la bellezza e l'armonia, è capacità di sperare e coinvolgere gli altri nella folle danza di una vita viva e sognante, l'arte è capace di miracoli, anzi l'arte stessa è già un miracolo, è quella parte di noi veramente fatta a immagine e somiglianza del Creatore, è la parte che crea e rinnova, genera e ama, senza se e senza ma, oltre ogni volontà. Un'altra cosa le accomunava: la capacità di costruire famiglie, le proprie, mantenendo legami anche attraverso muri e filo spinato, quelle degli altri, con l'aiuto e la compassione, quelle inventate per sopravvivere nelle carceri, famiglie che univano, aiutavano, che costruivano scuole per imparare e feste per divertirsi, in barba a guardiani e regolamenti, incuranti dei pericoli e delle punizioni. 'Se Dio è con me che cosa mai potrà farmi l'uomo?' ci ricorda l'Apostolo delle genti. Il potere, quello vero, quello che si esercita sugli uomini e non sulle cose ha il denaro per comprare, costruire, inventare, distruggere e uccidere ma cosa può contro l'arte, la bellezza, la verità? Poco, molto poco. Cosa può la bellezza? 'Vi invito a rifletterci tutti insieme. E ad avere chiara la consapevolezza che solo chi insegna con passione può aspettarsi che i suoi alunni apprendano con piacere. Solo chi si lascia abbagliare dalla bellezza può insegnare ai ragazzi a contemplarla. Solo chi crede nelle verità che insegna può chiedere interpretazioni veraci. Solo chi vive nel bene – che è giustizia, pazienza, rispetto per le differenze nel modo di insegnare – può aspirare a modellare i cuori delle persone che gli sono affidate. L'incontro con la bellezza, il bene, la verità da pienezza e produce già di per sé una certa estasi. Ciò che affascina ci espropria e ci rapisce. La verità incontrata in questo modo – o che, per meglio dire, viene incontro a noi – ci rende liberi (Jorge Mario Bergoglio, Francesco La bellezza educherà il mondo Bologna, 2014 pag. 33).

Penso che chi decide di impegnarsi in una lotta titanica, novello Davide armato della misera fionda di dati, funzioni, curve e asintoti, debba essere terribilmente convinto di quello che fa, amare la giustizia o essere così impregnato di bellezza da non poterla escludere dalla sua vita. I mussulmani recitano i 99 nomi di Allah, il centesimo sarà rivelato solo alla fine dei tempi. Ho fatto una ricerca molto tempo fa e, salvo errori, tra i nomi non esiste 'bellezza'. Mi piace immaginare che il nome nascosto sia bellezza, quella percezione di infinito e di perfezione che ricerchiamo e che un giorno, alfine, vedremo, udiremo, sentiremo. 'Qui sono fioriti degli stupendi giaggioli, ce ne sono molti e testimoniano dell'inesattezza della teoria secondo la quale il blu è un colore freddo. Solo l'azzurro è freddo. Nel mio lavoro con le perline ho potuto fare molte esperienze pratiche sulla teoria dei colori e dei rapporti tra le tonalità cromatiche ... ora ho molte più certezze in numerose questioni di estetica. Ci si rende conto del significato dell'antico adagio non multa, sed multum'. È un brano di una lettera scritta da Ruzena Vackova dal carcere di Pardubice, ove visse 16 anni, offrendo, nelle brevi pause dei lavori forzati, le sue conoscenze alle altre detenute, anche comuni, ella infatti insegnava archeologia classica ma aveva difeso i suoi studenti che avevano protestato contro il regime filosovietico (Vive come l'erba, Milano 2015), e poi era dichiaratamente cattolica, per questo doveva essere punita. Si legge nella sua sentenza di condanna: ha cercato ogni occasione per spingere i giovani verso la politica vaticana, ispirando loro idee contrarie al nostro regime statale, ha formato i giovani all'avversione e all'odio verso la repubblica popolare-democratica e li ha conquistati alla politica vaticana, novella Socrate.

E qui sorge un'altra riflessione. Non so chi ha seriamente approfondito quanto viene trasmesso ai bambini e ai fanciulli dai progetti gender che entrano nelle scuole, progetti contro i quali nulla si può dire, contestare o discutere, diretti a convincere i piccoli che possono decidere quello che vogliono essere, non pompiere, infermiera, maestra, calciatore o ingegnere, ma pangender, MTF, two-spirit o un'altra delle 56 tipologie sessuali previste da Facebook. Dietro il paravento del bullismo o dell'omofobia si annida un quadro inquietante che ricorda moltissimo l'indottrinamento sovietico. Non è solo quello che si va dicendo che è preoccupante piuttosto la modalità di trasmissione, di manipolazione, di compressione della libertà educativa del corpo insegnate e delle famiglie. Tale ideologia, perché difficilmente può darsene una diversa definizione, è in evidente contrasto con il principio di realtà: ciò che è rappresentato, non è più ciò che è gradevole, ma ciò che è reale, anche se dovesse essere sgradevole (S. Freud, Precisazioni sui due principi dell'accadere psichico, 1911, OPERE, Vol. 6). Prendere atto della realtà è il primo passo della crescita umana, la consapevolezza dell'essere e, quindi, la possibilità di assumere delle decisioni in libertà. E qui sta il punto: se resto avulso dalla realtà, se vivo in un mondo artificiale e illusorio, non sarò in grado di comprendere e conseguentemente di agire in modo consapevole (https://www.youtube.com/watch?v=Sz9rJowh0pY).

E' più chiaro ora perché si voglia allontanare dalla realtà, un uomo o una donna privi di identità, indeboliti nella loro essenza originaria, soli, privati di legali sociali e familiari, sono portati ad accettare una parvenza di vita che li faccia soffrire meno, non pensare, non cercare, non costruire, rinunciare in una parola a vivere.

'E' importante che impariate a usare adeguatamente i significati, ad osservare bene per vedere in modo veramente chiaro e semplice attorno a voi, senza la forzatura di costruzioni mentali. La disgrazia di questo mondo sta proprio nell'istruzione parziale e nel mancato uso di una ragione sana. È la costruzione sulla costruzione, sono le illazioni che nascono da premesse ingannevoli, a loro volta basate su opinioni non verificate o scientificamente superate. Lo stesso concetto di visione del mondo scientifica è fondamentalmente priva di significato. Dal punto di vista logico è una falsità, un proton pseudos, perché ogni conoscenza razionale, positivamente scientifica è in continuo sviluppo. Certo saprete già che nelle scienze naturali, che sono le più positive, per esempio in fisica e in matematica, le cosiddette verità classiche sono vere solo da un certo punto di vista. È nel pensiero, così come nella vita spirituale dell'uomo, che vale la legge della rivoluzione permanente, altrove invece no. La conoscenza si stratifica sulla conoscenza, la conclusione si concatena alla conclusione, ed è stupendo, è bella questa continua scoperta dell'ordine dell'essere, questo spingersi verso la verità in tutte le pieghe dell'esistenza, ma non da quell'unico punto certo di evidenza al quale l'uomo aspira (Ruzena Vackova, La mia università carceraria, in Vive come l'erba, Milano 2015).

Ecco che affiora la questione scientifica, la scienza, anch'essa idolo impersonale, come l'economia, termini evocativi di luoghi quasi fossero celle del tempio ove si svolgono i rituali per ingraziarsi la benevolenza della dea o del dio, o misteriosi concetti, incomprensibili per i comuni mortali, volutamente semplificati nel linguaggio ma non nella possibilità di comprenderli. La scienza capace di sciogliere qualsiasi nodo e qualsiasi problema. La scienza che si sottrae a contestazioni, dialogo, confronto e soprattutto a qualsiasi principio etico.

Un'altra questione che mi sembrava necessario trovasse collocazione nell'immenso puzzle che stavo via via costruendo era l'aperta venerazione per l'evoluzionismo e, di conseguenza, per la selezione naturale della specie. Anche qui una sorta di formicolio per quella greve forma di derisione per coloro che hanno fede da parte della scienza mi assaliva: come affermare che Pascal, visto che era divenuto cattolico pur essendo un fine scienziato non poteva che essere impazzito a seguito di un incidente di carrozza. (Oddifreddi: La caduta da cavallo e la caduta di stile Maria Rita Mottola http://www.personaedanno.it/generalita-varie/odifreddi-la-caduta-da-cavallo-e-la-caduta-di-stile-maria-rita-mottola).

I ragionamenti proposti dall'illustre professore torinese di scientifico avevano ben poco, se per scientifico si intende la possibilità di confutazione. Mi pare che questo sia il principio fondamentale, provare, sperimentare e confutare. E quindi anche qui ho cercato e ovviamente ho trovato risposta. Molto semplicemente questa congrega di scienziati basa le proprie critiche al pensiero filosofico e teologico sulla teoria dell'evoluzione di Darwin e, dunque, sulla più fallace e meno scientifica delle affermazioni pseudo scientifiche degli ultimi duecento anni.

'L'evoluzionismo praticamente si identifica nel selezionismo, nella teoria della selezione, tanto che gli ortodossi tra gli evoluzionisti vengono chiamati i 'panselezionisti', cioè tutto si spiega con la selezione. Ora, questo panselezionismo è veramente una teoria infantile. Io vi debbo confessare che ho combattuto l'evoluzionismo da quanto era ragazzo ... no da quando ero in cattedra, perché se io avessi combattuto l'evoluzionismo prima di andare in cattedra, in cattedra non ci sarei andato. Comunque, sono passati quasi cinquant'anni e la difficoltà che io ho sempre trovato nel combattere l'evoluzionismo, è che è una teoria così banale, così stupida, che è difficile combatterla. Una teoria che dice ' tutto viene dalla mutazione e dalla selezione' lascia sconcertati. Tra l'altro ha un contenuto scientifico praticamente nullo. Questo è già stato osservato da moltissimi che dire che il miglioramento si ha per la sopravvivenza dei più adatti, ma non avere altra definizione dei più adatti che non come coloro che sopravvivono meglio, è a dir poco una tautologia, non è scienza. Qual è il difetto della nostra tautologia? Non tanto la povertà logica, quanto l'impossibilità di verificare, perché io non posso venire con un organismo e dire: 'questo qui benché non adatto è ancora qui presente'. Non lo posso dire perché se è presente è adatto per definizione, quindi in fondo è una teoria che rigira su se stessa. Questo è stato detto molto bene da Popper, che dice – questo è molto noto – 'mentre la teoria di Lamarck non soltanto è confutabile, ma è stata effettivamente confutata perché il tipo di adattamenti richiesti che Lamarck teorizzò non è ereditario, non è affatto chiaro che cosa potremmo considerare come possibile confutazione della teoria della selezione naturale' (Giuseppe Sermonti professore emerito di genetica all'Università di Perugia La natura: da luminoso progetto soprannaturale a prodotto di cieche sopraffazioni in La cospirazione cristiana nella tirannia della scienza e della tecnica Firenze, 2015, pag. 48-49).

Ma ciò che è utile non è confutare una teoria inconfutabile perché non è un teoria scientifica ma nel chiedersi perché mai il mondo scientifico non la metta neppure in discussione anche per il semplice piacere della ricerca, vero motore della scienza. Non si può discutere l'evoluzionismo perché in caso contrario non si ottiene la cattedra e quindi per giustificare se stessi gli illustri soloni ne hanno fatto un Moloch, dio desideroso di vittime sacrificali o piuttosto un Golem, mostro di fango che un banale temporale disperderà nel nulla o un bambino che riportando tutti alla realtà non riuscirà a tacere e urlerà la sua nudità.

La risposta potrebbe essere semplice. L'evoluzionismo non può essere criticato perché conduce con sé due aspetti molto interessanti: da un lato fornisce false giustificazioni alla lotta contro il Creatore ingaggiata tempo fa dalla scienza e dal potere, dall'altro consente di giustificare un altro evoluzionismo quello economico che porta al dominio del mercato o meglio della selezione naturale dei poveri operata dai ricchi.

'Mai nella storia, per quanto ne sappiamo, c'è stato un tentativo così determinato, riccamente sovvenzionato, politicamente organizzato, di persuadere il genere umano che tutto il progresso, tutta la prosperità, tutta la salvezza individuale e sociale dipende da un conflitto indiscriminato per il cibo e il denaro, dalla soppressione, dall'eliminazione del debole da parte del forte, dal libero commercio, dal libero contratto, dalla libera competizione, dalla libertà naturale, dal laisser-faire, in breve dall'abbattere il nostro simile, impunemente'. Così descriveva i tempi moderni George Bernard Shaw.

Ora il cerchio si sta chiudendo o meglio la linea spezzata unisce tutti i puntini: chi va dicendo che siamo tornati al Medioevo con una cultura mercantilistica dice una cosa errata. In quell'epoca 'la caritas rappresenta un legame sociale fondamentale tra gli uomini, e tra loro e Dio. Tommaso d'Acquino l'ha più volte ribadito: 'la carità è la madre di tutte le virtù nella misura in cui informa tutte le virtù' (Summa teologica, 1-2 q. 62, a.4). Di che tipo di economia stiamo parlando? Anita Guerreau-Jalabert illustra in modo chiaro e convincente che si tratta di una forma di economia del dono; nel modello sociale del cristianesimo 'il dono per eccellenza è l'amore di Dio per l'Uomo, che fa germogliare nei cuori la carità. Non sorprende, quindi che per lei, come anch'io ho cercato di dimostrare, l'atto che nel Medioevo sopra ogni altro giustifica l'impiego del denaro è l'elemosina. Dal momento che di norma la Chiesa a gestire e distribuire le elemosine, anche rispetto al denaro ritroviamo la centralità della Chiesa nel funzionamento della società medievale. La diffusione della moneta è dunque da considerare innanzitutto come estensione del dono'.  Seguendo lo storico francese possiamo concludere che anche ripercorrendo la teoria del prezzo scopriamo che il prezzo deve essere giusto e per essere giusto deve essere vincolato al luogo ove è applicato, costante e svincolato (che poi è caratteristica contraria alla teoria del libero mercato di scambio) e sempre in rapporto costante con la caritas fondata sulla justitia' (Jasques Le Goff  "Lo sterco del diavolo", Bari, 2010). La religione che impregna tutto il lungo periodo medievale fa del denaro uno strumento per accumulare tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano (MT, 5, 20), fa della caritas, espressione dell'amore di Dio, la ragione che guida le azioni e il dono è lo strumento per attuarla' (Maria Rita Mottola Grexit, scelte economiche: cultura dello scarto? http://www.personaedanno.it/index.php?option=com_content&view=article&id=47377&catid=184).

Ora dire che l'economia mercantilistica nasce nel Medioevo è del tutto fuorviante e impedisce, come abbiamo già più volte sottolineato una corretta lettura della storia con quello che ne consegue. Ma impedisce anche di accettare quanto la cultura cattolica può offrire.

'L'etica, e molto concretamente l'etica cristiana, ha qualcosa da dire al mondo dell'economia? La domanda non avrebbe avuto senso nel XVI secolo. I teologi moralisti dell'epoca (tra i quali Francisco de Vitoria), che si occupano delle questioni che poneva il capitalismo nascente (a volte lo si chiama capitalismo mercantile), si sarebbero sorpresi e avrebbero detto che la risposta è ovviamente affermativa. Tuttavia nei classici dell'economia del XVIII secolo troviamo preoccupazioni di ordine filosofico ed etico di fronte al nuovo campo che vanno esplorando. A poco a poco, però, la disciplina nascente tende a conformarsi al modello e alla razionalità delle scienze naturali e incomincia a rivendicare la sua autonomia rispetto alla politica. Pretende persino di sostituirla. Dopo tutto è sul terreno economico che, si pensa, si gioca la parte decisiva per la vita nella società. Se consideriamo la situazione del mondo politico intorno a questo tema, dobbiamo convenire che agli occhi della maggior parte dei cittadini è così. La politica diventa sempre più uno scenario in cui succedono cose senza importanza. Da qui il suo crescente discredito nel mondo di oggi, compresi America Latina e Caraibi. Ma c'è di più: l'economia moderna sfida le norme morali ammesse comunemente e non solo nei circoli che possiamo chiamare tradizionali. L'invidia, l'egoismo, la cupidigia diventano motori dell'economia: la solidarietà. La preoccupazione per i più poveri sono viste, a contrario, come intralci alla crescita economica, controproducenti per raggiungere una situazione di benessere della quale tutti possano in giorno beneficiare (G. Gutierrez Dove dormiranno i poveri?  In Dalla parte dei poveri, Emi, 2013).

Continua il teologo peruviano: J.M. Keynes in un testo del 1928-30, affermava con raccapricciante lucidità: 'quando l'accumulazione non avrà tanta importanza sociale (...) potremo liberarci di molti dei principi pseudomorali che ci hanno superstiziosamente angosciati per duecento anni (...) l'amore per il denaro come possesso sarà riconosciuto come ciò che realmente è: qualcosa di morboso e detestabile'.

Che sia giunto il momento?

Contrariamente a quanto si possa pensare nella Chiesa da lungo tempo si cerca di approfondire la questione economica. Esempio chiaro è la teologia della liberazione che, purtroppo, è stata tacciata, impropriamente, di marxismo e di vicinanza con i movimenti rivoluzionari. In realtà si tratta di quella attenzione per ' i segni dei tempi' dai quali non può prescindere la lettura del Vangelo. Il momento che viviamo è definito 'con il termine, un po' barbaro, di globalizzazione. La situazione così designata, come sappiamo, viene dal mondo dell'informazione ma ha potenti ripercussioni sul terreno economico e sociale, in altri ambiti dell'attività umana. Tuttavia, la parola è ingannevole perché fa credere che ci orientiamo verso un mondo unico, quando in realtà, e nel momento attuale, comporta ineluttabilmente una contropartita: l'esclusione di una parte dell'umanità dal circuito economico e dai cosiddetti benefici della civiltà contemporanea. Un'asimmetria che diviene sempre più pronunciata. Milioni di persone vengono così trasformate in oggetti inutili, o gettabili dopo l'uso. Si tratta di coloro che sono rimasti fuori dall'ambito della conoscenza, elemento decisivo dell'economia dei nostri giorni e l'asse più importante di accumulazione di capitale. Va notato che questa polarizzazione è conseguenza della maniera in cui stiamo vivendo oggi la globalizzazione, la quale costituisce un fatto che non necessariamente deve prendere l'odierna piega di una crescente diseguaglianza. E, lo sappiamo, senza uguaglianza non c'è giustizia. Lo sappiamo ma il problema assume oggi un'urgenza sempre maggiore. Il neoliberismo economico postula un mercato senza limiti, chiamato a regolarsi da solo, e sottopone qualunque solidarietà sociale in questo campo a dura critica, accusandola non solo di essere inefficacie nei confronti della povertà, ma addirittura di esserne una delle cause (G. Guttierrez Situazione e compiti della teologia della liberazione, già in Paginas 161 febbraio 2000, ora in Dalla parte dei poveri, Emi, 2013).

Dove risiede la differenza tra un'idea di mondo da realizzare e un'ideologia da proteggere e preservare a tutti i costi? L'ideologia corrente che unisce una visione economica del mondo e dell'uomo distruttiva e svilente non ha riscontro con la realtà, si limita a propalare frasi sconnesse mistificatorie e propagandistiche, impedendo una visione obiettiva e pragmatica della realtà. È in questo contesto che si annidano i soloni della cultura, della libertà a tutti i costi, del gender, del dissolvimento dell'essenza dell'uomo, essi sono personaggi tetri e infelici che vorrebbero trascinare nel loro abisso vuoto e buio tutti noi, figli della luce. Così cercano di imbrigliare la voce più tuonante di oggi che raggiunge i quattro punti cardinali.

Troppo spesso si sente parlare di Papa Francesco come di un modernissimo 'rottamatore', nulla di più fallace e fuorviante. Sarà strumentale una tale limitatezza nel giudizio? Egli non fa altro che trasmettere da buon comunicatore quello che nella Chiesa si dibatte da anni, Egli stesso ne cita spesso le fonti e coloro che prima di Lui hanno manifestato i medesimi, non uguali, pensieri e sentire. Del resto tutto è scritto se sapessimo leggere.

Ma sappiamo leggere veramente le scritture? 'Nel Mondo ci saranno sempre gli afflitti e i miti: avremo sempre bisogno di coloro che desiderano la giustizia, dei misericordiosi, di coloro che agiscono con intenzioni pure e di coloro che anelano alla pace. Ma se o quanto il mondo fosse organizzato in accordo con i principi radicati nella vita di coloro che Gesù chiama 'beati', non avremo più i perseguitati e i disprezzati, né i persecutori e i tiranni. Il programma politico gesuista è quindi organizzato intorno al perseguimento della giustizia da parte di coloro che ne hanno la possibilità – a rischio della loro stessa vita – in nome di un mondo nel quale i disprezzati (inclusi loro stessi, qualora perseguitati) siano finalmente considerati in tutto e per tutto essere umani. Ma quindi in che modo Gesù prevede che i miti erediteranno la terra? La erediteranno perché la categoria di coloro che in passato detenevano il potere verrà meno. Essi cambieranno idea riguardo alla salvaguardia dei propri privilegi a spese altrui, e il mondo sarà l'eredità che lasceranno ai miti (Tod Lindberg Gli insegnamenti politici di Gesù Roma 2009 pag. 36).

Le scritture non promettono un mondo ultraterreno ma un mondo nuovo e una vita nuova, qui sulla terra, ed è qui che gli uomini di buona volontà debbono operare, non per il bene proprio ma per quei miti e diseredati che sono destinati a vestire l'abito da sposalizio e a occupare il posto d'onore. Solo così, come è già accaduto duemila anni orsono: Misericordia e verità s'incontreranno, giustizia e pace si baceranno. La verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo (Salmi, 85, 11-12).



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