Legislazione e Giurisprudenza, Danno esistenziale -  Redazione P&D - 2013-07-27

DEQUALIFICAZIONE: DANNO ESISTENZIALE, ONERE DI MOTIVAZIONE - TAR Milano 1905/2013

T.A.R. Milano, sez. IV, 18/7/2013, n. 1905, pres. Giordano, est. Quadri, ha rigettato il ricorso con cui un medico aveva chiesto la condanna dell'Università degli Studi al risarcimento del danno derivante dalla mancata valutazione della sua candidatura a ricoprire il posto di primario.

La lesione che l'interessato lamenta consiste - premette il Tar - in un danno alla propria professionalità derivante da cosiddetta "dequalificazione". Sul tema, ha osservato il TAR, "la giurisprudenza giuslavoristica consolidata della Suprema Corte di Cassazione ha ripetutamente statuito che "in tema di risarcimento del danno non patrimoniale derivante da demansionamento e dequalificazione, il riconoscimento del diritto del lavoratore al risarcimento del danno professionale, biologico o esistenziale, non ricorre automaticamente in tutti i casi di inadempimento datoriale e non può prescindere da una specifica allegazione, nel ricorso introduttivo del giudizio, dell'esistenza di un pregiudizio (di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente accertabile) provocato sul fare reddituale del soggetto, che alteri le sue abitudini e gli assetti relazionali propri, inducendolo a scelte di vita diverse quanto all'espressione e realizzazione della sua personalità nel mondo esterno. Tale pregiudizio non si pone quale conseguenza automatica di ogni comportamento illegittimo rientrante nella suindicata categoria, cosicché non è sufficiente dimostrare la mera potenzialità lesiva della condotta datoriale, incombendo sul lavoratore non solo di allegare il demansionamento, ma anche di fornire la prova, ex art. 2697 c.c., del danno non patrimoniale e del nesso di causalità con l'inadempimento datoriale" (cfr., fra le tante, Cass. civ., Sez. lavoro, 3 giugno 2013, n. 13918, 17 maggio 2013, n. 12092, 14 maggio 2013, n. 11527, 17 settembre 2010, n. 19785, 19 dicembre 2008 n. 29832, nonché Cass., S.U., 11 novembre 2008, n. 26972). Né il mero richiamo alla potenzialità lesiva del comportamento datoriale, senza alcuna specifica deduzione circa gli elementi fattuali del concretizzarsi di tale danno, può costituire idonea allegazione ai fini di cui trattasi.

Per la succitata giurisprudenza consolidata, infatti, deve essere preciso onere del lavoratore quello di allegare e provare gli elementi fattuali dai quali poter ricavare con ragionevole certezza il danno subito per il lamentato demansionamento, non potendo il medesimo limitarsi ad allegare l'ipotetica difficoltà a svolgere la propria prestazione lavorativa, con la conseguenza che non è possibile porre a fondamento dell'accoglimento della domanda risarcitoria circostanze non indicate dal lavoratore.

Nelle suddette pronunce riveste, dunque, notevole rilievo l'onere di motivazione da parte dell'interessato in ordine all'indicazione del concreto e rilevante pregiudizio alla professionalità che il medesimo avrebbe subito in ragione del comportamento del datore di lavoro. La giurisprudenza della Cassazione richiede, quindi, che il danno professionale debba essere rigorosamente dimostrato e provato in tutte le sue componenti. Secondo i principi fissati da tale orientamento in materia, dunque, il pregiudizio non si pone come conseguenza automatica di ogni comportamento illegittimo del datore di lavoro, per cui non è sufficiente dimostrare la mera potenzialità lesiva della condotta datoriale, incombendo sul lavoratore non solo di allegare la illegittimità della condotta datoriale ma anche di fornire la prova ex art. 2697 c.c., anche con presunzioni, del danno non patrimoniale e del nesso di causalità con detta condotta. Spetta quindi al ricorrente almeno allegare quali conseguenze sul piano degli affetti e della vita di relazione ha comportato il comportamento dell'amministrazione, ai fini della concreta utilizzazione delle presunzioni dalle quali partire, perché se ne possa rilevare il carattere di concordanza, univocità ecc, essenziale per ritenere raggiunta una prova sufficiente ad affermare la verificazione di un danno.

Mentre, infatti, il risarcimento del danno biologico è subordinato all'esistenza di una lesione dell'integrità psico-fisica medicalmente accertabile, il danno esistenziale (da intendere come ogni pregiudizio, di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente accertabile, provocato sul fare areddittuale del soggetto, che alteri le sue abitudini e gli assetti relazionali propri, inducendolo a scelte di vita diverse quanto all'espressione e realizzazione della sua personalità nel mondo esterno) va dimostrato in giudizio con tutti i mezzi consentiti dall'ordinamento, assumendo peraltro precipuo rilievo la prova per presunzioni, per cui dalla complessiva valutazione di precisi elementi dedotti (caratteristiche, durata, gravità, conoscibilità all'interno ed all'esterno del luogo di lavoro dell'operata dequalificazione, frustrazione di precisate e ragionevoli aspettative di progressione professionale, effetti negativi dispiegati nelle abitudini di vita del soggetto) si possa, attraverso un prudente apprezzamento, coerentemente risalire al fatto ignoto, ossia all'esistenza del danno (cfr., per tutte, Cass. Civ., 19 dicembre 2008, n. 29832)".

Nel caso in esame, secondo il tribunale, non pare ipotizzabile nessuna modifica in senso peggiorativo della sua qualità di vita, derivante dalla mancata possibilità di partecipare ad una procedura di mobilità per ricoprire il posto di primario. "In ogni caso, conclude il Tribunale, tale lesione, pur in ipotesi sussistente, non potrebbe mai superare un livello di tollerabilità tale da essere ritenuta, secondo i parametri stabiliti dalla succitata giurisprudenza civilistica, meritevole di tutela in un sistema che impone un grado minimo di tolleranza".



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