Changing Society, Intersezioni -  Redazione P&D - 2015-09-04

DIARIO 2 (diario di agosto) – Mauro BERNARDINI

"DIARIO 2 (diario di agosto)"  – Mauro BERNARDINI

Siamo ormai all"inizio di agosto e l"unico programma stabilito per le vacanze -ci vorranno pure delle vacanze, anche se questo mese non è il più adatto per viaggiare, e la città, di solito così assordata dal traffico, è finalmente vivibile- l"unico programma stabilito, si diceva, è una settimana sul lago di Garda, a Tignale, sull"alta sponda bresciana, per ragionare di Leopardi, di filosofia e di musica; ma in tutto sei giorni, dopo Ferragosto.

E prima, dove si va? In Italia, o in Grecia (si fa per dire), o a Parigi, e magari in Lorena, a Verdun, a visitare un po" meglio i campi della I guerra mondiale, nella terribile battaglia franco-tedesca del 1916, facendo seguito ad una prima visita del dicembre scorso, per forza di cose limitata?

A differenza di quella volta, però, nostro figlio minore, Marco, che lavora in Lussemburgo, là vicino, non ci aspetta; verrà infatti a trovarci direttamente a Bologna, con i mezzi pubblici.

Dunque un"altra meta. Siccome, alla fine delle fini, nella settimana sul Garda si parlerà anche di musica, perché non andare nella patria della musica, in Austria, a vedere qualche bella abbazia lungo il Danubio, come quella di Sankt Florian? Dove visse e lavorò, nel secondo ottocento, ad es., il compositore Anton Bruckner?

Mara e io, more solito , discutiamo. Come ha scritto lei, in una sua breve scheda bibliografica, "siamo dialetticamente sposati" da un bel pezzo e la dialettica non viene meno neanche in questa circostanza, anzi!

Lei va ad acquistare in libreria un guida aggiornata dell"Austria, quella della Lonely Planet, mentre io, molto meno intraprendente e più legato agli impegni domestici (professionali), ripiego su quella verde del Touring; l"abbiamo già in casa e, dopotutto, non è dell"anteguerra, ma "soltanto" del 2000.

Mara si avvantaggia nella lettura della sua guida e di Google. Ma alla fine arrivo anch"io. Parliamo, ci confrontiamo. Ci sono momenti di accordo, di disaccordo e quindi di frizione!

Ma poi ci concentriamo sul tratto del grande fiume a ovest (a monte) di Vienna, e, fortunosamente, individuiamo due luoghi, quali basi per le escursioni e per il pernottamento: Krems an der Donau e appunto (Markt) Sankt Florian.

Ci dividiamo i compiti. Provvedo io ad abbozzare un piano di viaggio, visto che sarò io a guidare la nostra auto, con la scansione dei giorni e delle mete. All"inizio due giorni per raggiungere Krems, otto giorni di mezzo, e alla fine un solo giorno per lasciare S. Florian, il mattino, e raggiungere, prima si sera, Tignale sul Garda; dove ci sarà la nostra settimana filosofico-artistica.

A questo punto è Mara che, on line, cerca alacremente gli alberghi nei due luoghi, mi sottopone alcune ipotesi e, infine – qualche momento di tensione - li prenota per via telematica. Che brava! Io forse sarei dovuto ricorrere al telefono e chissà quanto ci avrei messo!

Insomma, alla fine facciamo le valigie e partiamo, in macchina -la nostra piccola, scattante, nera automobile- da Via Castiglione deserta, salutati dai nostri figli: Marco, che nel frattempo è arrivato dal Lussemburgo, e il maggiore, Mattia, che vive con noi.

Incredibile, ci siamo riusciti! E" già qualcosa, speriamo che il viaggio vada bene; altrimenti la ricerca delle colpe sarà davvero "dialettica"!

Domenica 9 agosto

Oggi siamo alla prima meta, Krems an der Donau, una cittadina deliziosa della Bassa Austria, all"inizio della zona chiamata Wachau, ricca di colori, sapori e vini, non poi così lontana da Vienna. Eccoci a riposarci un po", dopo tante fatiche.

L"Austria è un paese diverso dal solito, per il verde del paesaggio, la pace dell"ambiente, la musica.

Ieri l"altro, nel pomeriggio, partiti da Bologna, appena passato il confine di Tarvisio ci eravamo fermati ad un tranquillo ed attrezzato motel (Raststaette), accessibile dall"autostrada, nei pressi di Arnoldstein, in Carinzia. Trovandoci nella pace e nel fresco delle Alpi Carniche, eravamo subito crollati sul letto e avevamo dormito profondamente, come non capitava da un pezzo.

La sera cena leggera – ragù di funghi, riso e patate – e poi di nuovo a dormire.

Ieri abbiamo viaggiato intensamente, in Carinzia, in Stiria, su su fino, appunto, alla Bassa Austria.

Verde e verde, nomi di paesi e città collegati a tante vicende e personaggi storici, fino a dopo Wiener Neustadt.

Poi siamo arrivati a Krems e l"abbiamo visitata di sera, dopo una lunga passeggiata pomeridiana attraverso i due luoghi ad essa collegati, Stein e Und.

Siamo entrati dalla porta di Stein (Steiner Tor), tutta illuminata e abbiamo ammirato il sito alto e importante, con un borgo fortificato e alcune bellissime chiese sul colle.

Stein, invece, in basso, proprio sulla riva del Danubio, benché molto suggestiva e, a sua volta, delimitata da due porte d"ingresso, come l"altra - specularmente, verso Krems. la Kremser Tor - ha l"aria piuttosto abbandonata; come certi nostri paesi di montagna.

Fra i due luoghi, ormai unificati in un abitato continuo e in un solo Comune, sta Und, un vialone di edifici regolari e moderni, non bello e non brutto; certo adatto, col suo nome, a sostenere un giuoco di parole, volto a dare più importanza all"insieme, già così singolare  per l"inedita vicinanza di due diverse cittadine; ciascuna con le sue porte e, un tempo, le sue mura e le sue autonomie municipali.

In tedesco, come si sa, "und" vuol dire "e". Sicché "Krems "e" Stein sono tre città" (non due! Krems "und" Stein sind drei Staedte).

Oggi è domenica e, nel mattino, andiamo a Messa nella chiesa di Sankt Veit (chiesa parrocchiale della città di Krems), semplice e maestosa, nel centro dell"abitato; subito sormontata, appena più a monte, con accesso anche da una caratteristica scalinata a piedi, coperta, da un altro edificio religioso, la Piaristenkirche .

A tratti è una messa cantata; da un tenore molto intonato e da risposte corali dei non pochi presenti. Cantata con particolare sentimento tanto che, forse perché il tedesco, per quanto lo si studi, ci è sempre un po" misterioso e quindi più suggestivo, sembra la continuazione diretta delle odi di Schiller e della musica di Bach e di Beethoven.

Pranzo zum goldenen Loewen , in definitiva non male, specie dopo che abbiamo deciso di spostarci all"interno del locale, molto meno caldo dei tavolini fuori, semplicemente riparati da tende da sole. Pregevole il dessert, costituito da Marillenknoedel , un insieme dolce/salato costituito da un"albicocca snocciolata al centro di una pasta particolare, fatta con pane grattugiato e patate.

Dopo il riposo pomeridiano – il caldo imperversa anche qui, come da noi, né più, né meno, ed è meglio ripararsi nelle ore più esposte – facciamo una passeggiata lungo il Danubio.

Da Krems/Stein, e dalla sua stazione fluviale – verrebbe da dire "marittima"! – che si trovano sulla riva sinistra, partono e passano molte crociere. Ci sono tante vere e proprie fermate lungo il verde e grande fiume; e transitano battelli e imbarcazioni quasi come in uno stretto marino.

Lo costeggiamo a piedi per tutto il tratto lungo Stein. Il fiume, grande e silenzioso, suscita in noi sentimenti del passato non facilmente distinguibili e ha, insieme, un sapore di novità e di cose ritrovate.

Subito dopo Stein c"è un ponte ad arcate di ferrro, carrabile, con a lato due passerelle pedonali pavimentate di legno. Da esso si vede, più a valle, un altro ponte di ferro, anch"esso a tre classiche, precise arcate. E" quello ferroviario e, tra l"uno e l"altro, sembra compreso un intero universo fluviale, a suo modo concluso e ben delimitato.

Sembra, ma non è, perché il Danubio è grande e, ad es., nel viaggio di arrivo, non abbiamo percorso né l"uno né (naturalmente) l"altro, ma un ponte diverso, ancora più a valle, senza arcate in ferro, sopraelevate, ma tutto aperto come una qualunque strada. Lo ritroveremo domani.

La sera ci fermiamo a Stein, entrando a piedi dalla porta occidentale o di Linz (Linzer Tor). E" una cittadina bellissima, benché in parte abbandonata; forse lo è proprio per la suggestione che crea questo abbandono.

Ci sono alcune magnifiche chiese, a lato della strada principale, allineate ad essa; e, come capita qui, una "sopra" (subito a monte del) l"altra : Sankt Nikolaus, la parrocchiale di città, scura e possente, con i banchi di legno, per i fedeli, antichi e artisticamente lavorati, e Frauenbergkirche, la chiesa di montagna della Madonna, appunto soprastante, col più alto campanile dell"abitato.

Quest"ultima ormai non è più chiesa, ma sacrario dei caduti delle due guerre mondiali, come, a Bologna, S.Stefano.

Ci sono alcune lapidi che ti colpiscono, come quella dedicata ai caduti di Stalingrado, ove si batté fino all"ultimo la VI armata tedesca; prima di arrendersi ai Russi a seguito del tragico mutamento del fronte, che la vide passare da assediante ad assediata, senza speranza di liberazione.

Stein ha pure alcune piazzette, molto significative, che si affacciano sulla strada rivierasca del Danubio, una farmacia e dei negozi (perlopiù chiusi).

Questa sera ci fermiamo a cenare nell"unico ristorantino austriaco aperto, poco più di un"osteria; in effetti il vino locale, della Wachau, bianco, non è male. Gli altri locali aperti sono solo un paio di ristoranti italiani- ma quelli vanno bene in Italia – ed uno indiano – peggio che andar di notte! -. Come si diceva, è un luogo suggestivo ed un po" abbandonato (dai suoi abitanti).

Lunedì 10 agosto

Oggi, dopo una sosta a Stein (nella farmacia, per acquistare un disinfettante cutaneo; momento di panico, come si dirà disinfettante in tedesco? Semplicemente Disinfektionsmittel suggerisce il nostro Langenscheidt tascabile), siamo andati a Goettweig, a circa 10 chilometri di distanza, aldilà del Danubio, sulla riva destra.

E" una magnifica abbazia (Stift) , posta su di un monte di 450 metri di altezza, fondata nel 1074 dal vescovo di Passau – città più a monte, ancora in Germania - , di nome Altmann, vissuto e poi sepolto sul posto e quindi fatto santo.

Ne ha viste di cose questo complesso - oggi luminoso e chiaro nelle sue linee settecentesche, ma, prima, evidentemente arroccato - in quasi un millennio, di storia; dall"avvicinarsi dei Turchi, all"avvento del nazismo e all"Anschluss – durante i quali ci furono, per l"abbazia e i monaci, restrizioni e difficoltà - all"occupazione postbellica.

Nei tempi antichi, dopo gli agostiniani, vengono i benedettini, che ci sono tuttora.

La chiesa abbaziale, dedicata alla Madonna, ha basi romaniche, ormai invisibili – qualcosa nella cripta – un"abside gotica, con altare barocco, e, un"ampia navata barocca; il classico stile austriaco, tardo barocco/rococò, ricco, sovrabbondante e allegro, tutto fregiato com"è di marmi rosa e di legni dorati, in un"atmosfera luminosa.

Se, durante la visita in tedesco - non comprensibile all"intero, pur condotta egregiamente da una volontaria benedettina, davvero dedita e simpatica, per noi due e una famiglia austriaca composta da nonna, figlio e nipote (che avranno capito tutto, beati loro !) -, ti volti a guardare l"interno della facciata – come ci consiglia la guida -, resti a bocca aperta a vedere l"organo e la cantoria. Un organo grande, articolato, triplo, in un tripudio di ori; ove, naturalmente, qualcuno sta suonando musica sinfonica (forse è per questo che non capisco tutto, mi dico, platealmente mentendo a me stesso).

Nel vasto palazzo abbaziale, invece, spicca l" appartamento per gli ospiti illustri, a cominciare dall"imperatore, che poteva sempre arrivare in visita – praticamente una reggia, non a caso detta Kaisertrakt - ; e, prima ancora, la Kaiserstiege , la scala imperiale che, con gradini larghi, comodi e ritmati riempie un intero, immenso vano, dal soffitto magnificamente affrescato (da Paul Troger).

E" un"opera settecentesca, ma di sapore classico/rinascimentale, ove al centro si colloca, in veste di Apollo, l"imperatore Carlo VI (secondo di Asburgo, il primo Carlo dopo Carlo V, quello sui cui domini non tramontava mai il sole, primo di Asburgo). Da una parte c"è  un gruppetto di Muse. Una di loro è Maria Teresa, figlia di Carlo VI, l"ultima degli Asburgo veri e propri, poi continuati, come si sa, come Asburgo-Lorena.

In realtà Carlo VI, che aveva commissionato il tutto, non ci venne mai; Maria Teresa si limitò ad una visita ; così pure fece Napoleone, ubiquo e ambiguo imperatore (dei francesi o anche, in pectore, del Sacro Romano Impero?).

Martedì 11 agosto

In questo giorno, sempre restando sul corso del Danubio, visitiamo Duernstein e Melk.

Il primo è un paesino medioevale, di mille abitanti, ancora in parte racchiuso da  mura, a meno di 10 chilometri da Krems, pure sulla riva sinistra. Vi si accede a piedi, in mezzo ad una pista ciclabile.

Tutto ricorda il Medio Evo e in particolare l"evento su cui questo centro ha costruito la sua fortuna – di fama e di turismo – per l"ultimo millennio e chissà per quanto tempo ancora : la cattura di Riccardo Cuor di Leone, re d"Inghilterra, nel 1193, da parte di Leopoldo VI di Babenberg, il signore (margravio) della Ostmark, appartenente alla famiglia, i Babenberg appunto, che ha preceduto gli Asburgo nei domini austriaci.

Riccardo, reduce dalle crociate, viaggiava incautamente in incognito. Naturalmente fu subito riconosciuto e imprigionato, nel castello di cui si vedono tuttora le rovine, sopra il paese.

C"era infatti un mandante illustre dell"arresto, l"imperatore Enrico VI di Svevia, figlio e successore del Barbarossa, che voleva così affermare l"autorità universale dell"Impero, al di sopra di quella dei re; come ci insegnava il vecchio Prof. De Vergottini, illustre storico del diritto (medioevale) italiano, specialista di Federico II, figlio di Enrico VI.

Forse l"imperatore e il suo vassallo volevano anche concludere un buon affare. Riccardo non era, fra i re, l"ultimo venuto. Era figlio di Enrico II Plantageneto, discendente dei Normanni, signore d"Inghilterra e di mezza Francia. Quello stesso Enrico, per intenderci, che commissionò l"uccisione dell"Arcivescovo Thomas Becket nella cattedrale di Canterbury, da cui fu tratto il dramma "Assassinio nella cattedrale", di Eliot, e poi, nel 1964, dopo un"altra mediazione letteraria (Anouilh), il film "Becket e il suo re" ; interpretato in modo indimenticabile da Peter O" Toole nella parte di Enrico e da Richard Burton in quella dell"Arcivescovo Becket, assassinato dai sicari del re.

Perfino il fratello di Riccardo, Giovanni – Giovanni Senzaterra, ben noto per le vicende di Robin Hood, oltre che per l"emanazione della Magna Charta – fu un sovrano importante.

Dunque la cattura di Riccardo Cuor di Leone si poteva tradurre in liberazione, contro congruo riscatto. Che, dopo lunga trattativa, cui si adoprò pure il menestrello di Riccardo, Blondel, fu regolarmente pagato nella (non lieve) misura di 35.000 chili di argento; con una parte dei quali si poté addirittura finanziare la costruzione di una nuova città, ancor oggi esistente (Wiener Neustadt) !

Molto peggio, invece, mezzo secolo dopo, andò a Re Enzo, figlio dell"Imperatore Federico II di Svevia (a sua volta figlio di Enrico VI, quello stesso di Riccardo) preso prigioniero dai miei concittadini bolognesi nel 1249.

Nell"ambito delle lotte tra Bologna e Modena, schierate rispettivamente con Guelfi e Ghibellini, alla Fossalta, vicino a Modena, favoriti da un gioco di avanguardie, i bolognesi riuscirono a portare il grosso dell"esercito ed ebbero la meglio. Catturarono il re e, a differenza dei più pragmatici austriaci, ritennero sempre che il privilegio, di avere prigioniero il figlio dell"Imperatore, fosse più importante di qualunque riscatto.

Re Enzo morì in prigionia, per quanto "dorata", nel Palazzo che tuttora, a Bologna, porta il suo nome (solite ingiustizie della vita !).

A Duernstein, invece, come possono vedere, tra gli altri, numerosi turisti inglesi, perfettamente inquadrati in visite organizzate, alberghi e ristoranti si intitolano a Richard Loewenherz – versione tedesca di Richard the Lionheart, Riccardo Cuor di Leone – e al suo menestrello Blondel – Saenger Blondel – che tanto si adoprò per la sua liberazione.

Pare quasi che la cattura di Riccardo sia avvenuta ieri; da un"immagine a lato, abilmente ricostruita, suo padre Enrico II Plantageneto, occhieggia beffardamente riflettendo sulle imprudenze del figlio.

Chissà se questi, prigioniero nel castello, riusciva a vederla dall"alto, ma Duernstein, fa un po" sognare; con la sua posizione su una splendida ansa del Danubio, che i visitatori possono oggi ammirare dalla terrazza della chiesa principale, agostiniana (la Stiftskirche), dopo avere percorso alcuni corridoi costruiti a meandro dove è illustrata in pannelli la storia di S.Agostino. Il Danubio verde, vastissimo e sinuoso, che sembra fare tutt"uno con la storia dei secoli passati.

Appena arretrata dal grande fiume, sulla riva destra -  vicino ad un canale di scolmata realizzato negli anni trenta del secolo scorso, sovrappassato da suggestive passerelle metalliche -, si trova la celeberrima abbazia benedettina di Melk; fondata, su di un castello donato ai monaci dai Babenberg, nel 1089, un solo anno dopo l"inizio dell"Università di Bologna, che si vuole risalga al 1088.

Entrambe, direi, sono in ottima salute, dopo oltre 900 anni di vita, senza soluzione di continuità.

Anche Melk, come Goettweig, fu praticamente ricostruita nel "700, dopo un incendio, e, da allora, risplende di tutti i suoi tesori culturali; del suo barocco, dei suoi ori, particolarmente diffusi nella chiesa.

Vi si giunge dal latistante paesino, percorrendo una salita. Anche oggi fa un gran caldo e, sulla via del ritorno, lo combatteremo con un debito acquisto di frutta ad una bancarella sul bordo della strada, ben fornita di quella di stagione, a cominciare dalle Marillen ; cioè le albicocche (nella denominazione austriaca; nel resto del mondo tedesco si chiamano Aprikosen).

Giunti alla sommità dell"abitato, si entra nel complesso abbaziale vero e proprio. Si compie un suggestivo percorso che, dopo alcuni, vasti cortili, inizia, anche qui, con la scala imperiale, continua in bellissimi ambienti – la Kaisergang o galleria imperiale - ove sono ospitati quadri antichi, dipinti tuttavia alla maniera tedesca, un po" espressionista, nonché la famosa croce di Melk. Si prosegue con la stupenda biblioteca e si giunge infine nella chiesa, dedicata ai SS. Pietro e Paolo, ricchissima di marmi rosa, statue, cornici e riquadri; fastosa in ogni suo aspetto.

Il complesso sorge su uno sperone roccioso, alto 60 metri, che si stacca improvviso dal suolo, rivelando trattarsi di un"antica fortezza; che una funzione di difesa deve averla avuta anche in epoca successiva alla fondazione dell"abbazia, comunque fortificata, tra l"altro in opposizione alle invasioni dei Turchi, terminate solo alla fine del "600.

Dalla terrazza della chiesa si gode un magnifico panorama, appena offuscato dalla calura; il Danubio, però, non è esattamente in primo piano, ma più sullo sfondo.

Esaurita la visita, ritorno a Krems e cena "signorile" da Jell, un piacevole, caratteristico ristorante – proposto dalla Lonely Planet e certamente consigliabile - sull" Hoher Markt, appena sopra la chiesa parrocchiale.

Mara ed io, un po" provati dalla giornata, gustiamo delicate specialità di pesce. Le loro denominazioni, specie di cottura, a scanso di equivoci, le controlliamo diligentemente sul Langenscheidt tascabile; gebacken vuol dire fritto e, dopo tre piatti fritti di seguito, capitatici finora un po" distrattamente, vogliamo altro, arrostito o lesso: gebraten, gegrillt o gekocht . Poi ottimo vino bianco della Wachau e via andare, senza vocabolari. Ce lo siamo meritato.

Rincasiamo per la notte, salutando un simpatico gruppo di quattro cani Husky, probabilmente padre – che arrota un po" i denti -, madre, figlio, figlio più piccolo. Provenienti dalla Wiener Tor, si avviano sul colle, al guinzaglio del loro padrone. Manca solo la slitta !

Mercoledì 12 agosto

Trasferimento da Krems an der Donau ad Ansfelden, nell"Alta Austria, avamposto per vedere S. Florian, a meno di 10 chilometri di distanza.

Riprendiamo la stupenda valle del Danubio che percorriamo per tutta la lunghezza della strada costiera, la B 3, fino a Grein, dove poi la strada diverge dal fiume.

A sera arriveremo ad Ansfelden, o meglio alla sua frazione denominata Kremsdorf, dove abbiamo prenotato l"albergo, adiacente ad un altro fiume chiamato Krems, che qui è un nome ricorrente.

Sulla strada due deviazioni "di lusso", o meglio una in due puntate : Mariataferl e il castello di Artstetten.

La prima è una basilica dedicata alla Madonna, una cui "tavola", che la raffigurava, fu reperita nei tempi antichi sul posto; intorno ad essa nacque e si sviluppò il paese, oggi di circa 800 anime. Uno di quei paesi dell"Austria, con un paio di (buoni) alberghi e poco altro, in cui certo a nessuno prenderebbe l"esaurimento nervoso.

Abbiamo visitato la chiesa e l"ingenuo, rustico tesoro (Schatzkammer), popolato di argenti, di immaginette, di corone del rosario, soprattutto di sette tavole dedicati ad altrettanti dolori di Maria (die sieben Schmerzen), fino alla crocifissione di Gesù (V), la sua deposizione dalla croce(VI) e la sua sepoltura (VII).

Ci fa da guida discreta ed affabile, nei pochi metri quadrati della Schatzkammer, parlando un tedesco familiare e comprensibile, una Signora; la cui figlia, come ci dice, ha studiato a Bologna l"italiano, per un semestre. Lei stessa ha così visitato la nostra città, inclusa la nostra famosa "Taferl", quella della Madonna di S.Luca, posta sul monte della Guardia, nell"omonimo santuario.

Alla fine anche noi, seguendo il suo suggerimento, scriviamo su due fogli bianchi, con l"immagine della Madonna, i nostri desideri e li imbuchiamo nell"apposita urna di vetro, dove ce ne sono tanti altri; un po" come fanno gli ebrei a Gerusalemme, infilando i loro bigliettini negli interstizi del "muro del pianto" (cioè del muro occidentale, di sostruzione del tempio ricostruito da Erode e distrutto da Tito, unico avanzo dello stesso).

Subito dopo ci siamo recati in un luogo assai più drammatico, il castello di Artstetten.

Qui visse ed è sepolto l"Arciduca Francesco Ferdinando di Austria-Este, erede al trono (Thronfolger) dell"impero austro-ungarico, assassinato a Sarajevo nel 1914.

Rispetto all"imperatore regnante, Francesco Giuseppe, suo zio, egli era soltanto un nipote ex fratre, ma il primo non aveva più successori diretti perché il suo unico figlio maschio, Rodolfo, nato dal matrimonio con Sissi, perseguitato da un destino che pareva accanirsi contro tutti membri della famiglia, si era ucciso tragicamente a Mayerling nel 1889.

Francesco Ferdinando, quel fatale 28 giugno di un secolo fa, era in visita ufficiale appunto a Sarajevo, quando fu fatto oggetto di un attentato dapprima con bombe – fallito -. Poi vide, improvvisamente, presentarsi davanti alla sua automobile un giovane non ancora ventenne -lo studente serbo-bosniaco, "irredentista", Gavrilo Prinzip – il quale, da brevissima distanza, gli esplose contro alcune revolverate.

I colpi di pistola centrarono in pieno lui e sua moglie, Sofia Chotek, da lui amatissima e sposata dopo tante difficoltà e rinunce, stendendoli nel sangue.

Ciò che seguì lo sappiamo: una guerra mondiale, che finì per travolgere anche l"Italia e che dissolse la stessa Austria-Ungheria. Anche se, dopo oltre cent"anni, tutto ciò non è così facilmente, né razionalmente, spiegabile.

Nel castello ci sono tanti ricordi e fotografie: dello sfortunato Arciduca, dei membri della famiglia Asburgo-Lorena, dell"epoca in generale. Anche mobili e accessori, ad es. una piccola cabina di ascensore, di legno, con sedile, nonché una profonda, lussuosa, vasca da bagno, con acqua corrente calda e fredda.

Francesco Ferdinando, infatti, pur essendo percepito, per motivi dinastico-politici, come l"immagine vivente della tradizione conservatrice, di suo  amava la modernità, com"è evidente già dai capelli, spesso tagliati a "spazzola"; ma, soprattutto, dalla sua singolare vicenda d"amore e matrimoniale.

Quanto alle foto e alle immagini, ci sono anzitutto quelle di lui, con il suo caratteristico sguardo, nelle diverse età; da ultimo con i baffi e i capelli folti, già un po" grigi.

Ma ci sono anche quelle, pure significative, del padre Carlo Ludovico; un tipico uomo dell"ottocento, sovente in divisa militare e chepì, con una folta barba, alla fine completamente bianca, che si sposò ben tre volte  – il nostro era figlio del secondo matrimonio, quello con Maria Annunziata di Borbone e delle Due Sicilie (sorella unilaterale dell"ultimo re di Napoli, Francesco II di Borbone, detto "Franceschiello").

Il padre era  molto dedito al mecenatismo, assai più che alla politica, e partecipò a tutte le esposizioni universali del tempo, a cominciare da quella di Vienna del 1873 (se fosse vivo, vien da pensare, parteciperebbe di sicuro all"Expo di Milano, e noi gliene saremmo grati!).

Non mancano, naturalmente, tante fotografie e ricordi degli illustri zii, lo stesso Imperatore, Francesco Giuseppe, e Massimiliano, esperto di marina e infelice Imperatore del Messico, colà fucilato dagli insorti rivoluzionari di Benito (nome esemplare e fatale!) Juarez.

C"è anche qualche rara foto del "quartetto" dei fratelli; cioè dei membri della famiglia Asburgo-Lorena, della generazione precedente il nostro : i tre già detti, tutti a loro modo degni di memoria, specie i due imperatori, più Ludovico Vittorio, morto addirittura nel 1919 (ma quest"ultimo nessuno lo ricorda, essendo stato assai meno dotato degli altri).

Le immagini di Francesco Giuseppe, l"illustre zio-imperatore, cui Francesco Ferdinando doveva sopravvivere e che invece gli sopravvisse di due anni, sono tante e interessanti, con le loro didascalie in tedesco in cui, com"è evidente, egli è denominato Kaiser Franz Joseph.

Ma il nome originale, per contrasto, fa venire in mente a me e a Mara – ognuno ha la sua famiglia!- il linguaggio toscano, tra l"irriverente e il bonario, di mio padre, che lo chiamava semplicemente "Cecco Beppe". Forse perché aveva combattuto contro di lui, come ufficiale di artiglieria, nella prima guerra mondiale; e aveva indossato divise e mantelle, oltre che il classico chepì, molto simili a quelli suoi e, in generale, a quelli del nostro nemico in armi ("il nostro secolare nemico, l"austriaco", come con una certa enfasi, per quanto "politically correct" dal punto di vista risorgimentale, diceva, tanto tempo fa, il mio sussidiario della scuola elementare).

Nelle fotografie dell"epoca si vede dunque Cecco Beppe in occasioni civili, come pure militari, alle manovre.

Né mancano immagini e bozzetti della battaglia navale di Lissa, del 1866, per noi sfortunata, ma il contrario per gli austriaci, ove si vede l"affondamento della nostra ammiraglia "Re d"Italia", che si inabissa tristemente con la sua bandiera tricolore e lo scudo sabaudo.

Ci sono pure fotografie di nuovi modelli di navi da guerra. Nel 1905-6, infatti, viene allestita in Inghilterra la moderna corazzata monocalibro "Dreadnought" – letteralmente "(quella che non ha) paura (di) niente" - , che dette una forte spinta agli armamenti, anzitutto navali, e, replicata negli altri Paesi, inclusa Austria ed Italia, vide il suo nome proprio trasformarsi in nome comune, a designare le navi della sua classe.

Malgrado tutto risulta, proprio da queste immagini e figure, che la vita scorre, in qualche modo normale, fino al 1914. Di quell" annus horribilis è documentato il viaggio di Francesco Ferdinando a Sarajevo, prima per nave da Trieste (ancora austriaca) e poi per ferrovia in Bosnia. Le fotografie, quasi come in un film, arrivano fino a poco prima dell"attentato con la pistola ; ma di quest"ultimo niente, black out ! Ci sono solo disegni di fantasia, di alcuni giornali illustrati. Nessuno è riuscito a riprendere la scena dell"inaspettato massacro; a seguito del quale, già la sera dell"attentato, ci furono aspri scontri fra musulmani e serbi, che sfigurarono la città con cataste di arredi distrutti, queste sì di nuovo documentate. La "danza macabra" era già cominciata.

Insomma ad Artstetten, e nel suo museo aperto al pubblico, ove è pure presente, ma solo in copia fedele, ricostruita per il cinema, la famosa automobile scoperta dell"attentato, ci sono da passare alcune ore; grazie alla cortesia della attuale proprietaria, la principessa Anita von Hohenberg , una gentile signora, nella prima maturità, che, sulla copertina della guida, vi dà il benvenuto con un sorriso.

Ella è pronipote in linea retta di Francesco Ferdinando e di Sofia; la quale, pur di nobile famiglia ceca, non essendo di stirpe reale o assimilata, ebbe molte difficoltà per poter sposare, nel 1900, il suo grande amore, l" erede al trono. Di lui fu solo la moglie morganatica, senza diritti di successione, né per sé né per i figli, e senza diritto di sepoltura nella Kaisergruft, la cripta dei Cappuccini a Vienna. Diritti tutti cui rinunciò pure il marito, che dunque costituiva un singolare, non certo tradizionale, erede al trono.

Il giorno del suo matrimonio Sofia ricevette il titolo di principessa von Hohenberg e trasmise questo cognome ai tre figli avuti da Francesco Ferdinando: Sofia, Massimiliano ed Ernesto, nati all"inizio del novecento e rimasti ben presto orfani, sia di padre che di madre, a causa dell"attentato; tanto che di loro si dovette occupare  come tutore lo zio.

Fino al 1919 essi vissero nel castello di Konopischt in Boemia, che il padre aveva acquistato in precedenza, ma poi subirono esproprio ed esilio, prima in Cecoslovacchia poi nell"Austria nazificata. I due maschi furono anche internati in campo di concentramento, a Dachau.

Nonostante questa triste parentesi, Massimiliano, come del resto i suoi fratelli, poté sposarsi ed avere numerosi figli; dal primo dei quali, Franz von Hohenberg, è nata Anita, l"attuale proprietaria del recuperato castello di Altstetten.

I bisnonni, Francesco Ferdinando e la moglie Sofia, vi riposano nella cripta della chiesa,  la locale Gruft , sepolti in due tombe l"una vicina all"altra ; ben diverse da quelle, solenni, della Kaisergruft viennese, ma garbate e sobrie, come si conviene a due sposi, che si sono tanto amati da rinunciare alle prerogative dinastiche del loro stato ancor prima della grande guerra, quando questo non era certo nell"uso, e da incontrare insieme, senza timori, il loro tragico destino.

Giovedì 13 agosto

Oggi, partendo da Ansfelden, ci spostiamo agevolmente a S.Florian, che dista 10 chilometri, su una strada collinare bellissima, a tratti nel bosco fitto; al limitare del quale può capitare di vedere, come ci è capitato, anche un cerbiatto.

La strada interseca, in parte, l"Anton Bruckner Wanderweg, cioè il sentiero pedonale e campestre che unisce le due località, per così dire al suono – o meglio al ritmo e all"armonia - delle nove sinfonie di questo grande compositore tardo romantico. Sul sentiero ci sono infatti le corrispondenti "fermate"; arredate con cartelli ricchi di indicazioni su queste opere del Maestro (che uno potrebbe anche acquistare ed ascoltare per via).

Bruckner, che fu amico ed estimatore di Berlioz, Liszt e dello stesso Wagner, nacque ad Ansfelden – attraente la casa natale/museo – e nella vicina abbazia di S.Florian fu a lungo organista; tant"è che il grande strumento, posto dietro la facciata della chiesa, dal 1930 porta il suo nome; e lui stesso, come da espressa volontà testamentaria, è sepolto nella cripta (Gruft), proprio al di sotto di esso.

Dirimpetto alla sua tomba sta una ordinata raccolta – singolarmente suggestiva come memento mori – di 6.000 teschi ed ossa appartenute ad altrettante persone probabilmente in epoca romana. Qui infatti c"era una stazione dell"Impero e qui fu martirizzato, nel 304 della nostra era, Floriano, giovane ufficiale romano convertitosi al cristianesimo e non disposto a rinunziare alla sua nuova fede; gettato senza tanti complimenti nel fiume (Enns), con una macina legata al collo.

Lo stesso, o qualcosa di molto simile, avverrà, nell"aprile del 1945, ad una giovane madre ebrea, con in collo la sua bambina. Sfinita da una interminabile marcia della morte, caduta, e non più in grado di rialzarsi, fu uccisa all"istante da una SS della guardia, sotto gli occhi della figlia che piangeva disperatamente. Quindi, dal ponte, fu gettata nel fiume (Krems, affluente dell"Enns), in un punto vicinissimo al nostro albergo; in cui l"episodio è descritto con le parole, riportate su una targa commemorativa di metallo, tratte da una raccolta di materiali di Peter Kammerstaetter, del 1971, dal significativo titolo "Ciò che ancora non vogliamo credere".

Anche la chiesa e l"abbazia di S.Florian sono molto belle, suggestive e piene di ricordi storici.

Nell"abbazia davvero notevole, ad es., è la sala che ospita l" opera del pittore cinquecentesco Albrecht Altdorfer, con le tavole della passione di Cristo e del martirio di S.Sebastiano (Altdolfer Altar), già custodite nella chiesa ; tanto raffinate quanto potenti e in qualche modo "espressioniste".

Grandiosa la sala dei marmi (Marmorsaal), con affrescata sul soffitto, con particolare efficacia (da Bartolomeo Altomonte, pittore settecentesco, di padre napoletano, divenuto austriaco col nome di Hohenberg), la vittoria dell"imperatore Carlo VI sui Turchi.

Questi, che avevano costituito una costante minaccia, già in precedenza erano stati respinti dalle porte di Vienna assediata grazie all"aiuto dei polacchi, guidati dal loro re Jan Sobiesky (Giovanni III di Polonia), nella battaglia di Kahlenberg del 1683; cui prese parte, giovane ufficiale ventenne, anche Eugenio di Savoia.

Successivamente, progredito Eugenio nella carriera militare e sotto la sua guida – a ventiquattro anni era già Maresciallo dell"Impero – i Turchi furono ripetutamente sconfitti e cacciati da buona parte dei territori dell"Europa orientale, a cominciare dall"Ungheria e dalla Serbia. Eugenio – il Prinz Eugen, generalmente senza predicato di luogo o altro, dei paesi tedeschi – si trovò in particolare a collaborare con Carlo VI, asceso al trono imperiale nel 1711

Così, nella sala, alle pareti, ci sono due grandi ritratti con cornici, affrontati assolutamente alla pari, sia di Carlo VI, il padre di Maria Teresa, già ricordato, sia del principe Eugenio.

I ritratti di quest"ultimo non sono così diffusi da noi, nonostante egli abbia compiuto gesta memorabili anche in Italia; in specifico, unendo le sue forze, quelle dell"esercito imperiale, alle truppe del sovrano del Piemonte, il duca Vittorio Amedeo II di Savoia, suo cugino. Nella battaglia di Superga liberò infatti Torino dall"assedio dei francesi – l"assedio in cui Pietro Micca si fece saltare per aria con gli assedianti, nel 1706 – ed insieme al duca entrò trionfalmente nella città.

La visita dell"abbazia, guidata in tedesco e quindi bisognosa di grande attenzione, è stata allietata – verrebbe quasi da dire "alleggerita" – dalla partecipazione di alcuni concittadini bolognesi, che si è scoperto non solo abitare nel centro della nostra città, ma a poche centinaia di metri da casa nostra. Tra loro naturalmente un notaio ; non a caso Bologna è la patria di Rolandino de" Passeggeri e dell"Ars Notaria.

Per converso, la mattina alla prima colazione e la sera a cena, la giornata è stata allietata dalla conversazione con due simpatici coniugi franco- austriaci, residenti a Zurigo, ma qui in vacanza, ospiti dello stesso albergo, seduti al tavolo vicino al nostro, muniti di graziosa cagnolina : Alain, il francese, ed Eva, l"austriaca.

Ottima occasione per esercitarsi nel tedesco, sia per omaggio alla Signora – che, malgrado il passare degli anni, ha degli splendenti occhi blu, come anche Mara dice apertamente – sia per affrontare meglio la giornata, che richiede l"uso di questa lingua.

Eva infatti è garbata e gentile nel suggerire qualche vocabolo, nel propinare una  conclusione di frase (che può non venirti subito) e pure, senza parere, nel correggere alcuni errori.

Alain invece, da buon francese e quindi cugino nella latinità, è imbattibile nel tradurre, addirittura in italiano, quando la conversazione lo comporta, numeri e cifre, detti talvolta anche dai familiari di Eva, che risiedono a Linz; con ciò togliendoti da ogni imbarazzo e richiesta di ripetizione. Un conto è leggerli, un conto è sentirli, i numeri in tedesco, se capita che, magari senza alcuna cattiva volontà, siano un po" "sparati" a mitragliatrice.

Dimenticavo di dire che, nel pomeriggio, alle 15, 30, siamo ritornati nella chiesa, che avevamo già visto all"inizio, per sentire una suonata all"organo di musica dei compositori classici, tra cui Bach. Nella buona stagione, se ne fanno tutti i giorni e durano circa mezz"ora; chi c"è,c"è, e chi non c"è, non c"è.

Così, questa volta, ci troviamo in tre ascoltatori: un simpatico signore di Heidelberg che, come noi, si preoccupava di non tardare, Mara ed io. Insomma, musica e chiesa erano tutti per noi.

Abbiamo ascoltato in concentrato silenzio, godendoci la musica ed il suo magico espandersi nello spazio architettonico. Al termine abbiamo tributato all"esecutore, come meritava, applausi intensi, in piedi – sempre noi tre – ; di riscontro al suo affaccio dalla cantoria a ringraziare sentitamente – come se la chiesa fosse piena -.

Venerdì 14 agosto

Oggi è il giorno di Linz, posta nelle vicinanze, centro urbano piuttosto esteso (circa 200.000 abitanti), capoluogo dell"Alta Austria.

Ottimamente adagiata sulle due rive del Danubio, non ha molte attrattive dal punto di vista storico-artistico, essendo piuttosto una (interessante) città moderna.

Il caldo assurdo di questa estate – anche qui, in Austria, sempre ad almeno 36 gradi di massima- ci ha sconsigliato di visitarla meglio, aldilà della lunga e significativa Hauptplatz, la piazza centrale, col Duomo, il Municipio e altro ancora.

Tuttavia non abbiamo rinunciato a prendere il tram/trenino per la collina di Poestling, il Poestlingbergbahn, come ci avevano suggerito caldamente Alain ed Eva, raccomandandoci l"ampio panorama godibile da lassù.

Il tram parte ogni mezz"ora proprio dalla Hauptplatz e il suo viaggio, di circa 20 minuti complessivi, si svolge su una tramvia che, dopo un po", ha caratteristiche (quasi) di cremagliera. Si snoda dapprima nei quartieri urbani, ma poi sale in una verde collina, animata da case e villini e, soprattutto, da ogni tipo di essenza vegetale.

Il percorso è davvero bello, vario e interessante; compiuto su quella linea, poi, dà proprio l"idea di essere in vacanza.

Il tram  giunge infine alla vetta, lasciandoti in un parco verdissimo, il cui Rundgang (giro circolare, pedonale) evidenzia all"interno una struttura edilizia possente, probabilmente un antico forte, su cui la guida (cartacea) tace accuratamente.

Proprio sulla sommità non può mancare una bella chiesa bianca, con due campanili e le cupole rosse a cipolla – quella che, in lontananza, si vede anche dal basso -, dedicata a S.Giovanni Nepomuceno.

Il panorama, dal belvedere, è amplissimo, su tutta la città di Linz, il Danubio e dintorni, anche se caliginoso, per la grande calura (si sa, nella vita non tutto è limpido….).

Sabato 15 agosto

Siamo al giorno di Ferragosto -Feriae Augustae, alla latina, con riferimento all"Imperatore Romano, come avrà detto ancora S.Floriano -; festa cristiana dell"Assunta, nella nostra era.

Di buon"ora torniamo all"abbazia, poiché, data la ricorrenza, c"è in programma la Messa cantata - un solenne Pontificale - con musiche di Bruckner e, alla fine, anche di Bach.

Entriamo in chiesa un po" in anticipo. All"ingresso una gentile signora, sorridente, in costume regionale, fa omaggio a Mara di un mazzolino di fiori di campo, con una odorosissima menta. Ringraziamo, facciamo un"offerta e prendiamo posto.

Arrivano i fedeli, con la tempestività e la calma dei tedeschi, sia pure del sud.

Le donne, specialmente quelle meno giovani, indossano, a loro volta, il costume regionale; anche diversi uomini hanno la giacca grigia di loden, con il caratteristico collo in verde. Tutti gli altri, o quasi, malgrado il caldo, hanno la giacca comune, mentre i calzoni corti, bermuda o altro, si contano davvero sulle dita di una sola mano.

Alle 10 la chiesa è piena in ogni ordine dei suoi preziosi banchi di legno scolpito, con le colonnette e le lampade, senza che nessuno resti in piedi.

Entra solennemente, dalla porta principale, il vescovo che celebrerà, con la mitra e il pastorale, percorrendo tutta la chiesa, nella sua lunghezza, accompagnato da sacerdoti e da chierici, ragazzi e ragazze.

Iniziano a sentirsi le note musicali della Windhaager Messe di Bruckner – in Do maggiore (C dur ), composta nel 1842, quando aveva diciott"anni, e si trovava nel paesino di Windhaag, pure in Alta Austria - suonate sull"organo stesso che porta il suo nome. Con le note, la voce squillante e melodiosa del contralto, che canta in latino, ed il suono cupo e suggestivo dei corni, si spandono in tutta la chiesa. Il popolo ascolta e noi con esso.

E" difficile stabilire una distinzione tra i passaggi della Messa, comunque detta in volgare – cioè, per il luogo, in tedesco – e quelli dell"armonia e del canto, in latino. Essi fanno tutt"uno, secondo un"originale impostazione della musica occidentale che, in una sua parte essenziale, è musica sacra, cioè armonia e insieme preghiera.

La liturgia termina con l"Ave Maria di Bruckner. Dopo tutto è la festa della Madonna Assunta in cielo (Maria Himmelfahrt), cui è pure dedicata la pala dell"altare, la chiesa stessa, tutto; anche se S.Floriano è ben presente sia nel quadro, sopra l"altare laterale che gli è dedicato, quando i carnefici stanno per gettarlo dal ponte, con la macina circolare già legata al collo, sia sull"affresco della volta, in cui, come nella sequenza di un film, è già stato gettato e sta precipitando verso il fiume.

Nel pomeriggio siamo andati a Steyr, che dista da S.Florian, per le vie provinciali, meno di 30 chilometri. E" una cittadina bellissima e insolita, posta alla confluenza di due fiumi di una certa importanza : l"Enns (quello stesso in cui fu gettato S.Floriano) e lo Steyr, suo affluente; il primo e maggiore, più a valle, si immetterà a sua volta nel Danubio.

La confluenza, certo abilmente manipolata dall"uomo, offre uno scenario inatteso e spettacolare. Essa avviene a nord dell"abitato, quando il visitatore, che vi entra da sud, per la Portanuova (Neutor), ha già visto la chiesa gotica della Parrocchia di Città e, soprattutto, la Hauptplatz , con tutti i suoi importanti caseggiati e monumenti, e ritiene quasi di aver terminato la visita.

Tuttavia, attirato dall"alto profilo della chiesa di S.Michele, aldilà di un ponte, compie un ultimo sforzo. Si trova così a scoprire non un ponte solo, ma due: uno sul fiume Steyr e, un altro, sul fiume Enns, entrambi belli e attraenti,

Sul primo fiume è stata creata una serie di rapide, su cui l"acqua biancheggia per il salto e su cui sostano e volano uccelli fluviali (marini, verrebbe da dire), in un ambiente davvero singolare.

Passato il ponte e risalito appena un po" il fiume, si trova una ex zona industriale, oggetto di operazione "archeologica", che compone un insieme più unico che raro; con lo specchio del suo corso d"acqua in quel punto placido e verdissimo, i suoi camminamenti, i suoi ponticelli.

Siamo sul sito di una vecchia fabbrica di armi; che però, evidentemente, non ha disturbato più di tanto il paesaggio, realizzando, al contrario, una riuscita coincidenza di leggiadria e di iniziativa economica. Oggi vi si trovano il Museo del mondo del Lavoro nell"Industria ed alcuni Istituti universitari.

L"armonia è il registro dominante della cittadina di Steyr; tant"è che Schubert, il grande musicista contemporaneo di Leopardi - nella Hauptplatz si vedono le case ove abitò – vi ha composto, nel 1819, il suo famoso quintetto per pianoforte ed archi detto "La trota" (die Forelle).

A proposito, a Steyr abbiamo anche pranzato, sempre nella piazza principale, al classico Gasthof Mader, affiancato al più moderno (facciata anni trenta) Stadthotel Styria. Al Mader, all"interno del cui palazzo si possono vedere un paio di splendidi cortili rinascimentali, data la stagione, non abbiamo trovato la trota, ma ci siamo consolati con altri piatti di pesce, seguiti da gustosi dessert: Apfelstrudel guarnito, per me, Palatschinken – le cre^pes tedesche alla marmellata, naturalmente di Marillen – per Mara.

Domenica 16 agosto

E" finita, torniamo in Italia. Affrontiamo il lungo viaggio autostradale, ripartendo da Ansfelden, attraverso l"Alta Austria, il Salisburghese, la Baviera.

Deliziosa, quest"ultima, per la vista dei suoi paesaggi collinari, perlopiù piantati a conifere, il cui verde scuro fa da ameno contrappunto al verde chiaro dei prati. Lasciato a destra il vasto, azzurro lago Chiemsee, specie di tratto di mare piantato in collina, con le sue isole e i ricordi folli di Luigi di Baviera, ci fermiamo in una semplice area di sosta, anch"essa immersa nel verde ; arricchita a sua volta da un minuscolo lago, accessibile a piedi.

Si capisce perché, nei paesi tedeschi, un"area di semplice sosta si chiama Raststation, stazione di riposo; anche se non ha niente più del bagno e di qualche tavolino, diversamente dalle Raststaetten (motel), essa costituisce sempre un verde, ecologico  microcosmo, in cui, in venti minuti o anche meno, ci si riposa davvero!

Continuiamo il viaggio nel Tirolo austriaco, fino a doppiare Innsbruck, poi giù verso il Brennero, rifacendo, pacificamente, il viaggio che le divisioni tedesche, ormai ostili, fecero ancor prima dell"8 settembre 1943; anziani, ma assai attendibili testimoni oculari, allora giovanissimi, le videro entrare a Bologna, passando da porta S.Stefano, già il 2 settembre.

Infine entriamo in Italia, in provincia di Bolzano e ci dirigiamo verso il Trentino, costretti ad uscire dall"autostrada a Trento, per le code dell"intenso traffico.

Lambita Rovereto e toccata Riva del Garda, ci portiamo sulla sponda bresciana del lago, sulla quale la strada, la Gardesana Occidentale, data l"altezza dei monti, e le loro sponde precipiti, è quasi tutta scavata in una stretta galleria, in molti tratti rimasta ferma agli anni venti del secolo scorso.

Passata Limone, e percorso qualche altro chilometro, prendiamo il bivio per Tignale, panoramico Comune perlopiù in montagna, in vista del lago. Anche qui non è semplice raggiungere la destinazione finale, Montecastello, e l"eremo retrostante il santuario, dove ci aspettano Leopardi, la sua filosofia e la musica sua contemporanea.

La strada dell"eremo è davvero ripida e tortuosa.

Comunque, diciamo all"ora di cena, arriviamo a destinazione felicemente; come sempre, dopo momenti duri e altri esaltanti.

Verso il finale, la "scoperta" del Garda venendo da nord e passando per Riva, con le sue massicce, brune montagne ed in mezzo l"azzurro specchio lacustre, che pare venirti incontro quasi in discesa, ci ha ripagato della fatica. Un panorama mozzafiato come questo non si vede certo tutti i giorni ed io, finora, conoscevo poco più che Sirmione.

Questa volta, verso il tramonto, pur stanco e provato dalla lunga guida, ho visto, con Mara accanto, un orrido/sublime, degno dei paesaggi di Turner, ma forse ancora più bello.



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immagine A3M

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