Changing Society, Opinioni, ricerche -  Mottola Maria Rita - 2015-01-25

DIECI COMANDAMENTI: VALIDITA UNIVERSALE E ETERNA? – Maria Rita MOTTOLA

Quello che oggi pubblico è stato da me scritto il 2 gennaio 2015. E' importante? Sì è importante precisarlo perché oggi appare quasi profetico. Come se avessi immaginato che vi era necessità di ritornare alle origini, la necessità di ricercare e di capire, la necessità di dialogare su valori alti e altri da quelli propalati dalla quotidiana comunicazione spazzatura. Dopo i drammatici fatti di Parigi ho atteso ma ora sono più convinta che mai della utilità del mio modesto lavoro.

Chissà se le serate di Roberto Benigni avranno costretto gli italiani a pensare. Se il famoso comico fosse riuscito in questa ardua impresa la sua sarebbe arte.  Certo l'ha fatto per il cachet decisamente ricco e, per lo meno, ha espresso l'arte di farsi ascoltare. Come sanno gli amici a casa nostra non esiste il televisore, quindi, non ho ascoltato le due puntate che hanno inchiodato alla poltrona 10 milioni di telespettatori.

Tratto l'argomento per così dire senza inquinamento, non so quanto Benigni ha già detto.

Anni fa per la Collana Diritto e Rovescio a cura di F. Galgano e P. Cendon uscirono alcuni libri di particolare interesse e tra questi un testo dal titolo I dieci comandamenti (Milano 1991).

Nella prefazione del libro a firma Paolo Cendon si legge: "dirò solo che a tutti i responsabili di comandamento era stata data carta bianca al 100%: ciascuno scrivesse quel che voleva, nel modo che gli aggradava. Questa la consegna generale, ed p quanto (mi pare) ognuno ha fatto: dieci scrittori, dieci stili diversi, dieci maniere di svolgere il compito. Ciascuno secondo il suo temperamento: se anche i nomi degli autori non risultassero nelle testatine, qualunque lettore (un minimo smaliziato) indovinerebbe di chi si tratta. Troppo breve il libro, troppo lungo? Per un viaggio in treno di un'ora e mezzo direi che è più che sufficiente. Troppo accentuati gli aspetti giocosi, farseschi? Può anche darsi: non per questo però – mi pare – si potrà concludere che i giuristi italiani sono irriverenti. In maggioranza gli autori dei vari pezzi sono laici, questo sì: ritengo tuttavia che sia soprattutto il taglio generale della collana ad avere favorito, presso ognuno, un certo tipo di rivisitazione leggera".

Qualche mese fa sulla rivista del service club a cui apparteniamo io e mio marito, un socio ha pubblicato un interessante riflessione sugli impegni che l'associazione chiede agli associati e i dieci comandamenti. Un confronto tra un decalogo laico, di una associazione che chiede di lavorare insieme con azioni di solidarietà e di soccorso, senza porre questioni di politica e di religione lasciate alle scelte individuali, e il decalogo, senza tempo, della legge di Moses.

I dieci comandamenti allora possono essere letti in chiave lieve da giuristi e da un comico intrattenitore e se ne può dare una lettura laica.

Perché non trattarli alla luce della società attuale e dei risvolti giuridici che ancor oggi sollecitano?

E' quello che cercherò di fare nei prossimi giorni su questa rivista. Mi piacerebbe che altri si cimentassero nell'impresa, anche solo come discussant, con un pezzo critico, oppure, e perché no, ad adiuvandum delle tesi da me sostenute.

Perché trattare questo tema? Oggi in uno Stato che si proclama laico, i così detti valori laici sembrano condurre l'intera società occidentale, attraverso scelte giuridiche, sociali ed economiche disastrose, sull'orlo del baratro. Per questo, forse, è necessario ritornare ai 'fondamentali'.

Per cominciare dovremmo chiederci che valore hanno i principi raccolti nel Decalogo.

Paolo De Benedetti ci ricorda che "spesso il metodo di lettura ed interpretazione occidentale interpreta il Decalogo come una enunciazione etica. Devo dire che questo è un punto di vista che può essere sostenuto dalla cultura occidentale di stampo filosofico, ma che non possiede alcun fondamento biblico, perché se noi concepissimo il termine 'etica' nel suo significato più preciso, ossia nel senso filosofico, intendendolo come l'insieme di una riflessione e una normativa sul modo di vivere e di valutare le azioni conformi alla coscienza e alla ragione, allora, senz'altro, l'etica ebraica non sarebbe un qualcosa di conforme né alla coscienza né alla ragione. Il decalogo è un qualcosa di vincolante non perché la coscienza mi suggerisca o mi imponga questo comportamento o perché arrivi a vietarmi quell'atteggiamento, e neanche perché la mia ragione mi persuada a credere che quel comportamento sia un bene da perseguire. Questo comandamento mi persuade esclusivamente perché Dio l'ha pronunciato" (Universo della conoscenza - Le Dieci Parole (8/6/1998) Paolo De Benedetti).

Dunque, i dieci comandamenti non possono essere visti come principi etici ma come 'leggi' che non debbono essere violate perché provengono direttamente dalla Parola. Il Dio che non è immagine e che non può essere raffigurato è sempre Parola. La Parola ha in sé la forza creatrice di modificare il mondo nello stesso momento in cui è pronunciata, e ha la caratteristica di raggiungere colui alla quale è diretta. La Parola va incontro e non attende di essere raggiunta.

Pare che il comico fiorentino si sia avvalso della consulenza di un illustre studioso dei testi sacri di fede protestante (se è corretta l'informazione si tratta di figura di grande levatura culturale). Anch'io sento la necessità, per quanto riguarda il tema strettamente sociologico-antropologico-religioso di avere riferimenti fermi. E così mi avvarrò di 11 libri editi in un'unica collana ai quali farò riferimento di volta in volta.*

*Il Mulino collana I Comandamenti



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