Legislazione e Giurisprudenza, Onore, decoro, reputazione -  Peron Sabrina - 2015-05-18

DIFFAMAZIONE E LITE TEMERARIA - T. MILANO 28.02.2015 – Sabrina PERON

"DIFFAMAZIONE E LITE TEMERARIA - T. MILANO 28.02.2015" – Sabrina PERON

La sentenza del Tribunale di Milano che qui si pubblica riguarda un caso di lamentata diffamazione a mezzo stampa, in relazione ad un articolo di cronaca giudiziaria che riferiva di un"inchiesta condotta dalla Procura della Repubblica per un caso di un grave disastro ambientale fonte di pericolo per la salute di persone e animali.

In proposito la sentenza ha fatto corretta applicazione dei principi da tempo consolidati in materia di cronaca giudiziaria. E" noto difatti:

- che il diritto di cronaca costituzionalmente garantito dall"art. 21 Cost., in contrapposizione ai diritti fondamentali della persona, anch"essi costituzionalmente garantiti dagli artt. 2 e 3 Cost, prevale su quest"ultimi tutte le volte in cui a seguito di un bilanciamento dei diritti in gioco, la notizia sia: a) vera; b) espressa in forma civile; c) di interesse pubblico;

- che nel particolare ambito della cronaca giudiziaria, il requisito della verità della notizia che riferisce di un provvedimento giudiziario "sussiste non certo quando il fatto sia vero in sé, bensì quando la notizia data dal giornalista sia fedele al contenuto del provvedimento del magistrato e degli atti del procedimento" (così T. Milano – conforme ex multis Cass.  42104/2011 e Cass., 1980/2011).

In altre parole la cronaca giudiziaria è lecita quanto il giornalista "si limiti a diffondere la notizia di un provvedimento giudiziario in sé ovvero a riferire o a commentare l"attività investigativa o giurisdizionale, senza che vengano effettuate ricostruzioni o ipotesi giornalistiche tendenti a affiancare o sostituire gli organi investigativi nella ricostruzione di vicende penalmente rilevanti e autonomamente offensive" (così sempre T. Milano, in senso conforme anche: Cass. 7333/2008 Cass 3674/2010, nonché T. Roma, 6 ottobre 2011, sentenza questa che si può leggere in questo sito al seguente link: http://www.personaedanno.it/index.php?option=com_content&view=article&id=42319&catid=108).

Ne segue che le doglianze della parte attrice relative all"infondatezza delle accuse rivolte dalla Procura della Repubblica "non possono trovare spazio" alcuno in un giudizio di diffamazione, non essendo questo "rivolto ad accertare la fondatezza delle ipotesi accusatorie, essendo invece diretto a valutare se l"operato del giornalista sia stato corretto e quindi se egli abbia riferito fedelmente quando emergeva dagli atti dell"indagine condotta dalla Procura della Repubblica".

A questo punto il Giudice ambrosiano ha rigettato la domanda attorea avendo accertato: a) che la notizia, così come era stata pubblicata, era fedele agli atti dell"indagine; b) che la notizia era stata data come "ipotesi di lavoro degli inquirenti" (anche tramite "l"utilizzo di verbi al condizionale"); c) che non erano state utilizzare espressioni dalle quali il lettore avrebbe potuto trarre la convinzione che i fatti narrati fossero stati accertati definitivamente.

Da ultimo il Tribunale di Milano, ha esaminato la domanda avanzata dai convenuti (editore, direttore responsabile e giornalista) di condanna per responsabilità aggravata di parte attrice ex art. 96 c.p.c.

Sul punto si osserva che il nuovo articolo 96 c.p.c. (dopo la riforma di cui alla L.  69/2009) prevede la possibilità di sanzionare la soccombenza   indipendentemente dall'entità del danno, essendo, rimessa all'equo apprezzamento del giudice la sua  liquidazione equitativa. In particolare, l"introduzione del terzo comma ha introdotto una vera e  propria pena  pecuniaria, indipendente sia dalla domanda di parte, sia  dalla prova  del  danno  causalmente  derivato  alla  condotta  processuale dell'avversario (cfr. Cass. 17902/2010).

In ogni caso, tutte le ipotesi considerate dall'articolo 96 c.p.c. (compresa quella del terzo  comma), indubbiamente presuppongono  il  requisito della  mala fede o della colpa grave, non solo perché sono  inserite in un articolo destinato a disciplinare la responsabilità aggravata, ma  anche perché agire in giudizio per far valere una  pretesa  che alla  fine  si rileva infondata non costituisce condotta di  per  sé rimproverabile (cfr. Cass. 21570/2012) e, a maggior ragione, quella di cui al comma 3 attesa la sua natura sanzionatoria.

In definitiva, l"art. 96, comma 1, c.p.c., presuppone l'istanza della parte; tale forma di responsabilità pur recando "in sè  una  necessaria indeterminatezza quanto  ad  effetti  lesivi direttamente  discendenti dalla improvvida iniziativa giudiziale,  è comunque  certo che persista la necessità di una, sia pur  generica, allegazione della direzione dei supposti danni" (così Cass. 3003/2014. Conforme anche: Cass. 7620/2013  e,  più risalente, Cass., SS.UU., 7583/2004). In altre parole, si ritiene che la domanda di risarcimento dei danni ex articolo 96, comma 1, c.p.c., non possa trovare "accoglimento tutte le volte in cui la parte istante non abbia assolto all'onere di  allegare almeno gli elementi di fatto  necessari  alla liquidazione, pur equitativa, del danno lamentato" (così Cass. 3003/2014).

Con riferimento, invece, all'ipotesi "sanzionatoria" del comma 3,  si  osserva che  l'applicazione  della  sanzione  processuale, indipendente da ogni istanza e allegazione di parte, è rimessa  alla "piena  discrezionalità  del giudice e non corrisponde ad  un  diritto della  parte  azionabile in giudizio in quanto  l'applicazione  della sanzione  è collegata  ad  una  iniziativa  officiosa  del  giudice indipendente dalla richiesta della parte" (così Cass. 3003/2014). Dunque, riepilogando; a) al potere sanzionatorio di cui all"art. 96, comma 3, c.p.c., non corrisponde necessariamente un diritto di azione della parte; b) la  sanzione applicabile di ufficio presuppone una condanna  alle spese.

Facendo applicazione di tali principi, il Tribunale di Milano, rilevato che, dagli atti era emerso che parte attrice aveva intrapreso il giudizio "nella piena consapevolezza del proprio torto, o quanto meno, omettendo di porre la normale diligenza nell"acquisizione della consapevolezza del proprio torto", l"ha condannata al pagamento ex art. 96 c.p.c. di complessivi € 18.000,00 (il doppio delle spese legali liquidate – si veda in proposito: Cass 21570/2012, secondo la quale "circa il quantum liquidabile, si impone al giudice di osservare un criterio equitativo in applicazione del quale la responsabilità patrimoniale della parte in mala fede ben può essere parametrata sull"importo (o su un multiplo) delle spese processuali, sempre che sia rispettato un limite della ragionevolezza").

In particolare il Tribunale di Milano ha ritenuto che detta condotta dovesse essere sanzionata "al fine di scoraggiare comportamenti strumentali che ostacolano la funzionalità del servizio giustizia, che violano il generale dovere di lealtà e probità di cui all"art.88 del codice di rito e che provocano senz"altro danno alla controparte in conseguenza dell"ansia e del turbamento inflitti, in ogni caso in quanto si è chiamati a difendersi, ma in particolare nel caso in cui è messa in discussione la propria professionalità".



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