Legislazione e Giurisprudenza, Onore, decoro, reputazione -  Peron Sabrina - 2014-05-09

DIFFAMAZIONE SU FACEBOOK ED IDENTIFICABILITA DEL DIFFAMATO - CASS 22.01.2014, n. 16712 – Sabrina PERON

La sentenza che qui si pubblica presenta due peculiarità: anzitutto concerne un caso di diffamazione tramite facebook; in secondo luogo concerne un caso diffamazione in cui il soggetto diffamato non è nominativamente indicato.

Con riferimento al primo aspetto (diffamazione tramite social network), si rileva che i social network e più in generale lo stesso internet, presentano caratteristiche di poliedricità tali da renderli idonei a servire contemporaneamente da mezzo di informazione e di comunicazione ed anche da luogo virtuale nel quale possono concretizzarsi vari altri rapporti. In particolare, internet funge nel contempo sia come mezzo di pubblicazione/diffusione, sia come mezzo di comunicazione individuale, interpersonale e di massa. E" la c.d. mass self-communication, dove l"utente in qualche modo «confeziona» le informazioni che più lo interessano in una sorta di collage scelto tra dati, informazioni, immagini, video, audio, inviategli o reperite nella rete; utilizzando tali informazioni per proprio uso personale o – a sua volta - mettendole a disposizione di soggetti terzi, magari con l"aggiunta di propri commenti ed opinioni (scritti / sonori / video).

In via astratta, una qualunque informazione immessa nella rete può venire ripresa e riciclata, rimbalzando - teoricamente all'infinito sia nel tempo che nello spazio virtuale - da un sito all"altro, navigando all"interno di blog, transitando nei social network, etc., etc. Ogni informazione a sua volta produce un suo particolare contenuto, che può anche portare a farne smarrire il significato originario.

Com"è noto l"art. 21 della Costituzione, sancisce il principio che «tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione». Internet, in quanto mezzo di comunicazione di massa, rientra a pieno titolo nella tutela di cui alla norma costituzionale. Anzi è stato rimarcato come «grazie alla facilità di accesso, all"interattività e alla copertura mondiale», internet sia il «solo mezzo che possa dare concreta attuazione al diritto sancito dall"art. 21 Cost., nel duplice senso di esprimere liberamente il proprio pensiero, diffonderlo e di assicurare « la pluralità delle fonti informative» (DI LELLO, Internet e costituzione: garanzia del mezzo ed i suoi limiti, in D.Inf., 2007, 907).

Anche per le informazioni diffuse via internet occorrerà quindi procedere al necessario bilanciamento tra i diritti di rango costituzionale. Con la conseguenza che in internet il diritto di informazione ben potrà esercitarsi anche qualora ne derivi una lesione dell"altrui reputazione, prestigio o decoro, a condizione che si tratti di un argomento di pubblico interesse (c.d. pertinenza), che siano rispettati i limiti dell"obiettività e della correttezza della forma espressiva (c.d. continenza) e che l"informazione sia sostanzialmente veritiera (T. La Spezia, 23.03.2009, in RP, 2009, 1158).

La giurisprudenza anche della Corte di Cassazione, già da tempo ritiene che Sempre la Cassazione ha ritenuto che nel caso di diffamazione commessa tramite internet, la particolare diffusività del mezzo usato per propagare il messaggio denigratorio rende l"agente meritevole di un più severo trattamento penale e, quindi, ben può configurarsi il delitto di diffamazione aggravata ai sensi dell"art. 595, comma 3 c.p. («offesa recata (…) con qualsiasi altro mezzo di pubblicità») (cfr. Cass. 27.12.2000, in RCP 2001, 308 ss. Cass., 11.06.2010, n. 30065, in De Jure Giuffrè). In questo senso si pronuncia anche la sentenza qui in esame, laddove, conferma il principio espresso dalla Corte d"Appello, la quale – a sua volta - aveva «affermato la sussistenza dall'aggravante dell'utilizzo del mezzo di pubblicità, tenuto conto che la pubblicazione della frase indicata nell'imputazione sul profilo del social network face book, rende la stessa accessibile ad una moltitudine indeterminata di soggetti con la sola registrazione al social network ed anche per le notizie riservate agli "amici" ad una cerchia ampia di soggetti. Peraltro, nella specie, la frase era ampiamente accessibile essendo indicata nel c.d. "profilo"».

Ed invero – sempre come correttamente rilevato dalla sentenza in esame - il «reato di diffamazione non richiede il dolo specifico, essendo sufficiente ai fini della sussistenza dell'elemento soggettivo della fattispecie la consapevolezza di pronunciare una frase lesiva dell'altrui reputazione e la volontà che la frase venga a conoscenza di più persone, anche soltanto due». Del resto, come rilevato anche da alcune corti di merito, «coloro che decidono di diventare utenti di "Facebook" sono ben consci non solo delle grandi possibilità relazionali offerte dal sito, ma anche delle potenziali esondazioni dei contenuti che vi inseriscono: rischio in una certa misura indubbiamente accettato e consapevolmente vissuto». E" peraltro nota agli utenti di "Facebook" «l"eventualità che altri possano in qualche modo individuare e riconoscere le tracce e le informazioni lasciate in un determinato momento sul sito, anche a prescindere dal loro consenso, trattasi dell"attività di c.d. "tagging" che consente, ad esempio, di copiare messaggi e foto pubblicati in bacheca e nel profilo altrui oppure e-mail e conversazioni in chat, che di fatto sottrae questo materiale dalla disponibilità dell"autore e sopravvive alla stesa sua eventuale cancellazione dal social network» (T. Monza, 2.03. 2010, RCP, 2010, 7/8, 1566).

Con riferimento al secondo aspetto (identificabilità del soggetto diffamato), secondo giurisprudenza costante, in tema di diffamazione l"individuazione del soggetto passivo – in assenza di un esplicito e nominativo richiamo - può ugualmente verificarsi attraverso gli elementi della fattispecie concreta, quali: la natura e portata dell"offesa, le circostanze narrate, oggettive e soggettive, i riferimenti personali e temporali e simili. Tutti tali elementi valutati unitamente ad eventuali altri elementi che la vicenda offre, vanno valutati complessivamente, così da porte desumersi, con ragionevole certezza, l"inequivoca individuazione dell"offeso, sia in via processuale che come fatto preprocessuale, cioè come piena ed immediata consapevolezza dell"identità del destinatario che abbia avuto chiunque abbia letto l"articolo diffamatorio (cfr. da ultimo Cass. 03.12.2013, n. 12428 e Cass. 28.09.2012, n. 16543, in Juris Data).

In questo solco giurisprudenziale si pone anche la sentenza qui in commento, laddove ribadisce che ai «fini della integrazione del reato di diffamazione è sufficiente che il soggetto la cui reputazione è lesa sia individuabile da parte di un numero limitato di persone indipendentemente dalla indicazione nominativa» (e cita sul punto: Cass. del 20.12.2010, n. 7410, in Juris Data). Censurando, quindi, i giudici di secondo grado, per non aver «adeguatamente indicato le ragioni logico-giuridiche per quali il limitato il numero delle persone in grado di identificare il soggetto passivo della frase a contenuto diffamatorio» determinasse «l'esclusione della prova della volontà» del diffamante «di comunicare con più persone in grado di individuare il soggetto interessato».

Da ultimo, si ricorda che l"inequivoca individuazione del soggetto passivo, incide sia sulla legittimazione all"esercizio del diritto di querela, sia sulla legittimazione ad agire per il risarcimento dei danni (cfr. App. Napoli, 23.04.2007, in Dir. inf., 2007, 761; Cass., 11.03.2005, Scalfari, in GP, 2006, II, 404).



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