Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Bernicchi Francesco Maria - 2015-03-18

DIRETTORE DI BANCA E' 'DOMINUS' DEL DENARO: C'E' APPROPRIAZIONE INDEBITA. Cass. Pen. 4983/15 - F.M. BERNICCHI

Diritto penale

Reato di appropriazione indebita e truffa

La qualità di direttore di agenzia consente all'agente un'ampia e materiale disponibilità delle somme depositate in banca, rispetto alle quali, con l'attribuzione diretta o l'accreditamento al terzo egli si comporta "uti dominus" per cui si configura il reato di appropriazione indebita.

Si prende in esame una recente sentenza della Corte di Cassazione sezione seconda penale n. 4983/2015 relativa al tema dell"appropriazione indebita in rapporto e in riferimento al reato di truffa.

Il fatto, in breve: con sentenza del 21/11/2013 il Tribunale di Pesaro in composizione monocratica assolveva D.M.M. e M.M. dal reato di concorso in appropriazione indebita aggravata e continuata (art. 81 c.p., comma 2, art. 110 c.p., art. 646 c.p., commi 1 e 3, e art. 61 c.p., nn. 7 e 11) perché il fatto non sussiste, di concorso in falsità di scrittura privata (artt. 81, 110 e 485 c.p., art.61 c.p., n. 2) perchè il fatto non è previsto dalla legge come reato e la sola M. dal reato di cui all'art. 110 c.p., D.Lgs. n. 231 del 2007, artt. 15, 18 e 19, e art. 55, comma 2, sempre perché il fatto non sussiste.

In sostanza, M.M., direttrice della Agenzia n. XXX di Pesaro della Banca Monte Marche S.p.a. consentiva alla ditta individuale " D.M.M." di aprire presso l'indicato Istituto di credito un conto ordinario ed un conto anticipi fatture e di ottenere affidamenti per somme importanti nonché di compiere su detti conti altre operazioni bancarie che portavano ad un debito finale gravante sulla banca pari ad oltre 575 mila Euro.

Per l'effettuazione delle operazioni di cui si è detto venivano formate ed utilizzate dagli imputati false fatture intestate alla ditta " D.M.M.";

Ricorre, per quanto ci interessa, in Cassazione avverso la predetta sentenza (limitatamente al reato di appropriazione indebita di cui all'originario capo A della rubrica delle imputazioni) il Pubblico Ministero presso il Tribunale di Pesaro, deducendo l"inosservanza ed erronea applicazione della legge penale (artt. 646 e 640 c.p.).

La Procura ricorrente evidenziava che il Giudice era incorso in un'erronea interpretazione dei rapporti tra il reato di appropriazione indebita e quello di truffa, ciò in quanto la M. già "deteneva" il bene (nella specie il denaro consegnato a titolo di finanziamento al D.M. ed allo I.) costituente il profitto che mirava a conseguire e che le false fatture de quibus in realtà non servivano a "truffare" la banca quanto solo a coprire le operazioni di finanziamento illecitamente compiute dalla stessa M..

I giudici di Piazza Cavour, in relazione al primo motivo di ricorso, pronunciano il seguente principio: correttamente va configurato nei fatti il reato di appropriazione indebita (unico per il quale è stata proposta impugnazione) atteso che, secondo consolidato orientamento di questa Corte Suprema, condiviso anche dall'odierno Collegio, "in virtù della normativa vigente, le operazioni bancarie strettamente attinenti alla gestione del credito e del risparmio hanno natura privatistica senza che ciò escluda che il comportamento del dipendente di un istituto bancario il quale fraudolentemente o indebitamente eroghi somme di danaro a favore di un terzo, al fine di procurargli un ingiusto profitto, debba essere penalmente sanzionato, in maniera alternativa o meno, come truffa, appropriazione indebita e/o falso. Ne consegue che qualora il direttore di un istituto bancario, in collusione con un cliente ed omettendo i doverosi controlli interni, metta a disposizione dello stesso somme di danaro, accreditando sul di lui conto o pagando direttamente assegni privi di provvista, si deve ritenere consumato il delitto di appropriazione indebita e non quello di truffa, in quanto la qualità di direttore consente all'agente un'ampia e materiale disponibilità delle somme depositate in banca, rispetto alle quali, con l'attribuzione diretta o l'accreditamento al terzo egli si comporta "uti dominus" (Cass. Sez. 6, sent. n. 8179 del 28/06/1988, dep. 18/07/1988, Rv. 178881; in senso conforme ed in tempi più recenti anche Sez. 2, sent. n. 6603 del 21/01/2014, dep. 12/02/2014, Rv. 258280).

A nulla rileva, quindi, il fatto evidenziato nell'impugnata sentenza che non risulti provata una "usurpazione" da parte della direttrice della banca dei poteri di competenza degli organi di amministrazione della stessa, ben potendosi realizzare tale fatto nel momento in cui la direttrice stessa, con la propria azione ha comunque consentito l'erogazione a qualsivoglia titolo al cliente che non ne aveva diritto (ed in collusione con lo stesso) di somme di denaro della banca. Come è noto, nell'ambito della distinzione tra il reato di truffa e quello di appropriazione indebita, questa Corte ha avuto già modo di evidenziare che "sussiste il delitto di truffa e non quello di appropriazione indebita quando l'artificio e il raggiro risultino necessari alla appropriazione" (Cass. Sez. 2, sent. n. 35798 del 18/06/2013, dep. 30/08/2013, Rv. 257340), ma non è questa la situazione verificatasi nel caso in esame apparendo corretto ritenere, come evidenziato dal Pubblico Ministero ricorrente che le false fatture de quibus in realtà non servivano a "truffare" la banca quanto solo a coprire le operazioni di finanziamento illecitamente compiute dalla stessa M..

Il primo motivo di ricorso del Pubblico Ministero è quindi da ritenersi fondato e per tale ragione la sentenza impugnata deve essere annullata con rinvio ex art. 569 c.p.p., comma 4, alla Corte di Appello di Ancona per il giudizio di Appello.

Alla luce di quanto appena detto l'esame del secondo e del terzo motivo di ricorso del Pubblico Ministero diviene superfluo.



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