Articoli, saggi, Opinioni, ricerche -  Miceli Carmelo - 2014-02-27

DIRITTO AI LICEI...GNOTHI SAUTO'N, MEDEN AGAN- Carmelo MICELI

E qualcosa rimane tra le pagine chiare e le pagine scure dei libri che ci hanno impegnato sui banchi di liceo, affaticato i nostri studi pomeridiani, e formato la nostra ragion critica. Adesso non voglio certo giocare la partita del tempo, né offrire occasioni per vivere piccole malinconie: la ragione di tale spunto riposa su un interrogativo che da anni mi pongo con alcuni colleghi, e cioè perché il diritto non costituisca materia obbligatoria da studiare nei licei.

Magari a questo punto, il lettore incuriosito dal titolo dell" intervento avrà distratto altrove la sua attenzione, perché non sedotto abbastanza dal quesito su cui si propone un timido affaccio. Quasi che non avesse già abbastanza tempo da perdere nelle logomachie giuridiche che affollano la sua vita quotidiana, per impelagarsi ulteriormente in noie da sfaccendati. E allora soccorre un cortese invito (sperando di tenere lontano il cuore da ogni nostalgia): abbiate pazienza, e deviate per una volta dalla strada maestra dell" asetticità, chiedendo di capire quello che sarà..nulla di più!

Iniziato agli studi di giurisprudenza, ho quasi da subito avvertito una inattesa familiarità con concetti, forme e contenuti che incalzano le materie che costellano la (non di rado) via crucis dello studente universitario (non temiate le difficoltà dell" approccio, sono richieste dalla grandezza della meta cui si aspira!). Il riferimento non è solo alle locuzioni romanistiche che corredano le letture dei testi, ma all" origine, alla genesi della logica che cattura l" essenza delle istituzioni giuridiche. Il mondo classico, allora può essere un prezioso elemento cui attingere i valori che il tessuto sociale ha prodotto e continua ad esprimere, e senza le quali nessun ordinamento può avanzare pretese di positività.

In tale mosaico (che sorpassa la caduca esistenza degli individui), ricordiamo l" abilità del metodo socratico a infrangere quelli che, a pelo d" acqua, sembrano dogmi inchiodati con fede, per stimolare invece un atteggiamento critico e di controcanto:  risvegliando così il diritto dormiente degli esecrati palazzi d" inverno,  cogliendo il daimon del giurista che vede, controlla e prevede.

È indubitabile come gli albori della civiltà giuridica siano germogliati nelle culle elleniche e romane, per forgiare arnesi utili alla formazione del cittadino, e al suo rapporto faccia a faccia con le forme di governo, nel traguardo della "giusta misura che regola e regge agli uomini la vita" (Archiloco), dove si semina un" imperitura scienza del quotidiano. Così che, il punto di partenza di ogni nuova ricerca, a fronte dell" inesauribile serbatoio dei fatti reali, può esser efficacemente dato dal patrimonio classico, in una sorta di nostos vagamente ulissiano.

Allora, l" uomo in quanto tale, con le sue speranze (e i suoi sospetti), si antepone al disincanto dei ritmi dell" industria (e oggi dell" economia virtuale e del denaro che non dorme mai),  restituendo all" oggi una nuova aretè omerica che deve orientarci nell" intrico mortificante delle leggi.

Sovviene,  a tal proposito, il monito lanciato oltreoceano dalla Corte Suprema Canadese, che per prima ha chiarito: "il fine della garanzia di eguaglianza è la promozione della dignità umana" (McKinney v. University of Guelph, 1990). Ecco la parola chiave, l" apriti sesamo che ha indotto taluni pionieri a coniare espressioni di rinascita aldilà degli intralci del pudore burocratico, allargando le maglie di tutela verso il fare della persona non incagliata  nelle borse: l" essere o non essere libero dal mercato e nel mercato.

L" uomo posto al centro della scena, non solo poetica e letteraria, ma anche giuridica sin dall" età greco-romana, nel "tutto scorre" dei modi e dei luoghi di potere, che  il pensiero classico riassume ma anche supera, nella ricerca della verità che ama nascondersi. Dietro quella curva del tempo che vola, riecheggiano ancora le riflessioni adagiate nella felice  formula di Protagora ( "di tutte le cose misura è l" uomo: di quelle che sono per ciò che sono, di quelle che non sono, per ciò che non sono").

Della legalità può quindi predicarsi una concezione socratica, che aldilà del dato esteriore e dell" apparenza ingannevole, spinge in corsa l" uomo ad essere uomo.

Tanto premesso, forse non è un azzardo affacciare la necessità dello studio del diritto già prima dell" università, per l" innata candidatura dell" essere umano non solo  ad "animale politico" (per dirla con Platone), ma anche e soprattutto giuridico, che riscopra la naturale vocazione per l" impegno, il rischio, e la scelta di non appartenere all" evento.

Né tale esigenza può essere appagata da quanti potrebbero asserire, confondendo la parte per il tutto, che negli istituti tecnici commerciali si studi già da tempo taluni aspetti del nostro tessuto ordinamentale. Lungi dal configurare il nostro legislatore come un asessuato regolatore di flussi economici per la produzione e lo scambio di prodotti, di ben più ampio respiro appare l" iniziativa promossa in quest" articolo: un programma che affonda le proprie radici  nell"opportunità di ripercorrere le forme di governo, il dialogo tra amministrati e amministratori,  il controllo e la ragione del mio e del tuo, l" emersione di diritti fondamentali e di istanze solidaristiche, che vengono ad annodarsi a doppio filo specie nei tradizionali insegnamenti profusi nei licei, data la vicinanza storica e di giochi linguistici.

Tale scenario serve a riunificare ciò che è stato arbitrariamente diviso: così non saremmo indotti, sulle orme del principe shakesperiano, a declamare nel dubbio "potere o funzione", i quali, nei monologhi del "nuovo cittadino nella sua sfera di libertà garantita" (Benvenuti), saranno coniugati e persino identificati (insomma, la nuova prosa recita: "potere è funzione!").

Certo, mi chiedo pure quale impulso possa suscitare la mia proposta in un" epoca robotizzata, che trascura il passato e traguarda solo un appiattimento informatico (un" eguaglianza globale che rischia di rendere ancora più rauco il verbo costituzionale degli apparati e delle politiche dell" accatto). Ma, chissà, forse proprio questi tempi troppo moderni, senza guida e conoscenza giuridica di sé e della società, hanno condotto all" ideale della "euforia perpetua", secondo il conio critico di Bruckner, mascherato con ciance modaiole sui valori del digitale: ma gli androidi, sanno sognare ancora?! (chiedo scusa al noto scrittore per averne utilizzato impropriamente una frase, che miglior sorte e regia ha conosciuto con Blade Runner).

E allora dalla mia colonia extramondo, sulle note eleganti di Vangelis, non posso che augurarmi la vittoria paziente del "classico" e del ritorno al futuro, per un viaggio che garantisca la speranza (e il sospetto) del "dire giustizia": Indie o non Indie, resta ancora una fortunata America a Colombo?!



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