Legislazione e Giurisprudenza, Ordinamento penitenziario -  Gasparre Annalisa - 2014-12-28

DIRITTO ALLA SALUTE: ANCHE IN CARCERE - Cass. pen. 49237/2014 - A.G.

​Con la sentenza in commento, la Cassazione torna sull'applicazione del co. 4 bis dell'art. 275 c.p.p. che presuppone l'accertamento della patologia ma anche delle reali disponibilità di diagnosi, terapia e cura all'interno del circuito penitenziario. La norma impone di valutare le condizioni di salute del detenuto e la gravità ma anche di verificare se si possa bilanciare il diritto alla salute ​del detenuto con le esigenze di tutela della collettività che hanno portato alla detenzione del soggetto malato.

La norma recita "Non può essere disposta né mantenuta la custodia cautelare in carcere quando l'imputato è persona affetta da AIDS conclamata o da grave deficienza immunitaria accertate ai sensi dell'articolo 286-bis, comma 2, ovvero da altra malattia particolarmente grave, per effetto della quale le sue condizioni di salute risultano incompatibili con lo stato di detenzione e comunque tali da non consentire adeguate cure in caso di detenzione in carcere".

La Suprema Corte ha affermato che il bilanciamento deve essere effettuato previa valutazione, in concreto, delle effettive possibilità di diagnosi, terapia e cure offerte dalle strutture dell'amministrazione penitenziaria.

L'ordinanza impugnata aveva respinto l'istanza di arresti domiciliari dell'indagato in stato di custodia cautelare in carcere, nonostante la perizia svolta attestasse la gravità della patologia cardiaca e la necessità di periodici controlli clinici e strumentali, necessari alla pianificazione della terapia farmacologica, anche mediante brevi ricoveri in strutture specialistiche esterne al circuito penitenziario. Tuttavia, rileva la Corte, il Tribunale non aveva verificato l'effettiva disponibilità di strutture e posti idonei a garantire in concreto e tempestivamente le necessità di diagnosi e cura della patologia sofferta dall'indagato.

​Volendo, su questa Rivista, "Indagato per 416 bis in carcere in attesa di trapianto", Cass. pen. 45645/2013 (8 aprile 2013); "Tossicodipendenti plurirecidivi malati di AIDS: ancora sui malati pericolosissimi" (2 settembre 2009).​

Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza 3 ottobre – 26 novembre 2014, n. 49237 Presidente Chieffi – Relatore Cassano

Ritenuto in fatto

1. Il 2 maggio 2014 il Tribunale di Catania, costituito ai sensi dell'art. 310 c.p.p., rigettava l'appello proposto da F.F. - in stato di custodia cautelare in carcere per i delitti di cui agli artt. 416-bis c.p. e 12-quinquies L. n. 356 del 1992 - avverso l'ordinanza del giudice per le indagini preliminari del locale Tribunale che, in data 16 settembre 2013, aveva respinto l'istanza di arresti domiciliari con autorizzazione a recarsi, secondo le necessità e il programma terapeutico, presso il "centro cuore (...)".

Il Tribunale osservava che dalla relazione del perito nominato dal giudice per le indagini preliminari e dall'ulteriore perizia effettuata dal Dott. V. e disposta dopo i rilievi svolti dalla difesa emergeva che lo stato di salute di F. - affetto da cardiopatia ischemica cronica rivascolarizzata mediante PTCA e DES su CDX, stenosi critica residua su IVA e MO1m, ipertensione arteriosa, dislipidemia, angina pectoris da discrepanza - non era adeguato all'attuale stato di custodia cautelare in carcere, sussistendo la necessità di uno stretto controllo dei fattori di rischio, attuabile in una struttura più adeguata rispetto a quella ove in atto si trovava detenuto al momento della decisione.

Il perito segnalava altresì che, ai fini di una valutazione scientificamente più appropriata della riserva coronarica residua, era stata programmata una scintigrafia miocardica con stress farmacologico, ma che la stessa non era stata eseguita per difficoltà logistiche ed operative.

Il Tribunale argomentava che, proprio tenuto conto della peculiarità della patologia da cui è affetto l'indagato, la riscontrata necessità di periodici controlli, clinici e strumentali, preordinati alla valutazione nel tempo delle condizioni patologiche e alla pianificazione della terapia farmacologica più congrua - anche eventualmente a mezzo di brevi ricoveri presso ambienti specialistici esterni al circuito carcerario - non determina di per sé uno stato d'incompatibilità rilevante ex art. 275, comma 4-bis, c.p.p., ai fini dell'operatività del divieto di custodia cautelare in carcere. Il presupposto applicativo di tale disposizione è, infatti, da ravvisare in uno stato morboso in atto cui non si possa ovviare mediante il trasferimento del detenuto in idonei centri clini ci dell'amministrazione penitenziaria.

2. Avverso la suddetta ordinanza ha proposto ricorso per cassazione, tramite il difensore di fiducia, F. , il quale lamenta mancanza e manifesta illogicità della motivazione circa la sussistenza dei presupposti per il mantenimento della custodia cautelare in carcere. Osserva che dalla relazione del Dott. V. emerge chiaramente che la condizione cui è subordinato il giudizio di compatibilità delle condizioni di salute dell'indagato con lo stato di detenzione in carcere è la possibilità di usufruire di continui controlli. Sottolinea, inoltre, che dall'elaborato peritale risulta che le difficoltà logistico e organizzative, imputabili all'amministrazione penitenziaria, hanno determinato l'incompleta anamnesi del malato, impedendo al perito e al Tribunale di conoscerne con esattezza il quadro clinico. Tale dato è stato pretermesso dai giudici territoriali che non hanno adeguatamente considerato i limiti ad un'anamnesi completa denunziati dal perito.

Osserva che, per valutare la compatibilità delle condizioni di salute di F. con lo stato di detenzione in carcere, occorre avere riguardo alle reali e concrete possibilità offerte dal sistema penitenziario e che è lo stesso Tribunale ad ammettere l'inadeguatezza del centro clinico della casa circondariale di (omissis) .

Evidenzia, infine, che il Tribunale, pur avendo affermato che, ai fini dell'applicazione dell'art. 275, comma 4 bis c.p.p., il giudizio di compatibilità deve essere svolto non solo in astratto, ma anche in concreto, ha omesso di indicare il centro clinico penitenziario più idoneo, demandando al DAP l'individuazione della struttura più idonea.

Sottolinea, infine, che l'unica struttura qualificata come altamente specializzata nella Sicilia orientale è situata a ben centocinquanta chilometri di distanza dalla casa circondariale di (...).

Osserva in diritto

Il ricorso è fondato per le ragioni di seguito precisate.

1. L'art. 275, comma 4-bis, c.p.p. stabilisce un divieto generale in forza del quale non può essere disposta né mantenuta la custodia cautelare in carcere, quando l'imputato sia persona affetta da AIDS conclamato o da grave deficienza immunitaria ovvero da altra malattia particolarmente grave per effetto della quale le sue condizioni di salute risultino incompatibili con lo stato di detenzione o, comunque, siano tali da non consentire adeguate cure in caso di detenzione.

In coerenza con tale previsione occorre che, ai sensi dell'art. 275, comma 4-ter c.p.p., il giudice accerti, fornendo specifica e puntuale motivazione, la sussistenza delle seguenti condizioni: a) l'adeguatezza della struttura penitenziaria in relazione alla specifica patologia da cui risulta affetta la persona; b) la compatibilità tra le condizioni di salute dell'indagato (o imputato) e la permanenza in carcere; c) la configurabilità di esigenze cautelari di eccezionale rilevanza, fondate su un pericolo di spiccata rilievo, quali desumibili da elementi concreti e specifici.

2.L'art. 11, comma 2, legge 26 luglio 1975, n. 354 e successive modifiche, espressamente richiamato dall'art. 240 d.lgs. 28 luglio 1989, n. 271 (disposizioni di attuazione, di coordinamento e transitorie del cod. proc. pen.), postula, a sua volta, una malattia non particolarmente grave oppure una patologia, pur grave, che si profili contingente e rimettibile con interventi e/o terapie praticabili in regime di temporaneo trasferimento in ospedali civili o in luoghi esterni di cura, fermo lo stato di detenzione in carcere.

3. La valutazione delle condizioni di salute del detenuto e del loro livello di gravità da porre in correlazione, da un lato, con la tutela della salute, garantita a livello costituzionale (art. 32 Cost.) e, dall'altro, con le esigenze di difesa della collettività a fronte della commissione di gravi delitti, espressivi di elevata pericolosità sociale, richiede un'attenta valutazione da effettuare non in astratto rispetto alle potenzialità di diagnosi, terapia e cura offerte dalle strutture dell'amministrazione penitenziaria, bensì in concreto con riferimento alle effettive possibilità offerte dal circuito penitenziario, tenuto conto anche dei centri e dei posti ivi realmente disponibili rispetto alle specifiche esigenze poste dalla patologia del detenuto, nonché delle possibilità di un celere trasferimento presso gli stessi.

4. Nel caso in esame il provvedimento impugnato non ha rispettato i principi sopra illustrati, essendo caratterizzato da un'evidente aporia logica tra le regole enunciate e la loro applicazione.

Infatti, dopo avere dato atto delle risultanze della perizia svolta dal Dott. V. , attestanti la gravità della patologia cardiaca di F. , la non radicale eliminazione dei rischi di instabilizzazione del quadro clinico, l'impossibilità di svolgimento della scintigrafia miocardica con stress farmacologico per difficoltà logistiche ed operative, la necessità di periodici controlli clinici e strumentali e la necessità di uno stretto controllo dei fattori di rischio presso un centro clinico dell'amministrazione penitenziaria, ha omesso di verificare, anche mediante la richiesta di informazioni al competente Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, l'effettiva disponibilità di strutture e di posti idonei a garantire in maniera concreta e tempestiva le necessità di diagnosi e cura della patologia da cui è affetto F. . Il rinvio all'adozione dei provvedimenti più consoni rispetto alla malattia dell'indagato da parte dell'Amministrazione penitenziaria si risolve in un'inversione logica della struttura dell'art. 275, comma 4-bis c.p.p. che, ai fini del giudizio finale di compatibilità o meno delle condizioni di salute della persona con lo stato di detenzione in carcere, presuppone l'accertamento giudiziale non solo della patologia stessa, ma anche delle reali disponibilità di diagnosi, terapia e cura e di una pronta allocazione presso una struttura in grado di garantirle. Solo all'esito di tale verifica l'Autorità giudiziaria può trarre le conclusioni di sua esclusiva competenza circa la possibilità di bilanciare il diritto alla salute della persona con le esigenze di tutela della collettività.

Per tutte queste ragioni s'impone l'annullamento dell'ordinanza impugnata e il rinvio per nuovo esame al Tribunale di Catania.

La cancelleria dovrà provvedere all'adempimento prescritto dall'art. 94, comma 1 ter, disp. att. c.p.p..

P.Q.M.

Annulla l'ordinanza impugnata e rinvia per nuovo esame al Tribunale di Catania.

Dispone trasmettersi a cura della cancelleria copia del provvedimento al Direttore dell'istituto penitenziario ai sensi dell'art. 94, comma 1 ter, disp. att. c.p.p..



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