Articoli, saggi, Libertà costituzionali -  Mottola Maria Rita - 2015-01-09

DIRITTO ALLA SATIRA. NON VI SONO LIMITI? – Maria Rita MOTTOLA

7 gennaio 2015 – Parigi sono state uccise 12 persone. Efferato delitto. Esecrabile anche una sola vita umana deve essere perduta. Speriamo che la morte dei giornalisti e vignettisti parigini non uccida anche il sano confronto politico e il dibattito sui diritti fondamentali, sulla libertà e sulle libertà. Perché se è vero che esistono diritti inalienabili, perché essi possano essere esercitati debbono trovare dei limiti. Se il mio diritto non trova un limite il diritto del mio prossimo non potrà essere esercitato.

Primo problema è la ricerca circa il diritto primario, quello unico che non possa mai essere limitato. Non vi è dubbio nell'affermare che tale è il diritto alla vita: che diritto posso mai esercitare privato del bene supremo della vita? Quindi tutti gli altri diritti debbono piegarsi innanzi a tale supremo principio.

Ma gli altri diritti quelli in un certo senso comprimibili fino a che punto possono essere esercitati? E in particolare possiamo immaginare che l'unico diritto che non debba trovare limiti sia proprio quello della libertà di satira? Si badi bene di non cadere nell'equivoco: libertà di satira non coincide pienamente con libertà di espressione, perché pur limitando il diritto alla satira (e cioè a un certo modo di esprimersi) restano sempre possibili altre e differenti forme di manifestazione del pensiero.

E dunque che cosa è satira? Se leggiamo la 4^ edizione del Vocabolario dell'Accademia della Crusca (1729-1738) scopriamo che satira è poesía mordace, e riprenditrice de' vizj.

Il vocabolario Treccani riporta alla voce Satira: Genere letterario originale della letteratura latina, inaugurato storicamente da Ennio nella forma di miscellanea poetica in vario metro su argomenti diversi (favole, riflessioni morali, ecc.) e sviluppatosi in seguito in due filoni fondamentali: la s. esametrica, codificata da Lucilio, caratterizzata da forte aggressività anche politica, tematiche spesso licenziose, linguaggio quotidiano ed esplicito e alla quale si ispirarono in età augustea Orazio e nei secoli successivi Persio e Giovenale (con i quali il genere si cristallizza come luogo di aspra censura dei costumi individuali); e la s. menippea, il cui nome deriva da Menippo di Gadara, esponente della letteratura e della filosofia cinico-stoica, nella quale si combinavano prosa e poesia, talora con la presenza di parti dialogate e con la tendenza a introdurre nella riflessione morale elementi fantastici e parodie ironiche, inaugurata a Roma da Terenzio Varrone e alla quale sono ricondotte opere come l'Apokolokyntosis di Seneca il giovane e il Satyricon di Petronio. Si ha inoltre notizia di una satira (o satura) drammatica, forma primitiva e poco elaborata di spettacolo, caratterizzata da varietà di argomenti e ritmi e prob. connessa con rituali magico-religiosi, che sarebbe stata diffusa a Roma, secondo la testimonianza di Tito Livio, prima dell'avvento del teatro ispirato a modelli greci.  Oppure composizione poetica che evidenzia e mette in ridicolo passioni, modi di vita e atteggiamenti comuni a tutta l'umanità, o caratteristici di una categoria di persone o anche di un solo individuo, che contrastano o discordano dalla morale comune (e sono perciò considerati vizî o difetti) o dall'ideale etico dello scrittore: le s. di Ariosto, di Alfieri. E infine: scritto, opera letteraria o artistica, vignetta, discorso, atto o atteggiamento che riveste, sia pure parzialmente e in modo non esplicito, carattere e intenti satirici: la «Mandragola» del Machiavelli è una s. dell'ignoranza, della vanità e della superstizione; questa commedia vuol essere una s. della chiusa mentalità burocratica; il suo modo di fare così affettato e cerimonioso voleva essere proprio una s. del loro ambiente frivolo e mondano.

Insomma in ogni caso una qualche opera dell'intelletto che dimostri innanzitutto intelligenza e sagacia, non necessariamente violenza verbale o nelle immagini, provocazione ma non per questo grettezza e oscenità gratuita.

Secondo recente sentenza la S.C. afferma che "la satira è configurabile come diritto soggettivo di rilevanza costituzionale; come tale rientra nell'ambito di applicazione dell'art. 21 Cost. che tutela la libertà dei messaggi del pensiero. Il diritto di satira ha un fondamento complesso individuabile nella sua natura di creazione dello spirito, nella sua dimensione relazionale, ossia di messaggio sociale, nella sua funzione di controllo esercitato con l'ironia ed il sarcasmo nei confronti dei poteri di qualunque natura.  Comunque si esprima e, cioè, in forma scritta, orale, figurata, la satira costituisce una critica corrosiva e spesso impietosa, basata su una rappresentazione che enfatizza e deforma la realtà per provocare il riso. La peculiarità della satira, che si esprime con il paradosso e la metafora surreale, la sottrae al parametro della verità e la rende eterogenea rispetto alla cronaca. Ma a differenza di questa che, avendo la finalità di fornire informazioni su fatti e persone, è soggetta al vaglio del riscontro storico, la satira assume i connotati dell'inverosimiglianza e dell'iperbole. La satira, in sostanza, è riproduzione ironica e non cronaca di un fatto; essa esprime un giudizio che necessariamente assume connotazioni soggettive ed opinabili, sottraendosi ad una dimostrazione di veridicità. Incompatibile con il parametro della verità, la satira è, però, soggetta al limite della continenza e della funzionalità delle espressioni adoperate rispetto allo scopo di denuncia sociale perseguito"  anche se, essendo la forma di  linguaggio utilizzato essenzialmente simbolico "è svincolato da forme convenzionali, per cui è inapplicabile il metro della correttezza dell'espressione" (Cass. 10 marzo 2014, n. 5499)

La Corte ricorda come "l'utilizzo di espressioni di qualsiasi tipo, anche lesive della reputazione altrui deve essere strumentalmente collegato alla manifestazione di un dissenso ragionato dall'opinione o comportamento preso di mira e non deve risolversi in un'aggressione gratuita e distruttiva dell'onore e della reputazione del soggetto interessato (così Cass. ord. 17.9.2013 n. 21235; Cass. 8.2.2012 n. 1753; Cass. 28.11.2008 n. 284119.)".

E questo perché la satira, al pari di ogni altra manifestazione del pensiero, non può infrangere il rispetto dei valori fondamentali della persona, per cui non può essere riconosciuta la scriminante di cui all'art. 51 c.p. per le attribuzioni di condotte illecite o moralmente disonorevoli, gli accostamenti volgari o ripugnanti, la deformazione dell'immagine in modo da suscitare disprezzo della persona e ludibrio della sua immagine pubblica (tra le varie Cass. 8.2.2012 n. 1753; Cass. 28.11.2008 n. 28411).

Notoriamente la tutela dei diritti primari pretende una comparazione tra le diverse posizioni, tale confronto dovrà portare a una tutela del diritto che, nello specifico, si considererà indebitamente sacrificato a favore dell'altro come il diritto di cronaca o di satira, e in genere con la libertà di espressione, trattandosi, in tutte tali ipotesi di diritti di rilevanza costituzionale, la contemperazione degli opposti interessi sarà d'obbligo per il giudicante che dovrà accertare il limite interno del diritto di satira o di cronaca a fronte del diritto alla tutela al nome.

A tale proposito è estremamente interessante una sentenza ormai datata, attuale per la visione "politica" e vorremo dire "educativa" che il giudice di merito riconosce alla satira (Trib. Roma, 13.2.1992,  1993, 1119,  1994, I, 170 nota Dogliotti, Weiss). Secondo il giudice della Capitale la satira ha il rango di diritto soggettivo di livello e rilevanza costituzionali, i cui parametri di liceità non possono modellarsi su quelli del diritto di cronaca: la satira, infatti, non risponde ad esigenze informative, non ha alcun rapporto di necessità e di coincidenza con la verità del fatto e non deve conformarsi a canoni di equilibrata espressione, per cui gli unici suoi confini consistono in un limite interno, in quanto il suo legittimo esercizio è subordinato alla notorietà del personaggio cui è destinata (il quale, proprio per avere scelto la notorietà come dimensione esistenziale del proprio agire, si presume abbia rinunciato a quella parte del proprio diritto alla riservatezza direttamente correlata alla sua dimensione pubblica), e in diversi limiti esterni, propri di ciascuno dei mezzi di diffusione della satira stessa e collegati ai contenuti del messaggio satirico: ad esempio l'alterazione del nome e dell'immagine, la realizzazione di accostamenti sconci, ripugnanti e subdoli, l'attribuzione di fatti offensivi determinati, la raffigurazione ironica o tendenziosa di vicende personalissime e delicate del soggetto preso di mira, la propalazione di notizie destinate per legge al segreto od alla riservatezza o, comunque, idonee a creare notevole imbarazzo o grave disagio nell'ambito familiare, professionale e sociale, e così via. Svolta in forme espressive umoristiche ed al manifesto scopo di suscitare ilarità, la satira svolge la non trascurabile funzione di moderare i potenti, smitizzare ed umanizzare i famosi, umiliare i protervi, vale a dire una funzione fondamentale di controllo sociale e di protezione contro gli eccessi del "potere", nonché di attenuazione delle tensioni sociali e di tutela ed attuazione del valore fondamentale della tolleranza.  Così si legge nella motivazione e come non essere d'accordo. (Mottola, 2012).

Ecco e qui sta il punto, una cosa è la satira politica, il castigare il potere, pur sempre umano, altra cosa è la satira contro una religione, con frasi, immagini, espressioni, allusioni chiaramente offensive e che violentemente feriscono i sentimenti religiosi di una pluralità di cittadini.

Qui un dibattito serio deve nascere, un dibattito di idee e di parole e al dibattito non dovrebbero essere sostituite istigazioni a violenze, come la reintroduzione della pena di morte o l'eliminazione di ogni limite all'uso delle armi da fuoco da parte dei cittadini.

In particolare, i giuristi e i politici che la legge e, talvolta, gli elettori, investono di responsabilità di gestione della cosa pubblica non dovrebbero mai invocare l'aperta violazione dei diritti, come ripristinare la pena di morte, o l'ostracismo, per, all'apparenza, ripristinare uno stato di diritto.



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