Articoli, saggi, Rapporti patrimoniali fra coniugi -  privato.personaedanno - 2014-08-08

DIRITTO DI ABITAZIONE AI SENSI DELLART. 540 C.C. E CONIUGI SEPARATI - Cass. 13407/14 - Paolo IASIELLO

Con la sentenza in commento, la Corte di Cassazione afferma che il diritto di abitazione sulla casa familiare che l"art. 540 cod. civ. riserva al coniuge del de cuius, non spetta al coniuge separato, anche senza addebito, se la cessazione della convivenza a seguito della separazione ha spezzato il collegamento dell"immobile con la destinazione a residenza familiare.

La questione decisa dalla Suprema Corte si incentra sul combinato disposto degli artt. 540 e 548 cod. civ.

L"art. 540 secondo comma riserva al coniuge, anche quando concorra con altri chiamati, i diritti di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso sui mobili che la corredano, se di proprietà del defunto o comuni.

A sua volta l"art. 548 riconosce al coniuge separato cui non è stata addebitata la separazione, gli stessi diritti successori del coniuge non separato.

Da una prima lettura di tali norme sembrerebbe emergere che il diritto di abitazione di cui all"art. 540 competa anche al coniuge separato cui non sia stata addebitata la separazione.

La Corte di Cassazione giunge tuttavia ad una lettura diversa che esclude il diritto di abitazione del coniuge separato, facendo leva sul disposto del secondo comma dell"art. 540.

Da quest"ultima disposizione si ricava, infatti, che il presupposto per il riconoscimento del diritto di abitazione è costituito dall"esistenza di una "casa adibita a residenza familiare".

La Corte, riprendendo un precedente del 1998 [1] chiarisce che il riferimento temporale per valutare la spettanza del diritto di abitazione è costituito dalla data di apertura della successione del de cuius: è in quel momento che la casa deve essere adibita a residenza familiare. Se ciò non avviene, perché la casa che in passato era adibita a residenza familiare ha cessato di avere tale destinazione prima della morte di uno dei coniugi, viene meno il presupposto per attribuire al coniuge superstite il diritto di abitazione che rimane in definitiva privo di oggetto.

Muovendo da questo principio, la Suprema Corte, rileva che nel caso concreto era stato accertato dal giudice di merito che alla data di morte del de cuius, i coniugi vivevano separati da molti anni ed avevano residenze autonome. La separazione dei coniugi aveva quindi spezzato il collegamento dell"immobile con la destinazione a residenza familiare ed era venuto meno l"oggetto ed il presupposto della possibile attribuzione al coniuge superstite del diritto di abitazione.

La decisione della Suprema Corte, su cui non constano precedenti specifici, si allinea alla posizione della dottrina prevalente [2] la quale non ha mancato di suggerire un parallelismo con la norma dell"art. 673 cod. civ.  che stabilisce l"inefficacia del legato se la cosa legata è interamente perita durante la vita del testatore[3].

In effetti la giurisprudenza qualifica il diritto di abitazione di cui all"art. 540 cod. civ. come una forma di legato ex lege in favore del coniuge[4]. La mancanza al momento della morte di una casa adibita a residenza familiare, determina in sostanza una situazione analoga a quella prevista dall"art. 673 in quanto il legato si trova ad avere per oggetto una cosa che non esiste più nell"asse ereditario: ne consegue l"inefficacia del legato ex lege di cui all"art. 540 per mancanza di oggetto.

La soluzione adottata dalla Cassazione appare del resto coerente con la ratio dell"istituto che la sentenza individua non tanto in un interesse economico-patrimoniale del coniuge superstite (interesse quest"ultimo che è già tutelato dal primo comma dell"art. 540 e dall"art. 548 che riconoscono anche al coniuge separato, purché senza addebito, il diritto ad una quota di legittima del patrimonio del de cuius) quanto piuttosto in un "interesse morale legato alla conservazione dei rapporti affettivi e consuetudinari con la casa familiare"[5]. Infatti, la separazione dei coniugi facendo cessare la coabitazione degli stessi e quindi la destinazione della casa a residenza familiare determina anche il venir meno delle relazioni sociali ed affettive che in precedenza si ricollegavano all"abitazione comune.

La sentenza della Cassazione induce ad alcune ulteriori riflessioni con riferimento a situazioni parzialmente diverse da quella considerata nel caso deciso.

In particolare occorre chiedersi se, in presenza di una separazione personale senza pronuncia di addebito (ché altrimenti il diritto di abitazione sarebbe in ogni caso escluso ai sensi dell"art. 548 cod. civ.) sia ipotizzabile una situazione in cui non venga meno la destinazione dell"immobile a residenza familiare e quindi il diritto di abitazione possa essere riconosciuto anche in favore del coniuge separato.

Una parte della dottrina sostiene che il diritto in esame possa essere riconosciuto in presenza di figli e di un accordo dei coniugi o di un provvedimento del giudice che assegni la casa coniugale al coniuge affidatario dei medesimi: in questo caso, si dice, la casa continuerebbe ad essere adibita a residenza familiare pur in presenza dell"allontanamento dell"altro coniuge [6].

La soluzione proposta suscita alcune perplessità sia alla luce della nozione di residenza familiare sia alla luce della più recente evoluzione del diritto di famiglia in tema di affidamento dei figli.

Sotto il primo profilo, è noto che il legislatore menziona la residenza familiare in numerose disposizioni del codice civile (art. 45, 144, 145, 146 e appunto 540) senza tuttavia definire la relativa nozione.

La dottrina che pare più persuasiva pone un collegamento tra la nozione di residenza familiare e l"obbligo di coabitazione dei coniugi stabilito dall"art. 143 cod. civ. In questo senso la residenza familiare "è il luogo nel quale i coniugi d"accordo convivono"[7].

Nella stessa direzione sembra collocarsi anche la giurisprudenza della Suprema Corte che parla di "luogo in cui i coniugi – secondo la loro determinazione convenzionale, assunta in base alle esigenze di entrambi – vivevano insieme stabilmente, organizzandovi la vita domestica del gruppo familiare" [8] e sottolinea la necessità che la dimora abituale nella casa coniugale sia effettiva.

In quest"ottica che collega la residenza familiare all"effettività della coabitazione dei coniugi, sembra doversi ritenere che l"esistenza di una residenza familiare venga meno con la cessazione della convivenza dei medesimi conseguente alla separazione.

Sotto altro profilo occorre considerare che, a partire dalla riforma di cui alla legge 08/02/2006 n. 54, il legislatore privilegia oggi l"affido condiviso dei figli ad entrambi i genitori e sono sempre più frequenti i casi in cui i figli alternano periodi di permanenza presso entrambi i genitori.

In queste condizioni, non pare che si possa più parlare, dopo la separazione, di una residenza familiare in quanto si avranno piuttosto due diverse residenze dei coniugi separati oltre al domicilio legale dei minori secondo i criteri di cui all"art. 45 cod. civ.

L"assegnazione della casa familiare disposta nell"ambito del procedimento di separazione produrrà gli effetti che le sono tipici (diritto di godimento personale e temporaneo opponibile ai terzi, se trascritto) ma non ritengo possa produrre conseguenze successorie in favore del coniuge assegnatario consolidando a suo favore, in caso di morte dell"altro coniuge proprietario o comproprietario, un diritto reale vitalizio che in sostanza verrebbe fatto dipendere dai mutevoli provvedimenti assunti nel procedimento di separazione più che dall"esistenza di una reale residenza familiare, che costituisce l"unico presupposto a cui l"art. 540 ricollega il sorgere del diritto di abitazione.

Un"ultima conseguenza del principio di effettività della residenza familiare si può cogliere con riguardo al momento in cui essa viene meno a seguito della crisi del rapporto coniugale.

Questo momento va individuato in quello nel quale i coniugi cessano di vivere stabilmente insieme e di organizzare nella casa la vita domestica del gruppo familiare.

Pertanto, in caso di separazione, la residenza familiare viene meno fin dalla pronuncia dei provvedimenti presidenziali che autorizzano i coniugi a vivere separati, senza dover attendere la sentenza che definisce il giudizio di separazione né, tanto meno, il suo passaggio in giudicato.

Anche la separazione di fatto dei coniugi determina lo stesso effetto: non si tratta qui di attribuire un"eccezionale rilevanza giuridica alla separazione di fatto ma piuttosto di prendere atto che con la decisione dei coniugi di cessare la coabitazione, è venuto meno il luogo che essi avevano deputato alla loro convivenza ed alla stabile organizzazione della vita domestica, ossia appunto la residenza familiare.

In questo senso la giurisprudenza ha avvertito che "In caso di successione tra coniugi, al coniuge superstite, che di sua spontanea volontà ha interrotto la convivenza di fatto con l"altro coniuge costituendo la propria residenza familiare in altra abitazione, non spettano i diritti di abitazione sulla casa di proprietà del coniuge defunto adibita a residenza familiare e di uso sui mobili che l"arredano, in quanto elemento della fattispecie legale è l"uso effettivo come residenza familiare dell"immobile anche da parte del coniuge superstite al momento dell"apertura della successione ed il caso in esame non è nemmeno assimilabile né sussumibile nell"ipotesi regolata dagli art. 548 e 585 c.c." [9].



[1] Cass. civ., sez. II, 27-02-1998, n. 2159.

[2] FINOCCHIARO, Riforma del diritto di famiglia, vol. III, Milano, 1979, 1051; FERRI, I diritti di abitazione e di uso del coniuge superstite, in Riv. Trim. dir. e proc. civ.  1988, 372; CATTANEO, in Trattato di diritto privato diretto da P. RESCIGNO, vol. V, Torino, 1982, 398; AZZARITI, Successione dei legittimari e successione dei legittimi, in Giur. Sistematica dir. civ. e comm. Fondata da W. BIGIAVI, Torino, 1997, 99; MIRONE, i diritti successori del coniuge, Napoli, 1984, 226; contra GABRIELLI, in Commentario alla riforma del diritto di famiglia a cura di CARRARO – OPPO – TRABUCCHI, Padova, 1976, 847.

[3] FINOCCHIARO, op. cit., 1052.

[4] Cass. civ., sez. II, 27-02-1998, n. 2159.

[5] La sentenza si riallaccia su questo punto a Corte cost., 26-05-1989, n. 310.

[6] CATTANEO, op. cit. 398; MIRONE, op. cit., 228.

[7] ZATTI, Trattato di diritto di famiglia, Milano, 2011, 1075.

[8] Cfr. la motivazione della sentenza in commento che richiama Cass. civ., sez. II, 14-03-2012, n. 4088.

[9] T. Foggia, 30-01-1993 in Giust. civ., 1993, I, 1652. Cfr. in senso analogo CATTANEO, op. cit. 398; FERRI, op. cit. , 373.



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