Legislazione e Giurisprudenza, Libertà costituzionali -  Mazzon Riccardo - 2015-11-02

DIRITTO D'OPINIONE: PARLAMENTARI E TRASMISSIONI TELEVISIVE - Riccardo MAZZON

espressioni diffamarorie o ingiuriose e diritto d'opinione

l'insindacabilità delle opinioni dei parlamentari

diffamazione commesso nell"ambito di una trasmissione televisiva

Posto che l'insindacabilità delle opinioni dei parlamentari non si estende a soggetti terzi, l'emittente televisiva che ha messo in onda un programma, nel quale il presentatore ha pronunciato parole offensive o denigratorie, può essere chiamata a rispondere dell'illecito eventualmente commesso (in applicazione del suddetto principio, la Suprema Corte ha confermato la sentenza di merito, che aveva escluso l'estensione dell'immunità, all'emittente televisiva che aveva mandato in onda le dichiarazioni offensive di un deputato - cfr., amplius, il volume "Responsabilita' oggettiva e semioggettiva", Riccardo Mazzon, Utet, Torino 2012):

"l'art. 68 cost., allo scopo di preservare la funzione parlamentare da indebite interferenze e da illeciti condizionamenti, deroga eccezionalmente alla parità di trattamento davanti alla giurisdizione, introducendo una causa soggettiva di esclusione della punibilità, che mette al riparo il parlamentare da tutte le azioni civili (oltre che penali), sia dirette che in via di regresso; conseguentemente, dalla strumentalità dell'immunità allo svolgimento della funzione e dalla sua non incidenza sulla illiceità del fatto, deriva che l'immunità non può essere estesa oltre le persone di coloro che tale funzione esercitano" (Cass. civ., sez. III, 16 marzo 2010, n. 6325, GCM, 2010, 3, 376 – conforme - Cass. civ., sez. III, 13 luglio 2010, n. 16382, FI, 2011, 6, 1817).

L"emittente televisiva risponde ex articolo 2049 del codice civile, quale responsabile civile, del danno da diffamazione commesso nell"ambito di una trasmissione televisiva – particolarmente efficace risulta la ricostruzione, in argomento, recentemente operata dalla Suprema Corte, secundo la quale l'affidamento, da parte di un'emittente televisiva, della conduzione di una trasmissione di commento all'attualità politica e sociale a una persona ben nota per la mancanza di remore nella manifestazione del pensiero, al fine di capitalizzarne l'innegabile attrattiva in termini di audience, traducendosi nella messa in onda di una trasmissione-spettacolo, centrata sui dati caratteriali di un personaggio politico capace di "bucare lo schermo", pur se a rischio dell'onore e della reputazione altrui, comporta a carico dell'emittente la responsabilità di cui all'art. 2049 c.c. per i danni arrecati ai terzi,

"non richiedendosi, ai fini della configurabilità del rapporto di preposizione, un vincolo di dipendenza, ma essendo sufficiente anche una mera collaborazione od ausiliarità del preposto, nel quadro dell'organizzazione e delle finalità dell'impresa gestita dal preponente, e prescindendosi dalla colpa del preponente, in quanto la responsabilità è imputata a titolo oggettivo, avendo come suo presupposto la consapevole accettazione dei rischi insiti in quella particolare scelta imprenditoriale" (Cass. civ., sez. III, 16 marzo 2010, n. 6325, GCM, 2010, 3, 376) -,

anche quando quest'ultima si spinga oltre la semplice intervista del diffamatore, ad esempio, partecipando alla ricostruzione scenica di una vicenda di vita vissuta, realizzata in accordo e con la regia del personale della stessa emittente (cfr. la seguente pronuncia, riguardante fattispecie nella quale la Suprema Corte ha ritenuto sussistente il rapporto di commissione, sia pure solo occasionale, fra la Rai e l'imputata, del reato diffamazione commesso durante una trasmissione televisiva, mettendo in evidenza che l'imputata non si era prestata ad una semplice intervista, ma alla costruzione di un vero e proprio spettacolo nel quale era l'interprete della propria storia - è stata, quindi ritenuta fondata la domanda risarcitoria nei confronti del responsabile civile -):

"in tema di risarcimento del danno da reato, la responsabilità indiretta del committente è configurabile anche quando le persone che si sono rese responsabili dell'illecito siano soltanto inserite, temporaneamente ed occasionalmente, nella organizzazione aziendale ed abbiano agito, in quel contesto, per conto e sotto la vigilanza dell'imprenditore" (Cass. pen., sez. V, 8 febbraio 2006, n. 6700, L.B., RCP, 2006, 9, 1556; DeG, 2006, 24, 43; CED, 2006, rv 234004).

Si vedano, in argomento, anche le seguenti pronunce,

"alla diffamazione commessa tramite la televisione non è applicabile il regime di responsabilità oggettiva previsto dalla l. 8 febbraio 1948 n. 47, nei confronti dell'editore, ma quello comune dell'art. 2043 c.c.; e pertanto non sussiste la responsabilità civile dell'emittente televisiva qualora le affermazioni diffamatorie pronunciate nel corso della trasmissione siano state imprevedibili e il conduttore della stessa si sia da esse dissociato" (Trib. Roma 22 maggio 1997, GM, 1997, 915),

la seconda in tema di concorrenza sleale a mezzo stampa (nella specie, un giornalista, con articolo pubblicato su un periodico, aveva reclamizzato i libri di una casa editrice, con valutazioni denigratorie nei confronti dei prodotti di società concorrente: la Suprema Corte, alla stregua del principio di seguito riportato, ha ritenuto correttamente affermata dai giudici del merito la responsabilità di quella casa editrice per concorrenza sleale, in relazione agli obiettivi interessi perseguiti da quella pubblicazione, nonché esclusa l'applicabilità in materia delle disposizioni dettate dall'art. 2049 c.c., in quanto la responsabilità indiretta dell'imprenditore, per atti illeciti concorrenziali posti in essere da un dipendente o da un ausiliario, è autonomamente disciplinata dall'art. 2598 n. 3 c.c., il quale a detto fine non richiede integrazione alcuna mediante rinvio all'art. 2049 c.c. ):

"l'art. 2598 n. 3 c.c., ove prevede la configurabilità di atti di concorrenza sleale a carico dell'imprenditore che si avvalga "indirettamente " di mezzi non conformi ai principi della correttezza professionale, ed idonei a danneggiare l'altrui azienda, implica che la responsabilità di detto imprenditore, per l'atto concorrenziale illecito posto in essere da un terzo in attuazione di un suo interesse, va affermata in forza di una presunzione di sua partecipazione volontaria all'atto stesso, fino a prova contraria, e, quindi, ancorché quel terzo non abbia agito in qualità di dipendente od ausiliario e nell'esercizio delle incombenze affidategli" (Cass. civ., sez. I, 10 luglio 1978, n. 3446, RCP, 1979, 53; GI, 1979, I, 1137, 1; GC, 1979, I, 334).



Autore

immagine A3M

Visite, contatti P&D

Nel mese di agosto 2020 Persona & Danno ha registrato oltre 241.000 visite.

Articoli correlati