Articoli, saggi, Generalità, varie -  Redazione P&D - 2014-04-11

DIRITTO E MEDICINA IN DIALOGO : IL LOGOS DELLA PROPORZIONE - Paolo ZATTI

C" è una storia affascinante dell"idea di proporzione, che sta all"origine di un modo antico di pensare alla filosofia, alla matematica, alla musica, e alla medicina come al diritto. Chi la volesse ripercorrere può agevolmente farlo nelle pagine di Simone Weil raccolte nel libro "La rivelazione greca" (Adelphi).

Nasce dall"idea di armonia, e da quella, che vi è implicita, di un termine medio o piuttosto mediatore– proporzionale - tra grandezze progressive, o tra contrari che si legano dialetticamente.

La medicina greca si concepisce, nel Simposio, come proporzione: il medico Eurissimaco non dice che la medicina cerca o pratica la proporzione, ma che "è proporzione": è un pensiero armonico, che si specchia nella "configurazione ordinata" (kosmos) del corpo, e che ne asseconda la proporzione e l"equilibrio.

Certo, la fonte del logos della proporzione non è una scientificità in senso moderno; appartiene a un pensiero che procede dall"immagine del mondo visibile a quella dell"invisibile e viceversa; ma questo non impedisce al criterio di armonia – che in matematica e fisica prende il nome di "eleganza" – di riproporsi al centro del pensiero scientifico contemporaneo.

La medicina altamente tecnologica degli ultimi decenni del Novecento ha vissuto e vive una tentazione di onnipotenza, e di riflesso la tentazione ad asservire la cura del singolo allo spostamento dei confini delle proprie capacità di vincere la malattia e di allontanare la morte.

La preoccupazione della proporzionalità, ma più profondamente il logos della proporzione, si sono fortemente appannati fino a sembrare perduti. La ricerca del risultato " positivo" in termini monovaloriali di progresso della sopravvivenza ha fatto smarrire alla medicina non solo la misura (proporzionalità) delle cure, ma la misura di sé, un aspetto essenziale della propria identità gnoseologica ed etica.

E" merito della bioetica di avere ripreso il filo della proporzione nella luce della beneficialità della terapia, e averne stimolato e assecondato il recupero deontologico. Il criterio di proporzionalità di cui discorriamo a proposito della terapia "appropriata", è un aspetto limitato ma cruciale; in questo criterio operativo l"antico logos si è conservato nel tempo, ed ora può essere valorizzato ed espanso.

Negli ultimi dieci anni, a me è sembrato di osservare un promettente crescendo di questo ritorno alla proporzione come attitudine di pensiero, come modo di concepirsi della medicina. Negli ambienti sanitari più esposti sui fronti delle malattie degenerative, della surrogazione delle funzioni d"organo, del fine vita, il problema quotidiano della proporzione si impone sempre più fortemente e si riflette nei protocolli, nelle buone pratiche, nelle linee guida, "rianimando" – è il caso di dire- l"antica identificazione della medicina nella "misura".

Rimando qui al recente documento della Siiarti " Grandi insufficienze d"organo "end stage": cure intensive o cure palliative? "Documento condiviso" per una pianificazione delle scelte di cura. Chi lo legge nella sua interezza si avvede che il criterio della proporzionalità, chiaramente e fortemente espresso tra gli statements etici, impregna in realtà tutta la descrizione dei problemi e lo studio e proposta di criteri di valutazione e trattamento, in una logica pervasiva di attenzione alla misura.

La proporzionalità delle cure esprime e rivela una medicina che riprende , nei termini adeguati alla sia attuale scientificità,   l"antica ispirazione alla proporzione, e vi ritrova la misura di sé.

La riflessione in ambito giuridico presenta, a me pare, una evoluzione convergente. A sua volta, il diritto nasce come "discesa" di armonie cosmiche nella concretezza della civitas e dei suoi conflitti attraverso una intermediazione (interpretazione) che si regge sulla proporzione.

Nella sua lunga storia di secolarizzazione, il diritto conserva il suo riferimento all"equilibrio degli interessi o dei "beni" tutelati, alla conseguente misura di sacrificio e di poteri nella costruzione dei rapporti; perfino nel formalismo questa idea non si smarrisce almeno in quanto proprio alla forma si attribuisce il ruolo di creare misura e argine nelle relazioni civili. E" a partire da radici molto antiche che tra i principi generali del diritto, non scritti, si annoverano ragionevolezza e proporzionalità.

In campo di diritto della medicina, la traccia evidente di questo criterio sta sia nel criterio di proporzionalità delle cure, sia, ancor prima, nel tentativo di stabilire normativamente un equilibrio della relazione tra competenza del medico e autonomia della persona.

Se si volesse misurare il successo di questo tentativo, il risultato sarebbe ancora oggi molto deludente. La deforme applicazione del principio del consenso ha creato stridore, ipocrisia, irrigidimento   più che equilibrio. La stessa proporzionalità non è stata affermata in termini e con fermezza adeguati in rapporto all"urgenza e al peso di quel controvalore che è divenuto l"assoluto imperativo a prolungare la sopravvivenza. Troppe volte il giurista, il giudice, il procuratore della Repubblica hanno imposto a malati e famiglia – e ai loro medici – pesi che, come qualcuno diceva dei Farisei (non tanto malvagi quanto formalisti ) non avrebbero toccato neppure con un dito .

Anche nel diritto, come nella medicina, questa inefficienza ha fonte in una perduta consapevolezza della propria misura. La debolezza degli imperativi di proporzione sta nella appannata coscienza del diritto di essere proporzione.

Come nella medicina, così nel diritto, il nucleo della proporzionalità della terapia sembra poter "rianimare" un più profondo recupero della misura nello sforzo di proporre soluzioni adatte alla medicina. Nell"ultimo decennio il diritto si spinge a ritrovare una identità gnoseologica ed etica offuscata quando non perduta nelle interpretazioni formali e causidiche di norme che incidono sulla vita e sulla morte delle persone, e sempre su vicende di grande sofferenza.

Ci sono due aspetti del logos della proporzione che la riflessione dei giuristi – ma è meglio dire dei biogiuristi - cerca negli ultimi anni di "rianimare".

Il diritto non può farsi strumento di proporzione in un rapporto se non conosce le forze all"opera nel rapporto medesimo, le grandezze da collegare con un medio proporzionale ; solo questa conoscenza, che è conoscenza dell"ecologia dell"ambiente ( relazionale) in cui la norma si vuole inserire, consente al diritto di "proporzionarsi" al problema e di studiare, offrire, imporre norme "proporzionate" ovvero " a misura" del compito. Questo significa cose concrete: studiare le prassi mediche, metterle al fuoco dei valori che il diritto deve proteggere, selezionare le pratiche più prossime alla proporzione che si deve garantire, e validarle normativamente.

Il diritto deve avere piena consapevolezza della propria misura, che non è quella dell"etica, ma quella della norma giuridica, la quale , come la freccia di Zenone, è sempre di uno spazio "lontana dal bene" (Weil). Il diritto cioè non deve dimenticare il suo lato d"ombra, che è la forza, e misurare con molta attenzione il confine del suo intervento là dove questo lato d"ombra possa rivelarsi come contrario a valori costitutivi della stessa giuridicità così come si costituisce nell"esperienza dello Stato pluralista; a partire dal confine primario dell"habeas corpus, per arrivare al criterio caro a Guido Calabresi: non espellere una concezione morale dalla Costituzione, a meno che non sia contraria alla dignità quale è posta alla base dell"ordinamento.

Questi sviluppi, che ho malamente cercato di riassumere, sono per me la cosa più importante degli ultimi anni nella relazione tra diritto e medicina: il logos della (propria) proporzione, se sviluppato nella cultura giuridica e medica, può consentire a entrambi di perseguire (scoprire e assecondare) la proporzione propria al rapporto di cura; quella, senza la quale la cura è altro da sé, perché non è cura della persona: è applicazione di tecniche terapeutiche, che è altra cosa, e cosa "s-misurata" perché non proporzionata alla persona del malato.

Proporzione come misura di sé, proporzione del rapporto, proporzione alla persona: criteri costruttivi di un buon diritto e di una buona medicina.



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