Articoli, saggi, Obbligazioni, contratti -  Mazzon Riccardo - 2016-04-14

Disciplina degli atti ulnilaterali: nella denuncia dei redditi e nel rapporto di lavoro, in particolare - Riccardo Mazzon

Le norme che regolano i contratti si osservano, in quanto compatibili, anche per tutti gli atti unilaterali tra vivi aventi contenuto patrimoniale: si pensi, ad esempio, alla dichiarazione dei redditi, al licenziamento, alle dimissioni, alle diffide, ai pagamenti.

Salvo diverse disposizioni di legge, le norme che regolano i contratti si osservano, in quanto compatibili, anche per tutti gli atti unilaterali tra vivi aventi contenuto patrimoniale; così, ad esempio, muovendo dalla natura negoziale dell'atto di disdetta, va estesa a quest'ultimo, per il tramite dell'art. 1324 c.c., la disciplina della conversione dell'atto nullo prevista dall'art. 1424 c.c. - cfr., amplius, "RISARCIMENTO DEL DANNO PER INADEMPIMENTO CONTRATTUALE", Riccardo Mazzon, Rimini 2014 -: ecco, allora, che il diniego di rinnovazione della locazione in relazione alla prima scadenza, affetto da nullità, ben può convertirsi in una disdetta cosiddetta semplice od a regime libero, valida per la seconda scadenza contrattuale, a condizione che l'atto contenga i requisiti di sostanza e di forma dell'atto diverso e che

"l'atto convertito risponda allo scopo perseguito con quello nullo" (Trib. Bari sez. III 27 giugno 2012 n. 2201, www.giurisprudenzabarese.it, 2013).

Per un"applicazione in tema di revocatoria fallimentare, si confronti la seguente pronuncia, laddove precisa che, qualora un terzo abbia pagato nel periodo sospetto un debito del fallito, impiegando denaro di costui, tale pagamento resta assoggettato a revocatoria, nei confronti del creditore che risulti consapevole dello stato di insolvenza dell'obbligato, non rilevando la sua eventuale convinzione in ordine alla utilizzazione da parte del "solvens" di danaro proprio, dal momento che l'atto medesimo viene a incidere direttamente sul patrimonio del fallito in violazione della regola della "par condicio", la quale non subisce limitazioni o eccezioni

"per gli stati soggettivi di buona fede diversi da quelli attinenti alla situazione di dissesto del debitore" (Cass. civ. sez. I 15 luglio 2011 n. 15691, GDir, 2011, 37, 61).

Da rilevare, altresì, che anche l'art. 11, l. n. 241 del 1990 stabilisce come si applichino anche agli atti della Pubblica Amministrazione - in quanto compatibili -, le disposizioni del codice civile sulle obbligazioni e i contratti, ivi compreso l'art. 1324 c.c. (sugli atti unilaterali tra vivi aventi contenuto patrimoniale): è sulla base di tale principio normativo che si può affermare, ad esempio, come la normativa sugli accordi endoprocedimentali si applichi anche alle dichiarazioni unilaterali aventi analoga funzione, quali componenti essenziali — o presupposti — degli atti dell'Amministrazione (così, da ultimo, Consiglio di Stato sez. VI 21 settembre 2011 n. 5300, FACS, 2011, 9, 2873).

Si rammenti, altresì, in argomento come il potere di cognizione del giudice contabile sull"atto dell"amministrazione - qualunque sia la sua natura - e sul conseguente rapporto giuridico assorba i corrispondenti poteri di cognizione del giudice ordinario e amministrativo, proprio perché il concetto di illiceità, definito dall"art. 1343 c.c., non è incompatibile con una impostazione pubblicistica in termini di legittimità degli atti amministrativi; ciò valga anche relativamente alla materia degli incarichi esterni: in tal ambito, illegittimità amministrativa e illiceità civilistica si sovrappongono e, in buona parte tendono a coincidere; d"altra parte, nell"ambito dell"attività dell"amministrazione classificabile di diritto privato, il giudice contabile non ha meno poteri del giudice ordinario e, ai fini della responsabilità amministrativa, può sindacare il rapporto giuridico derivante da contratto o atto unilaterale dell"amministrazione, secondo i dettami dell"art. 1324 c.c. e 1418 e segg. c.c.:

"la controprova è, che in teoria, in assenza della giurisdizione contabile, l"amministrazione danneggiata potrebbe agire proprio davanti al giudice ordinario" (Corte Conti reg. sez. giurisd. 25 giugno 2013 n. 2489, www.dejure.it).

Breve cenno merita, nell"ambito degli atti unilaterali, la c.d. dichiarazione dei redditi; infatti, sebbene le denunce dei redditi costituiscano di norma delle dichiarazioni di scienza, e possano quindi essere modificate ed emendate in presenza di errori che espongano il contribuente al pagamento di tributi maggiori di quelli effettivamente dovuti, nondimeno quando il legislatore subordina la concessione di un beneficio fiscale ad una precisa manifestazione di volontà del contribuente, da compiersi direttamente nella dichiarazione attraverso la compilazione di un modulo predisposto dall'erario, la dichiarazione assume per questa parte il valore di un atto negoziale, come tale irretrattabile anche in caso di errore, salvo che il contribuente dimostri che questo fosse conosciuto o conoscibile dall'amministrazione: è in applicazione di tale principio, ad esempio, che la Suprema Corte ha confermato recentemente una sentenza di merito, la quale aveva escluso che avesse diritto all'applicazione dell'aliquota ridotta sugli utili d'impresa prodotti dai maggiori investimenti, ai sensi degli art. 1 e 3 d.lg. 18 dicembre 1997 n. 466 (c.d. dual income tax), il contribuente che, per errore, non aveva manifestato la volontà di beneficiarne,

"compilando l'apposito modulo "RC" da allegare alla dichiarazione dei redditi" (Cass. civ. sez. trib. 22 gennaio 2013 n. 1427, GC, Massimario 2013).

Resta così confermato il principio generale secondo cui, qualora il contribuente intenda far valere, in sede di impugnazione avverso un atto impositivo, l'errore commesso nella compilazione della dichiarazione dei redditi, che sia relativo all'indicazione di dati riferibili non già ad esternazioni di scienza e di giudizio ma ad espressione di volontà negoziale, lo stesso è onerato a fornire la prova della rilevanza dell'errore con riguardo ad entrambi i requisiti della essenzialità e della obiettiva riconoscibilità (da valutarsi secondo la diligenza propria che deve essere richiesta agli uffici accertatori), secondo la disciplina generale dei vizi della volontà di cui agli art. 1427 e ss. c.c., estesa dall'art. 1324 c.c. agli atti unilaterali in quanto compatibile.

Proprio in applicazione del principio de quo, la Suprema Corte ha recentemente confermato una sentenza di merito, oggetto d"impugnazione, rilevando l'inemendabilità dell'errore nell'indicazione di quali delle perdite di esercizio, verificatesi negli anni pregressi, si intendesse utilizzare in diminuzione del reddito prodotto nell'anno oggetto di dichiarazione, in quanto lo stesso, riferito ad una manifestazione di volontà negoziale, inerente all'esercizio della facoltà di opzione da esercitare separatamente in relazione alle perdite di ciascuno dei cinque anni precedenti, era

"privo del necessario requisito della obiettiva riconoscibilità" (Cass. civ. sez. trib. 11 maggio 2012 n. 7294 GC, Massimario 2012, 5, 590, DeG, 2012, 15 maggio 2012, FI, 2012, 7-8, I, 2075).

Ampia rassegna occupa l"istituto qui in esame nell"ambito del contratto di lavoro; si pensi, ad esempio, a come sia configurabile il licenziamento per ritorsione (diretta o indiretta: esso costituisce l"ingiusta ed arbitraria reazione ad un comportamento legittimo del lavoratore colpito - in caso di ritorsione diretta -, o di altra persona ad esso legata e pertanto accomunata nella reazione - in caso di ritorsione indiretta - che attribuisce al licenziamento il connotato dell"ingiustificata vendetta) quale licenziamento nullo quando il motivo ritorsivo, come tale illecito, sia l"unico determinante dello stesso e ciò proprio ai sensi del combinato disposto degli articoli 1418 comma 2, 1345 e 1324 del codice civile (Trib. Novara sez. lav. 13 settembre 2013, www.dejure.it); o come le dimissioni del lavoratore rassegnate sotto minaccia di licenziamento per giusta causa siano annullabili per violenza morale solo qualora venga accertata - con onere probatorio a carico del lavoratore che deduce l'invalidità dell'atto di dimissioni - l'inesistenza del diritto del datore di lavoro di procedere al licenziamento per insussistenza dell'inadempimento addebitato al dipendente, dovendosi ritenere che, in detta ipotesi, il datore di lavoro, con la minaccia del licenziamento,

"persegua un risultato non raggiungibile con il legittimo esercizio del diritto di recesso" (Cass. civ. sez. lav. 25 maggio 2012 n. 8298, FI, 2012, 7-8, I, 2062, GC, Massimario 2012, 5, 669, GC, 2013, 9, I, 1868).

Naturalmente, ai fini della sussistenza della incapacità di intendere e di volere, costituente causa di annullamento del negozio (nella specie, dimissioni), non occorre la totale privazione delle facoltà intellettive e volitive, essendo sufficiente la menomazione di esse, tale comunque da impedire la formazione di una volontà cosciente, facendo così venire meno la capacità di autodeterminazione del soggetto e la consapevolezza in ordine all'atto che sta per compiere: la valutazione in ordine alla gravità della diminuzione di tali capacità è riservata al giudice di merito e non è censurabile in cassazione se adeguatamente motivata, dovendo l'eventuale vizio della motivazione emergere, in ogni caso, direttamente dalla sentenza e non dal riesame degli atti di causa, inammissibile in sede di legittimità (Cass. civ. sez. lav. 1 settembre 2011 n. 17977, GC, Massimario, 2011, 9, 1265)

Ancora, l'impugnativa stragiudiziale, ex art. 6 legge n. 604 del 1966, può efficacemente essere eseguita in nome e per conto del lavoratore licenziato dal suo difensore, previamente munito di apposita procura, senza che il suddetto rappresentante abbia l'onere di comunicarla o documentarla, nel termine di cui al citato art. 6, al datore di lavoro, salvo che questi non gliene faccia richiesta ai sensi dell'art. 1393 c.c., applicabile ex art. 1324 c.c. anche agli atti unilaterali (e, a sua volta, l'anteriorità della procura rispetto all'impugnativa manifestata dal rappresentante può dimostrarsi in giudizio con ogni mezzo: Cass. civ. sez. lav. 18 maggio 2012 N. 7866 GC, Massimario 2012, 5, 631); in argomento, si confronti anche la seguente pronuncia secondo cui l'intimazione a corrispondere le differenze retributive dovute ad un lavoratore, fatta da un rappresentante sindacale che dichiari di agire nell'interesse del lavoratore, è idonea ad interrompere la prescrizione: un tanto perché, ai fini dell'interruzione della prescrizione, l'intimazione scritta ad adempiere può essere validamente effettuata non solo da un legale che si dichiari incaricato dalla parte, ma anche da un mandatario o da un incaricato, alla sola condizione che il beneficiario ne intenda approfittare, e senza che occorra il rilascio in forma scritta di una procura per la costituzione in mora,

"potendo questa risultare anche solo da un comportamento univoco e concludente idoneo a rappresentare che l'atto è compiuto per un altro soggetto, nella cui sfera giuridica è destinato a produrre effetti" (Cass. civ. sez. lav. 9 maggio 2012 n. 7097, GC, Massimario 2012, 5, 579).

"Le dimissioni del lavoratore subordinato costituiscono atto unilaterale recettizio avente contenuto patrimoniale a cui sono applicabili, ai sensi dell'art. 1324 c.c., le norme sui contratti, salvo diverse disposizioni di legge. Ne consegue che l'atto delle dimissioni è annullabile ove il dichiarante provi di trovarsi, al momento in cui è stato compiuto, in uno stato di privazione delle facoltà intellettive e volitive, anche parziale purché tale da impedire la formazione di una volontà cosciente, dovuto a qualsiasi causa, pure transitoria, e di aver subito un grave pregiudizio a causa dell'atto medesimo, senza che sia richiesta la malafede del destinatario. Inoltre, ai fini dell'annullamento del negozio, non è necessaria una malattia che annulli in modo assoluto le facoltà psichiche del soggetto, essendo sufficiente un turbamento psichico risalente al momento della conclusione del negozio tale da menomare gravemente, anche senza escluderle, le facoltà volitive e intellettive, che devono risultare diminuite in modo da impedire od ostacolare una seria valutazione dell'atto o la formazione di una volontà". (Cass. civ. sez. lav. 30 maggio 2011 n. 11900, GDir, 2011, 29, 54).



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