Articoli, saggi, Obbligazioni, contratti -  Mazzon Riccardo - 2016-03-31

DISCIPLINA DEI CONTRATTI: SONO TUTTI SOTTOPOSTI ALLE NORME GENERALI DEL CODICE CIVILE? - Riccardo MAZZON

La normativa che disciplina i contratti: ai contratti non espressamente disciplinati dal codice civile sono applicabili - oltre alle norme generali in materia di contratti - quelle regolatrici dei singoli contratti nominati, tutte le volte in cui il concreto atteggiarsi del rapporto, quale risultante dagli interessi delle parti, evidenzi l'esistenza di situazioni analoghe a quelle disciplinate da queste ultime.

Se è vero che tutti i contratti, ancorché non appartengano ai tipi che hanno una disciplina particolare, sono sottoposti alle norme generali contenute nel codice civile, è altrettanto pacifico come la disciplina dei tipi contrattuali non previsti dall'ordinamento risulti solo in parte da quanto stabilito dall'art. 1323 c.c. - cfr., amplius, "RISARCIMENTO DEL DANNO PER INADEMPIMENTO CONTRATTUALE", Riccardo Mazzon, Rimini 2014 -, nel senso che, ove non sia risolubile il problema interpretativo-applicativo dello schema negoziale predisposto dalle parti in base alle norme del titolo II, libro IV, c.c., si potrà far ricorso, per via analogica, anche alle norme sui singoli contratti espressamente regolati dalla legge e, in particolare, a quelle regolatrici della fattispecie principale, ferma restando, comunque, l'applicabilità, anche ai contratti innominati, dei principi generali dell'ordinamento,

"come quelli dell'affidamento, buon andamento ed imparzialità" (Cons. Stato sez. IV 7 settembre 2010 n. 6485, CDS, 2010, 9, 1834).

Ecco, dunque, che ai contratti non espressamente disciplinati dal codice civile sono applicabili - oltre alle norme generali in materia di contratti - quelle regolatrici dei singoli contratti nominati, tutte le volte in cui il concreto atteggiarsi del rapporto, quale risultante dagli interessi delle parti, evidenzi l'esistenza di situazioni analoghe a quelle disciplinate da queste ultime; si pensi, ad esempio, alla locazione finanziaria cd. "traslativa": qualora tale tipo contrattuale si risolva per inadempimento dell'utilizzatore, la disciplina applicabile in via analogica sarà quella dettata dall'art. 1526 c.c., per la risoluzione del contratto di vendita con riserva di proprietà, di talché il venditore, da un canto, dovrà restituire i canoni riscossi e, dall'altro, avrà diritto ad un equo compenso per l'uso della cosa, oltre al risarcimento del danno (l'equo compenso ricomprendendo la remunerazione del godimento del bene, il deprezzamento conseguente alla sua non commerciabilità come nuovo, il logoramento per l'uso - escluso, pertanto, il mancato guadagno -; il risarcimento del danno derivando, a sua volta, da un – eventuale - deterioramento anormale della cosa dovuto all'utilizzatore).

In particolare, precisa anche la giurisprudenza della Suprema Corte quanto al risarcimento del danno, qualora il contratto ne prevedesse la liquidazione attraverso una clausola penale, questa potrà essere ridotta dal giudice (art. 1384 c.c.) se eccessiva - tenendo conto del guadagno che il concedente si attendeva dal contratto se l'utilizzatore avesse adempiuto alla propria obbligazione di pagamento dei canoni - senza che, in contrario, possano ritenersi funzionali ad altra, diversa interpretazione le disposizioni di cui agli art. 13 ss. della convenzione di Ottawa dettate in tema di leasing internazionale (e recepite dall'ordinamento italiano con l. 14 luglio 1993 n. 259), le quali, per converso, se rettamente interpretate, conducono a

"soluzione ermeneutica affatto analoga a quella sopra indicata" (Cass. civ. sez. III 13 gennaio 2005 n. 574 GC, Massimario 2005, 1).

Naturalmente, resta sempre inteso che, in materia contrattuale, pur essendo l"obbligo di restituzione della prestazione ricevuta un effetto naturale della risoluzione del contratto, non di meno, sul piano processuale, è necessario che la parte proponga specifica domanda ai fini di detti effetti restitutori; un tanto vale anche, come amplius riferito nel paragrafo 2.4., capitolo secondo, del volume "RISARCIMENTO DEL DANNO PER INADEMPIMENTO CONTRATTUALE", Riccardo Mazzon, Rimini 2014, per l'atto unilaterale (anche eventualmente ancorato a fenomeni pubblici: si pensi alle obbligazioni urbanistiche), da interpretarsi, ai sensi degli artt. 1323 e 1366 del c.c., secondo buona fede:

"e quindi va escluso che una condizione ivi posta vada a configurare un evento illecito. pertanto l'evento costituito dalla modifica del regime urbanistico delle aree in parola non può interpretarsi come modifica destinata a permanere sine die a prescindere da qualsiasi utilizzo delle aree stesse: ciò sarebbe contrario ai principi generali del diritto urbanistico, e a ben vedere anche all'ordine pubblico, perché equivarrebbe alla abdicazione da parte del Comune al suo potere di governo del territorio" (T.A.R. Brescia sez. I 26 gennaio 2009 n. 92 Foro Amministrativo - T.A.R. (Il) 2009, 1, 25; più in generale: Cass. civ. sez. II 06 febbraio 2013 n. 2839 GDir, 2013, 15, 43).



Autore

immagine A3M

Visite, contatti P&D

Nel mese di agosto 2020 Persona & Danno ha registrato oltre 241.000 visite.

Articoli correlati