Legislazione e Giurisprudenza, Filiazione, potestà, tutela -  Gasparre Annalisa - 2014-06-19

DISCONOSCIMENTO DI PATERNITA' E DIRITTO A MANTENERE IL COGNOME - Cass. 8876/2014 - A.G.

Il caso al vaglio della Suprema Corte riguardava il disconoscimento di paternità ottenuto da un uomo rispetto al figlio nato durante il matrimonio. I sospetti del padre anagrafico si erano trasformati in certezza a seguito degli esami ematologici che portavano, dunque, al disconoscimento di paternità. L'uomo aveva altresì esercitato il diritto a vedere cancellato il suo cognome, attribuito al ragazzo alla nascita, cognome sostituito, ad opera dell'ufficiale di stato civile, con quello della madre.

Vista la durata della battaglia legale - oltre dieci anni - il figlio, però, riteneva che non fosse corretta tale decisione di cambiare il cognome e chiedeva di mantenere il cognome del presunto padre. A sostegno di tale diritto evidenziava che, all'epoca dell'azione, era in vigore la norma che subordinava l'esame delle prove tecniche alla previa dimostrazione dell'adulterio della moglie, giacché il procedimento iniziava prima della sentenza con cui la Corte costituzionale (nel 2006) cancellava tale incombente preliminare e che, dunque, in quella vigenza, non era stato necessario proporre domanda di mantenimento del cognome originario.

Avverso tale tesi, la Cassazione chiarisce che sin dal 1994 la Corte costituzionale "ha osservato che, posto che nella disciplina giuridica del nome confluiscono esigenze di natura sia pubblica che privata, ove si accerti che il cognome già attribuito ad un soggetto non è quello spettantegli per legge in base allo 'status familiae', l'interesse pubblico a garantire la fede del registro degli atti dello stato civile è soddisfatto mediante la rettifica dell'atto riconosciuto non veritiero, ma non può condurre a sacrificare l'interesse individuale a conservare il cognome mantenuto fino a quel momento nella vita di relazione e divenuto ormai segno distintivo dell'identità personale, tutelata dall'art. 2 Cost.; tanto più che, nel caso in cui la rettifica riguardi persona in età avanzata con discendenti, la negazione dell'interesse individuale finirebbe col pregiudicare lo stesso interesse generale alla certa e costante identificazione delle persone. Pertanto, ha dichiarato costituzionalmente illegittimo - per contrasto con l'art. 2 Cost. - l'art. 165 del r. d. 9 luglio 1939 n. 1238, nella parte in cui non prevedeva che, quando la rettifica degli atti dello stato civile, intervenuta per ragioni indipendenti dal soggetto cui si riferisce, comportava il cambiamento del cognome, il soggetto         stesso potesse        ottenere dal giudice il riconoscimento del diritto a mantenere il cognome originariamente attribuitogli ove questo fosse ormai da ritenersi autonomo segno distintivo della sua identità personale.

L'art. 95, comma 3, del DPR 3 novembre 2000, n. 396 ha codificato il principio enunciato con la pronuncia della Corte costituzionale, prevedendo che nell'ipotesi di rettificazione di atti dello stato civile «l'interessato può comunque richiedere il riconoscimento del diritto al mantenimento del cognome originariamente attribuitogli se questo costituisce ormai autonomo segno distintivo della sua identità personale».

Pertanto, sin dal 1994, nel corso del giudizio di primo grado, invocando lo jus superveniens costituito dalla pronuncia della Corte costituzionale, il C. (costituito a mezzo di curatore speciale) avrebbe potuto formulare la domanda diretta al mantenimento del cognome. Ciò a prescindere dalle probabilità di accoglimento dell'azione di disconoscimento e per l'ipotesi di positivo esperimento della stessa.

Dunque, la possibilità di formularla non è dipesa dalla pronuncia della Corte costituzionale sull'art. 235 c.c. né dalla pronuncia della Cassazione".



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