Legislazione e Giurisprudenza, Orientamento sessuale -  Redazione P&D - 2015-01-24

DISCRIMINAZIONE PER ORIENTAMENTO SESSUALE E LIBERTA' DI ESPRESSIONE: IL CASO TAORMINA - App. Brescia, 23.01.2015

L"antefatto. Durante la nota trasmissione radiofonica "La Zanzara", a domanda del conduttore, il pirotecnico avvocato, professore ed ex parlamentare Carlo Taormina prorompeva sostenendo che le persone omosessuali: «Mi danno fastidio. Parlano diversamente, si vestono diversamente, si muovono diversamente, è una cosa assolutamente insopportabile. È contro natura». E pertanto dichiarava con tono ultimativo: «Non assumerei mai un gay nel mio studio».

Mai come in questo caso verba non volant, sed manent.

L"associazione Avvocatura per i diritti LGBTI - Rete Lenford conveniva in giudizio, dinanzi al Tribunale di Bergamo, l"avv. Taormina, contestando il carattere discriminatorio delle sue dichiarazioni, ed in particolare quella per cui non avrebbe mai assunto all"interno del proprio studio persone omosessuali.

L"Associazione denunciava la sussistenza di una discriminazione diretta sulla base dell"orientamento sessuale in materia di occupazione vietata dall"art. 2 del d. lgs. 216/2003, dal momento che Taormina «in qualità di avvocato e titolare di uno studio legale in Roma, [aveva affermato] senza nessuna remora che eventuali candidati omosessuali vengono o verrebbero da lui respinti, in ragione del loro orientamento sessuale».

Nella specie, la direttiva 2000/78/CE (come attuata dal d.lgs 216/2003), come evidenziato dal suo art. 1, mira a stabilire un quadro generale per la lotta alle discriminazioni fondate sulla religione o le convinzioni personali, gli handicap, l'età o le tendenze sessuali, per quanto concerne l"occupazione e le condizioni di lavoro al fine di rendere effettivo negli Stati membri il principio di parità di trattamento.

Infatti, la circostanza che un datore di lavoro dichiari pubblicamente che non assumerà lavoratori dipendenti sulla base delle loro condizioni personali è idonea a dissuadere fortemente determinati candidati dal proporre le loro candidature e, quindi, a ostacolare il loro accesso al mercato del lavoro, configurando una discriminazione diretta nell"assunzione ai sensi della direttiva citata. L"esistenza di siffatta discriminazione diretta non presuppone un denunciante identificabile che asserisca di essere stato vittima di tale discriminazione, dato che si riconosce alle associazioni che abbiano un legittimo interesse a far garantire il rispetto della direttiva, ovvero all"organismo o agli organismi designati da quest"ultima, il diritto di avviare procedure giurisdizionali o amministrative intese a far rispettare gli obblighi inerenti.

Nella fattispecie, il giudice non ha fatto altro che applicare la regolamentazione antidiscriminatoria interna interpretandola in conformità alla normativa euro-unitaria.

Il giudice, dott.ssa Monica Bertoncini,  precisa che è atta ad integrare una discriminazione anche una condotta che, solo sul piano astratto, impedisce o rende maggiormente difficoltoso l"accesso all'occupazione; le stesse dichiarazioni costituiscono un ostacolo evidente alla pari opportunità dei lavoratori omosessuali poiché a fronte di simili dichiarazioni i candidati potrebbero già essere sfiduciati in partenza dal solo presentarsi come collaboratori allo studio professionale dell"avvocato.

La qualificazione di discriminatorietà può essere attribuita a un qualsiasi atto che determini un"oggettiva disparità di trattamento, avendosi riguardo agli effetti pregiudizievoli o di particolare svantaggio del trattamento meno favorevole e prescindendo dalle intenzioni del responsabile della discriminazione (Trib. Bergamo, sez. lav., 24 aprile 2013; App. Torino, 23 gennaio 2013).

La circostanza che un datore di lavoro abbia reso determinate dichiarazioni costituisce un elemento di cui il giudice può tener conto nella valutazione complessiva dei fatti, facendo presumer che egli conduca una politica di assunzione discriminatoria. La percezione del pubblico o degli ambienti interessati può costituire un indizio pertinente ai fini della valutazione complessiva delle dichiarazioni oggetto del procedimento principale. Qualora i fatti sulla base dei quali si può argomentare che sussiste discriminazione siano dimostrati dell"attore, l"effettiva applicazione del principio della parità di trattamento determina un"inversione dell"onere probatorio, richiedendo che siano i convenuti a dover dimostrare che non vi è stata violazione di detto principio (Corte giust. UE, sez. III, 25 aprile 2013, causa C-81/12, Asociaţia ACCEPT c. Consiliul Naţional pentru Combaterea Discriminării).

Nel caso di specie, la difesa di Taormina, forse poco avvezza alle cause in materia, non aveva proposto documentazione o istanze istruttorie volte a dimostrare l"assenza di pratiche discriminatorie nelle assunzioni presso il suo studio legale.

Il giudice pertanto, constatata l"impossibilità di richiedere alla società radiofonica la cancellazione della registrazione di quella trasmissione o di imporre obblighi incoercibili a carico del convenuto, ha ritenuto che solo la diffusione del provvedimento giudiziale, avente carattere stigmatizzante delle dichiarazioni rese, avrebbe avuto un effetto ostativo al ripetersi di simili forme di discriminazione.  Per l"effetto ordinava a Carlo Taormina la pubblicazione, a sue spese, di un estratto del presente provvedimento in formato idoneo a garantirne adeguata pubblicità e lo condannava al pagamento, nei confronti dell'Associazione avvocatura per i diritti Lgtbi, Rete Lenford, a titolo di risarcimento del danno, della somma di euro 10mila, oltre al rimborso delle spese processuali.

Il secondo round. La Corte d" Appello di Brescia ha respinto il ricorso proposto dall"avv. Taormina avverso l"ordinanza del Tribunale di primo grado che lo aveva condannato a risarcire l"Associazione Avvocatura per i diritti Lgbti-Rete Lenford per le dichiarazioni omofobe e discriminatorie.

La Corte d"Appello ha condiviso quanto già acclarato dal Tribunale, ovvero il carattere discriminatorio delle dichiarazioni rese dal legale ed ha confermato la condanna al pagamento del  risarcimento ed alla pubblicazione a sue spese dell"ordinanza su un quotidiano a tiratura nazionale.

Secondo i giudici bresciani l"avv. Taormina «ha manifestato, pubblicamente, una politica di assunzione discriminatoria» in contrasto con la normativa interna ed europea, trattandosi «di espressioni idonee a dissuadere gli appartenenti a detta categoria di soggetti dal presentare le proprie candidature allo studio professionale dell"appellante e quindi certamente ad ostacolarne l"accesso al lavoro ovvero a renderlo maggiormente difficoltoso». Il fatto poi che Taormina sia famoso costituisce un aggravante: «Questo non può che attribuire maggiore risonanza alle sue dichiarazioni, e quindi, parallelamente, maggiore dissuasività».

Taormina, nel suo ricorso in appello, aveva sostenuto di aver solo espresso un"opinione e che la liberta di espressione è sancita in Costituzione, tuttavia come replicato dai giudici di Brescia, se «è pure vero che l"art. 21 della Costituzione garantisce la libertà di manifestare il proprio pensiero con qualsiasi mezzo di diffusione, è altrettanto vero che questa libertà incontra i limiti degli altri principi e diritti che godono di garanzia e tutela costituzionale. È fin troppo noto che il concetto di limite è insito nel concetto di diritto, nel senso che per coesistere nell"ordinata convivenza civile, le varie sfere e situazioni giuridiche devono essere limitate reciprocamente. È quindi evidente che la libertà di manifestazione del pensiero non può spingersi sino a violare altri principi costituzionalmente tutelati», in particolare l"art. 2 (tutela del singolo cittadino nelle formazioni sociali dove si svolge la sua personalità, ovvero il luogo di lavoro), 3 (principio di uguaglianza), 4 (diritto al lavoro) e 35 (tutela del lavoro).

Restiamo in attesa di pubblicare il testo della sentenza integrale.



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