Legislazione e Giurisprudenza, Libertà costituzionali -  Mottola Maria Rita - 2014-12-06

DISCRIMINAZIONE RELIGIOSA E ETNICA: CHI E LEGITTIMATO AD AGIRE? – Maria Rita MOTTOLA

Il caso risale all"agosto 2009 quando il Comune di Varallo emanava due ordinanze e in attuazione delle stesse affiggeva alcuni manifesti per la cittadina montana. Le ordinanze vietavano di indossare il burkini su tutto il territorio comunale nelle strutture finalizzate alla balneazione, nonché il divieto di abbigliamento che possa impedire o rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, quale a titolo esemplificativo caschi motociclistici al di fuori di quanto previsto dal codice della strada e qualunque altro copricapo che nasconda integralmente il volto. I cartelli installati all"ingresso del paese di cartelli di dimensioni di 2 mt per 3 mt. riportavano la prescrizione su tutte le aree pubbliche è vietato l"uso di burqa, burqini e niqab, vietata l"attività a vu" cumpra" e mendicanti. La scritta era inserita all"interno di un simbolo indicante il divieto di sosta e corredata, sulla parte sinistra del cartello, da due immagini femminili abbigliate con il niqab ed il burqa e da un"immagine maschile, tutte con sovraimpresse due linee incrociate e l"epigrafe NO niqab e burqa e NO Vu cumprà e, sulla parte destra del cartello, da un"immagine femminile con il velo islamico e l"epigrafe SI velo.

Nessun esponente del mondo islamico o associazione di ispirazione mussulmana promuoveva alcuna azione per la rimozione di tali cartelli. Ma l"Associazione ASGI e alcuni privati cittadini, ritenendo tale condotta discriminatoria promuoveva un ricorso presso il Tribunale di Torino, insieme ad alcuni cittadini.

Si sollecitava da un lato la dichiarazione di illegittimità delle ordinanze sindacali e dall"altro l"ordine di cessazione della condotta discriminatoria e conseguentemente di rimozione dei cartelli ex art. 28 del d. lgs. n. 150/11, perché in violazione dell"art.43 d. lgs. 25.7.1998 n.286 (relativamente alla discriminazione avente ad oggetto l"origine etnica e le convinzioni e pratiche religiose) e dell"art.2 d. lgs. 9.7.2003 n.215, emanato in attuazione della Direttiva CE n.43 del 2000 (riguardo al divieto di discriminazione rappresentato da molestie poste in essere per motivi di origine etnica aventi lo scopo di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante od offensivo).

Durante le more del processo i cartelli venivano rimossi e i due ricorsi procedevano per l"accoglimento delle ulteriori domande.

Le ordinanze in esame pongono alcune considerazioni interessanti (competenza territoriale, per esempio o possibilità di decidere sulla liceità della condotta qualora la domanda principale – nel caso la rimozione dei cartelli – sia cessata a seguito di iniziativa non coartata della parte) ma ciò che qui si desidera sottolineare è la legittimazione attiva in tema di discriminazione.

Ai sensi dell"art.5, 3°c., d. lgs.vo n.215/03, legittimate ad agire, oltre ai soggetti passivi delle discriminazioni, sono solamente le associazioni e gli enti inseriti nell"elenco di cui al comma 1, e nei casi di discriminazione collettiva qualora non siano individuabili in modo diretto e immediato le persone lese dalla discriminazione. Il Tribunale di Torino, su tale presupposto riconosce la legittimazione ad agire del l"associazione ASGI

La stessa ordinanza del Tribunale di Torino nega la legittimazione attiva agli altri ricorrenti. Come si accennava in precedenza, non decide nel merito in quanto la domanda principale – rimozione dei cartelli – è stata già soddisfatta, per iniziativa dei convenuti, escludendo da un lato la sussistenza di interesse della parte e dall"altro la mancanza di conseguenze della condotta ancora in atto. Nel contempo respinge la domanda di rimozione dell"ordinanza sindacale perché la stessa non è ritenuta dal Tribunale discriminatoria, rivolgendosi alla generalità di cittadini e in sé non contenendo alcuna forma di offesa o intimidazione. In altre parole il Tribunale distingue e pone su piani differenti l"ordinanza quale atto amministrativo, in sé non discriminatoria, e la predisposizione dei cartelli che in realtà contengono frasi e immagini discriminatorie.

A complicare la vicenda nel corso della causa il Comune affiggeva nuovi manifesti nei quali si leggeva

VARALLO venite a scoprire la nostra meravigliosa città a tutti diciamo: se vuoi rispetto rispettaci… no al volto coperto, (salvo giustificati motivi) no all"accattonaggio, no ai venditori abusivi. Si a strade, marciapiedi e parchi puliti!!!, segue una traduzione in lingua araba, Saremo felici di ospitarvi.

Così si legge nell"ordinanza ora, tali cartelli, apposti successivamente in corso di causa, sono del tutto diversi da quelli originariamente oggetto del ricorso (e rimossi) giacché, come suvvisto, non contengono la riproduzione di alcuna figura femminile, abbigliata con il burqa o il niqab, o maschile, né alcun riferimento al divieto dell"uso di burqa, burqini o niqab o all"attività a vu cumprà, cosicché i fatti costitutivi rappresentanti l"attività discriminatoria, allegati da parte ricorrente per gli originari cartelli, non sono utilizzabili al fine di comprovare l"illegittimità di quelli installati successivamente.

Ma, al fine di accertare la soccombenza virtuale, Il Tribunale torinese ritiene illegittima la affissione dei cartelli L"ordinanza n.99/09, infatti, discriminava l"utilizzo di un costume da bagno, sostanzialmente corrispondente (tranne che per il materiale di fabbricazione) ad una muta da subacqueo (certamente mai vietata nelle strutture finalizzate alla balneazione), adottato espressamente da alcune credenti di religione islamica. I cartelli originari oggetto del ricorso introduttivo poi, così come descritti supra, erano certamente (e fortemente) discriminatori perché il divieto che dal cartello promanava veniva radicato tramite la focalizzazione del messaggio (tra l"altro, dai forti contenuti anche nelle immagini figurative) soprattutto sulle minoranze femminili ed islamiche; divieto reso ancor più tagliente dall"utilizzo improprio del simbolo del divieto di sosta (riferito a tutte le condotte vietate) che l"art.158 del Codice della Strada prevede per i veicoli e non per gli esseri umani".

Terminato il giudizio apparivano a Varallo alcuni manifesti che riportavano in alto il riferimento al Comune e riportavano le conclusione della decisione torinese.

Poiché le persone coinvolte si ritenevano offese e derise sia dalle parole del manifesto sia dalla sua stessa costruzione grafica ricorrevano, taluni presso il Tribunale di Vercelli, altri presso il Tribunale di Milano.

Il Tribunale di Milano che però sostanzialmente negava loro legittimazione ad agire interpretando l"art. 4 bis d. lgs. 215/2003 che recita ""la tutela giurisdizionale di cui all'articolo 4 si applica altresì nei casi di comportamenti, trattamenti o altre conseguenze pregiudizievoli posti in essere o determinate, nei confronti della persona lesa da una discriminazione diretta o indiretta o di qualunque altra persona, quale reazione ad una qualsiasi attività diretta ad ottenere la parità di trattamento", nel senso più restrittivo. O meglio, se si comprende il ragionamento del Tribunale lombardo poiché i ricorrenti avevano promosso un"azione senza avere la legittimazione attiva, se pur si verteva in una questione di discriminazione, non possono poi agire perché ""offesi"" solo per la loro azione di tutela dei diritti discriminati.

Il Tribunale di Vercelli ribalta il ragionamento affermando che i ricorrenti sono stati oggetto di attività ritorsiva a seguito della loro azione diretta a tutelare situazioni soggettive compromesse, a loro giudizio, da condotte discriminatorie. Tale conclusione è ovviamente condivisibile e ampiamente motivata dal Tribunale vercellese.



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