Legislazione e Giurisprudenza, Beni, diritti reali -  Mazzon Riccardo - 2013-11-11

DISTANZE, CONFINI E PREVENZIONE: LA POSSIBILITA' DI COLMARE EVENTUALI INTERCAPEDINI - RM

In ambito d"applicazione del principio di prevenzione, ci si chiede se, nel caso la costruzione del prevenuto non presenti una perfetta aderenza a quella realizzata dal preveniente, sia da concedere al primo la possibilità di colmare le intercapedini mediante opportuni accorgimenti:

"M.V., con atto di citazione notificato il 24 maggio 1985, premesso che R.M., edificando a confine con i terreni ed i fabbricati di esso attore, non aveva rispettato, sul lato - ovest, la distanza prescritta dall'art. 873 cod. civ., avendo creata un'intercapedine di 20 - 30 cm., e su altro lato aveva chiuso delle finestre esistenti da oltre vent'anni, convenne il R.M. innanzi al Tribunale di Sondrio, per sentirlo condannare ad arretrare la sua costruzione sino al rispetto della distanza regolamentare, oltre al risarcimento dei danni. Il convenuto, costituendosi, resisté alla domanda ed, in via riconvenzionale, chiese che fosse accertata la mancata ottemperanza dell'attore all'invito ad esercitare una delle facoltà previste dall'art. 875, cpv., cod. civ., con la conseguente condanna dello stesso ad estendere il proprio muro sino al confine ovvero a procedere alla sua demolizione. L'adito tribunale respinse entrambe le domande e la sua decisione, appellata da M. e D.V. eredi dell'attore, frattanto deceduto, è stata solo parzialmente riformata con sentenza resa dalla Corte d'Appello di Milano in data 17 dicembre 1999, che ha fatto obbligo al convenuto di eliminare l'intercapedine lunga mt. 3,12 e profonda da cm.20 a cm. 23 creata dal suo fabbricato con parte del fabbricato degli appellanti, mediante l'impiego di malte speciali di cemento plastico e miscele isolanti ed operando in maniera da evitare che il peso del riempimento gravasse sul muro dei V. Il giudice d'appello, premesso che la perfetta aderenza creatasi tra i due edifici veniva meno in considerazione di una rientranza della muratura esterna di proprietà V., avente le già descritte dimensioni e posta ad altezza di mt. 2,60 dal piano di calpestio, ha ritenuto che ciò desse luogo ad una situazione d'imperfetta aderenza, attribuibile alla rientranza del fabbricato V. ed alla mancata adesione del dante causa degli appellanti all'invito formulato in corso di causa dal convenuto ai sensi dell'art. 875 cod. civ.. Tale imperfetta aderenza, ad avviso della corte di merito, non determinava, però, l'illegittimità della costruzione del R.M. dal momento che la modesta intercapedine poteva essere eliminata agevolmente con la tecnica e l'accorgimento di cui si è detto. Quanto, poi, alla chiusura di due aperture poste sul lato sud - est dell'edificio V., la corte lombarda ha condiviso la valutazione espressa dai CC.TT.UU., secondo cui si trattava di semplici luci, la cui chiusura era, pertanto, consentita dalla legge, oltre che dalla convenzione conclusa in data 12 marzo 1968 (non 1868, come erroneamente secondo la Corte d'Appello), dai danti causa delle parti. Per la cassazione di tale sentenza hanno proposto ricorso M. e D.V. Resiste con controricorso R.M. Vi sono memorie per entrambe le parti" Cass. 24.3.04, n. 5894, GCM, 2004, 3 - cfr., amplius, "I rapporti di vicinato e le distanze legali: tutela e risarcimento" - Riccardo Mazzon - CEDAM 2013, in Collana SapereDiritto -.

La risposta è positiva, qualora l"adozione di cautele sia resa necessaria da anomalie non imputabili al prevenuto (ad esempio, se il preveniente abbia costruito secondo una linea spezzata):

"in tema di distanze fra edifici, nel caso in cui la costruzione del prevenuto non presenti una perfetta aderenza a quella realizzata con sporgenze dal preveniente secondo una linea spezzata, il giudice non può disporre l'arretramento della costruzione del prevenuto senza accertare che l'intercapedine possa essere colmata mediante opportuni accorgimenti tecnici atti a perfezionare l'aderenza senza determinare spinte in danno del muro del vicino. In tal caso non si verifica violazione del principio di prevenzione, posto che il prevenuto esercita, seppure con l'adozione di cautele rese necessarie da anomalie a lui non imputabili, la facoltà di costruire in aderenza riconosciutagli dalla legge: Col primo motivo i ricorrenti censurano la sentenza impugnata per violazione e falsa applicazione degli artt. 873, 874, 875 e 877 cod. civ., adducendo che erroneamente il giudice d'appello ha attribuito al prevenuto la responsabilità della formazione dell'intercapedine anziché al Moiola, che aveva costruito senza rispettare le disposizioni di cui agli artt. da 873 a 875 cod. civ.; ugualmente erronea è la sentenza impugnata nella parte in cui addebita al M.V. di non avere aderito ad una richiesta ai sensi dell'art. 975 cod. civ. avanzata dal R.M. solo in corso di causa, senza aver proposto domanda riconvenzionale e dopo otto anni dalla scelta di costruire non in aderenza, scelta che non gli consentiva più di avvalersi del disposto dell'art. 875 cod. civ.. Sostengono i ricorrenti che la decisione della Corte d'Appello contraddice il consolidato indirizzo giurisprudenziale secondo cui, quando il preveniente abbia costruito secondo una linea spezzata, il prevenuto che voglia costruire sul confine, in aderenza od in appoggio, è costretto ad arretrare la propria costruzione in corrispondenza delle rientranze del fabbricato vicino, sino a rispettare le distanze minime di legge. Né, soggiungono, l'illegittimità della condotta del prevenuto poteva essere sanata con la soluzione tecnica escogitata dalla corte di merito, trattandosi di soluzione che viola sia il principio della prevenzione sia il diritto di proprietà. Da ultimo, rilevano i ricorrenti che la corte territoriale non avrebbe potuto sindacare la pericolosità dell'intercapedine, poiché la violazione delle distanze tra costruzioni costituisce, di per sé, pericolo di danno. La censura è infondata, poiché la sentenza impugnata, al di là della non condivisibile affermazione che ravvisa la causa della non perfetta aderenza anche nella mancata adesione del M.V. all'invito rivoltogli dal vicino ai sensi dell'art. 875 cod. civ., fa corretta applicazione del principio di diritto, più volte affermato da questa Suprema Corte (cfr. sent. n. 9354 del 1987 e sent. n. 12054 del 1990), secondo cui il giudice, in caso di non perfetta aderenza della costruzione del prevenuto a quella del preveniente, dovuta ad un'anomalia nella realizzazione della costruzione del preveniente, non può disporre l'arretramento della costruzione del vicino senza accertare che l'intercapedine possa essere colmata mediante opportuni accorgimenti tecnici atti a perfezionare l'aderenza senza determinare spinte in danno del muro del vicino. In tal caso, invero, non si verifica alcuna violazione del principio di prevenzione, poiché il prevenuto esercita, sia pure con l'adozione di necessarie cautele per ovviare ad anomalie a lui non attribuibili, una delle facoltà - quella di costruire in aderenza - concessegli dalla legge. Nel caso in esame la Corte d'Appello, esercitando il suo insindacabile potere di valutare le concrete circostanze di fatto in cui la facoltà suddetta era stata esercitata e correttamente rimarcando l'anomalia di una situazione che in un fabbricato il cui prospetto nel fondo vicino misurava ben ventisette metri evidenziava una rientranza di mt. 3,12 profonda da cm. 20 a cm.23 e, per di più, posta a mt. 2, 60 dal piano di calpestio, ha ritenuto che l'aderenza realizzata dal R.M. senza colmare quella modestissima intercapedine, lungi dal risolversi in violazione del principio di prevenzione, costituisse soltanto una non perfetta aderenza, eliminabile a sue spese con la tecnica e l'accorgimento indicati in sentenza. Col secondo motivo i ricorrenti denunciano violazione e falsa applicazione degli artt. 907 e 1158 cod. civ., osservando, in primo luogo, che il M.V., indipendentemente dalla convenzione stipulata nel 1868, avendo costruito il proprio stabile nel 1955, aveva usucapito la servitù di veduta sul fondo vicino a mezzo delle due finestre che prospettavano su di esso. In secondo luogo, i ricorrenti censurano il ricorso, da parte del giudice d'appello al fine di qualificare come luci le due aperture, alla valutazione data dal primo C.T.U. - il geom. F. - nonostante che, per superare gli errori da lui compiuti, fosse stato designato altro C.T.U. - il geom. B. il quale aveva ripetutamente parlato di "finestre" nonostante che, con riferimento alla distanza dal pavimento, le due aperture non avessero le caratteristiche prescritte per le luci dall'art. 901, n. 2, cod. civ.. La censura è inammissibile, essendo diretta a sostituire alla valutazione di merito data dal giudice d'appello sulle caratteristiche e funzione delle due aperture quella ritenuta più esatta dai ricorrenti sulla base, peraltro, di elementi non decisivi. Giova premettere che la decisione impugnata si fonda correttamente sulle risultanze di entrambe le consulenze tecniche d'ufficio, non potendo dirsi preclusa la valorizzazione, sul punto, della prima consulenza dal fatto che ne fosse stata disposta altra. Comunque, i dati sui quali si fonda la censura risultano, come si accennava, non decisivi, perché: a) il fatto che il C.T.U. B. abbia parlato genericamente di finestre, senza pronunciarsi espressamente sulla loro funzione e senza descriverle non poteva valere a sovvertire il circostanziato giudizio e la descrizione resi dal C.T.U. F.; b) la violazione della distanza dal suolo delle due aperture non trasformava le luci in vedute, ma conferiva loro soltanto la qualificazione di luci irregolari, qual è, appunto, quella data dalla corte di merito. Conclusivamente, il ricorso va respinto, disponendosi, tuttavia, l'integrale compensazione delle spese del giudizio di legittimità in considerazione della particolarità del caso" (Cass. 24.3.04, n. 5894, GCM, 2004, 3).



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