Legislazione e Giurisprudenza, Urbanistica, edilizia -  Mazzon Riccardo - 2013-12-16

DISTANZE, CONFINI E URBANISTICA: SPAZI INTERNI OBBLIGATORI E REGOLAMENTO COMUNALE - RM

Talvolta i regolamenti locali che prevedono, quale parametro edificatorio, unicamente la distanza tra costruzione e confine, utilizzano allo scopo dizioni non particolarmente univoche, le quali danno adito, pertanto, a controverse interpretazioni circa la portata del loro reale significato - cfr., amplius, "I rapporti di vicinato e le distanze legali: tutela e risarcimento" - Riccardo Mazzon - CEDAM 2013, in Collana SapereDiritto -.

E" il caso, ad esempio, della locuzione "spazi interni edificatori", utilizzata dagli art. 4 e 5 delle Norme Tecniche di Attuazione allegate al Piano particolareggiato del programma di fabbricazione del Comune di Adelfia,

"con atto di citazione notificato il 31.3.1988 Vito Ferri conveniva in giudizio davanti al Tribunale di Bari, Michela Palella, deducendo di essere proprietario di un suolo inedificato sito nell'abitato di Adelfia con fronte su via Montello, confinante a NORD con proprietà del Palella con fronte su via Isonzo; che il Palella aveva in corso di costruzione una palazzina attestata con due avancorpi sul confine dell'istante, nonostante la normativa edilizia del programma di fabbricazione di Adelfia, per la zona B1, stabilisse al punto 5 che i corpi di fabbrica debbono distare dal confine retrostante inedificato, m. 3 o m. 5 in relazione all'altezza. Chiedeva, pertanto, la demolizione della costruzione eseguita dal Palella, fino alla distanza dal confine retrostante, prescritta dalla normativa edilizia del programma di fabbricazione del comune di Adelfia, con condanna del Palella al risarcimento danni, da liquidarsi in separata sede, ed al pagamento delle spese giudiziali. Il convenuto costituitosi, contestava la domanda e spiegava domanda riconvenzionale per il conseguimento del risarcimento danni ex art. 96 c.p.c.. Con sentenza 23 giugno 1994, il Tribunale di Bari accoglieva la domanda attrice e condannava il Palella ad arretrare il proprio edificio demolendo i due corpi laterali realizzati a distanza inferiore ai tre metri dal confine retrostante; respingeva la domanda riconvenzionale. Su impugnazione del Palella, la corte di appello di Bari con sentenza 14 luglio 1997, in riforma della sentenza impugnata, respingeva la domanda del Ferri, compensando per il 50% le spese processuali. Afferma la corte per quanto interessa il presente giudizio, che contrariamente a quanto ritenuto dal Tribunale, la delibera commissariale n. 211 del 28.8.79, con la quale è stata eliminata dalle norme tecniche di attuazione, l'espressione "spazi interni" posta fra l'art. 4 e l'art. 5, è priva di efficacia perché non approvata dal presidente della G.R. - consegue da ciò che gli artt. 5 e 6 della N.T.A. si applicano solo agli "spazi interni" la cui espressione, contrariamente all'opinione del Ferri, non è estensibile a tutti quegli spazi che non affacciano direttamente sulla strada pubblica e, quindi, anche agli spazi retrostanti il fronte. Una tale interpretazione, infatti, conduce ad una generalizzazione del concetto che, viceversa, in base alle norme urbanistiche, è limitato al "patio", all'ampio cortile, alla chiostrina, al cortile; ed inoltre lo spazio retrostante il fronte dell'edificio Palella non ha le caratteristiche richieste dall'art. 23-14 del piano di fabbricazione de quo, secondo il quale "spazi interni" sono quelle aree scoperte circondate da edifici per una lunghezza superiore ai 3-4 del perimetro. Confinando l'immobile del Palella, nella parte retrostante, con l'area inedificata del Ferri e disciplinando le norme tecniche di attuazione, originarie ed efficaci, negli artt. 4 e 5, le distanze minime dei corpi di fabbrica dai confini retrostanti solo con riferimento agli spazi interni; nella specie, in mancanza di tale presupposto, rimane fermo il diritto di costruire anche sul confine inedificato ex art. 873 c.c., con applicazione del criterio della prevenzione in base al quale colui che costruisce per primo, determina le modalità da seguire, ed una volta operata la scelta il preveniente deve ad essa attenersi. Avverso tale sentenza ricorre in cassazione il Ferri al quale resiste con controricorso il Palella. Entrambe le parti hanno depositato memorie," Cass. 3.11.00, n. 14345, GCM, 2000, 2244, D&G, 2000, 43-44, 55,

considerati dalla giurisprudenza come riferentesi a quegli spazi che, posti sulla parte retrostante degli edifici, vengono a realizzarsi con la previsione di un distacco minimo obbligatorio del fabbricato dal confine retrostante (con la conseguenza della inapplicabilità del criterio della prevenzione di cui all'art. 875 c.c., nei rapporti fra fabbricati frontistanti):

"deduce il ricorrente a motivi di impugnazione: 1) violazione e falsa applicazione di norme di diritto ex art. 360 n. 3 cpc, in relazione alle norme tecniche di attuazione accedenti al piano particolareggiato del Comune di Adelfia, approvato con delibere NN. 26-27 del 24.06.77 e N 70 del 3.11.77, approvata dalla Regione Puglia con decreto del pres. della G.R. Puglia n 444 del 22.03.79; l'omessa ed insufficiente motivazione: - per avere la corte d'appello, nell'affermare che la espressione "spazi interni" posta tra gli artt. nn. 4 e 5 delle norme tecniche di attuazione (N.T.A.), allegate al piano particolareggiato del programma di fabbricazione del Comune di Adelfia, non è stata soppressa dalla delibera commissariale n. 211 del 28.8.79 (priva di efficacia perché non approvata dal competente organo della Regione Puglia), erroneamente non applicato alla fattispecie l'art. 5 del suddetto N.T.A., ritenendo non costituire "spazio interno" di cui alle dette norme, lo spazio retrostante il fabbricato del Palella rispetto al fronte dello stesso, affermando, conseguentemente, come soggetta solo alle norme civilistiche, la disciplina della distanza del fabbricato dal confine con la proprietà Ferri, e, quindi, realizzata in base al principio della prevenzione la costruzione degli avancorpi della palazzina del Palella, sul confine retrostante inedificato; nonostante: A) Regolamentando l'art. 5 delle suddette N.T.A. la distanza dal confine retrostante inedificato, non sia possibile, ove voglia darsi un senso alla norma, attribuire all'espressione "spazi interni" il significato che ad essa dà la disciplina urbanistica, e cioè di: "patio"; "ampio cortile"; chiostrina o cortile, in quanto in riferimento a tali spazi, non sarebbe configurabile l'esistenza di un confine con la proprietà altrui; B) la ratio della norma volta a creare spazi interni possa attuarsi solo disciplinando diversamente la distanza delle costruzioni rispetto al confine latistante (dove è consentita la costruzione sul confine od in aderenza) dalla distanza della costruzione dal confine retrostante, dove è, comunque, impedita la costruzione sul confine; 2) la violazione e falsa applicazione di norme di diritto, art. 360 n. 3 cpc. in relazione agli artt. 873, 875 c.c. ed alle norme tecniche di attuazione del programma di fabbricazione del Comune di Adelfia per la zona B1: - per avere la corte d'appello, nel ritenere legittima la costruzione eseguita dal Palella in parte sul confine retrostante ed in parte arretrata rispetto a tale confine, fatta erronea applicazione del principio della prevenzione, che non consente al preveniente di operare scelte diverse lungo lo stesso fronte. Il motivo di ricorso è fondato. La corte d'appello, infatti, nel ritenere legittima la costruzione dei due avancorpi dell'edificio del Palella, sul confine retrostante inedificato della sua proprietà, in applicazione del principio di prevenzione ex art. 875 c. civ, ha erroneamente considerato inapplicabile alla fattispecie la norma di cui al punto 5 delle norme tecniche di attuazione accedenti al piano particolareggiato del programma di fabbricazione del Comune di Adelfia, sul duplice presupposto che la norma in questione disciplini la distanza minima delle costruzioni dal confine retrostante inedificato, solo con riferimento agli "spazi interni"; e che, nella specie, lo spazio esistente sul retro della costruzione, così come delineatosi a seguito della costruzione dei due avancorpi, non abbia le caratteristiche che l'art. 23-14 del piano di fabbricazione attribuisce agli "spazi interni". IL(*) primo di tali presupposti è infondato in quanto si basa su una interpretazione della norma (art. 5 N.T.A.) che identifica il significato della espressione "spazi interni" inserita fra il punto 4 ed il punto 5 delle norme tecniche di attuazione relative alla zona B1 (dove insiste la costruzione oggetto di causa), con quello che l'art. 24-14 del P. di F. attribuisce agli "spazi interni agli edifici", definiti come aree scoperte circondate da edifici per una lunghezza superiore a 3-4 del perimetro; identificazione di significato che se apparentemente, attraverso l'individuazione di concetti già contenuti nel p.d.f., (sembra(*) rispondere ad un criterio di omogeneità interpretativa, in realtà non spiega come una norma (quella citata) che impone un distacco della costruzione dal confine retrostante inedificato, possa trovare applicazione relativamente ad uno spazio che, ai sensi dell'art. 24-14 del p.d.f. è interno ad edifici. Invero solo le costruzioni, e non gli spazi, possono configurarsi quali termini in ordine ai quali imporre distacchi. L'espressione "spazi interni" di cui si discute, pertanto, non può che riferirsi a quegli spazi che, posti sulla parte retrostante dell'edificio, vengono a realizzarsi con la previsione di un distacco minimo obbligatorio del fabbricato dal confine retrostante. Una tale interpretazione, infatti, è del tutto coerente dal punto di vista sistematico, con la previsione normativa (art. 4 N.T.A. zona B1) che consente la edificazione anche in aderenza sul solo confine latistante inedificato. Il non aver previsto tale facoltà in ordine al confine retrostante spiega, nella specie, la ratio della normativa in esame sui distacchi, volta, per la zona B1, a differenza della zona B2 (che quella facoltà viceversa prevede) a garantire sul lato retrostante dell'edificio, uno spazio minimo obbligatorio di distacco dal confine. Ne consegue, quindi, contrariamente a quanto affermato dalla corte d'appello, l'inapplicabilità alla fattispecie del criterio della prevenzione. L'accoglimento del motivo in esame comporta l'assorbimento del secondo motivo" Cass. 3.11.00, n. 14345, GCM, 2000, 2244, D&G, 2000, 43-44, 55.



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